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8 min

- di Lorenzo Tognacci

Considerazioni sparse su "Mr. Morale & The Big Steppers", l'ultimo album di Kendrick Lamar


Ogni epoca ha un narratore emblematico unico nel suo genere capace di creare opere che analizzano, decifrano e rimodellano la cultura che li circonda. A Kendrick Lamar è stato affidato il fardello di segnare il nostro tempo.


- Che Kendrick Lamar sia un artista incredibile e allo stesso tempo profondamente atipico non lo scopriamo di certo oggi. Come non scopriamo oggi che il rap è una forma musicale espressiva indissolubilmente legata al tessuto sociale e al tempo in cui nasce. Scopriamo però oggi che Kendrick Lamar non si fa semplicemente carico di raccontare il proprio (il nostro) tempo ma vuole cambiarlo, vuole migliorarlo, per lasciarlo migliore ai suoi figli e alle generazioni future. Come si comporta attivamente per migliorare il mondo che lo circonda? In modi diversi: aiuta i propri cari in tutti i modi possibili, crea realtà come pgLang con cui trovare e supportare giovani talenti, e poi stampa un disco come Mr. Morale & The Big Steppers. E che cosa rappresenta Mr. Morale & The Big Steppers? Rappresenta il punto di arrivo del suo percorso di assimilazione e tentativo di comprensione dei problemi che affliggono la nostra epoca e la black culture: se in DAMN. ci aveva raccontato il suo inizio del percorso, la sua fede e il suo viaggio introspettivo e religioso, questa volta disegna con 19 canzoni e 2 dischi il suo “punto di vista” sulla cultura, sulle nostre abitudini sociali e su un periodo di cambiamento storico come quello attuale. Questo album, che è anche l’ultimo sotto la Top Dawg, è l’apice del percorso artistico di Kendrick Lamar;

- L’inizio del viaggio è in The Heart Part 5, un singolo uscito 3 giorni prima dell’album che anche se non rientra nella tracklist pone le basi narrative di tutto Mr. Morale. Supportato da un video visivamente d’impatto, basato principalmente sull’utilizzo del deep-fake a mutare il volto di Kendrick, capiamo che tutto è fortemente legato al periodo che è intercorso tra DAMN. e oggi. Will Smith, Kobe Bryant, Nipsey Hussle, Jussie Smollet e Kanye West, racchiusi da un’icona come OJ Simpson, accompagnano i riferimenti dei diversi blocchi narrativi della canzone. Un meltin’ pot che unisce la black culture, alla consapevolezza, alle riflessioni sulla sua vita privata che ci preparano lo stomaco al doppio album. Poi:

I hope you find some peace of mind in this lifetime

I've been goin' through somethin'

One-thousand eight-hundred and fifty-five days

I've been goin' through somethin'

United in grief esordisce con parole chiare. Parafrasando: “Spero tu possa trovare la pace in questa vita. Ci siamo visti l’ultima volta 1855 giorni fa. Da quel giorno ho vissuto e provato qualcosa.”. 1855 sono i giorni passati dal rilascio di DAMN. e, da quel giorno, nel mondo e nella vita di Kendrick ne sono successe di cose. I grieve different è il tuono che squarcia il caos dell’artista: in un’esistenza fatta di pensieri, in un periodo in cui pensare e perdersi nel proprio pensiero è fin troppo facile, la consapevolezza di approcciare il dolore in modo “diverso”, “personale”, è il primo step psicologico che Lamar effettua. Il processo di grieving è rivolto alla morte di Chad Keaton, carissimo amico di Lamar ucciso in una sparatoria nel 2013, poche ore dopo aver parlato via FaceTime proprio con Kendrick. Un episodio che ha segnato profondamente la vita dell’artista e che, a quanto pare, è riuscito a superare solo recentemente. Questa prima traccia presenta 3 messaggi fondamentali: I grieve different, everybody grieves different, United in Grief. Io, tutti, noi. Dalla concezione del singolo alla coscienza collettiva Kendrick apre la porta massima che percorre le storie e le anime del pianeta intero. United in Grief è il momento in cui si sblocca tutto il processo di venting di Lamar, dalla sua vita privata a quella sociale, in un dualismo che sfocia verso una terza figura abbastanza nota;

- Lamar ha un profondo e particolare rapporto con la religione e quindi con l’iconografia cristiana, ce l’ha ampiamente spiegato in DAMN., che passa dall’umiltà all’onnipotenza. Lamar pensa molto e per questo si sente diverso, si pone delle domande che molto spesso portano a vicoli ciechi, si sente come l’unico che ha la consapevolezza e gli strumenti adatti per risolvere i grandi interrogativi che gli pone la vita e la cultura che gli sta attorno. Proviene dai neighbourhood, da una cultura di violenza, da povertà e difficoltà e crescendo ha assunto sempre più controllo su quello che gravita nella sua vita. Grazie al suo successo si sente anche, in un certo senso, onnipotente, perché parla alle masse, ha una risonanza planetaria e l’affetto dei suoi fan lo fa sentire come un leader con dei proseliti fedeli. Soprattutto, i suoi fan lo fanno sentire come un leader. Lo capiamo dalla copertina, lo capiamo dai testi e lo capiamo dal chiarissimo video di N95 come Kendrick si identifichi in una sorta di Black Jesus moderno, con una corona di spine in testa e una pistola nella cintura. Il suo interfacciarsi costante con Dio è dato sia dai riferimenti lirici di Lamar, sia dall’assimilazione della cultura ecclesiastica cristiana, e rappresenta in un certo senso l’occhio onnisciente su tutto quello che è Mr. Morale. In realtà lui non si sente un Gesù moderno - ovviamente, è un fedele e una persona con un discreto quoziente intellettivo, non gli passerebbe mai per la testa di paragonarsi a Gesù - ma ci fa capire che i fan lo identificano come un leader, come un Savior, ma che tanto Savior non è e che anzi, è umano come tutti noi. Il momento dello shift avviene in Crown: da una lirica e una sonorità liturgica, di un racconto quasi biblico e dalla ripetizione costante della preghiera, arriviamo al grande messaggio che porta a una prima chiusura emotiva. I can’t please everybody, ripetuto allo sfinimento come un lento e inesorabile rosario, è la presa di coscienza di come Kendrick ringrazi dal profondo del cuore tutte le persone che l’hanno seguito e ascoltato, anche nei 5 anni di silenzio totale, ma che a un certo punto anche lui deve fare delle scelte.

They idolize and praise your name across the nation

Tap the feet and nod the head for confirmation

Promise that you keep the music in rotation

That's what I call love (That's what I call love)

In parole povere, ascoltare ed empatizzare con lui, nella sua musica, è quello che lui stesso definisce amore. Fino a scomodare uno shakesperiano “heavy is the head that chose to wear the crown”, Kendrick ci parla a cuore aperto sentendo il peso della responsabilità ma, purtroppo, a una certa deve anche fare scelte diverse. Questo ci porta direttamente a Savior, dove Kendrick ce lo dice chiaramente: le persone famose, le persone per cui nutri tanta ammirazione, non sono il tuo salvatore. Il messaggio è però ambivalente, perché come lui è umano come tutti noi e quindi non il nostro Savior, allo stesso modo tutte le figure pubbliche a cascata sono altrettanto umane e terrene. In una sorta di crocifissione mediatica della propria posizione (😉) critica a ruota tutta la situazione sociale, dal Covid alla guerra in Ucraina, e il crollo dei valori e degli ideali cui una crisi globale ha portato. Lo sai qual è la soluzione? 

They all greedy, I don't care for no public speaking

And they like to wonder where I've been

Protecting my soul in the valley of silence

Tacere.

- Kendrick non è il nostro Savior, può però fare qualcosa per la cultura da cui proviene, la black culture e tutte le radici e gli stereotipi con loro. Una delle prime domande, che emerge già in DAMN., è sull’importanza del corretto utilizzo delle parole in uno strumento di massa come la musica. We Cry Together è un concentrato, quasi teatrale, di “ni**er” “fuck” e “bi**h” instillate in quello che è il violento e stereotipato scontro di una coppia.

This is what the world sounds like

Questo è come suona il mondo”, violenza e mancanza di rispetto soprattutto verbale, riscontrabile sia nella società sia nella musica stessa. La critica si rivolge al rap che è semplicemente questo, il rap nasce come suoni e narrazioni violente, passati a rotazione nelle orecchie di tutti che fanno proprio, inconsapevolmente, questo pattern di vita. E oltre al rap, tutta la trafila dei media e della spettacolarizzazione della violenza dell'ultimo periodo, che portano a danni irreversibili. Nello specifico però questo comportamento è purtroppo ancora più vero nella cultura da cui proviene Kendrick, che viene descritta come violenta non solo dagli esterni ma anche da chi la vive quotidianamente, fino ad arrivare al punto di trasformarla in orgoglio da gang. Gli episodi di Nipsey Hussle e Chad Keaton sono emblematici nel racconto di Lamar di questo profondissimo problema che affligge la Black Culture. Il concetto di neighbourhood, di gang, di famiglia è la chiave di lettura che utilizza Lamar. Se in We Cry Together disegna una coppia che litiga, quindi un rapporto presente, in Father Time parla del rapporto tra padre e figlio, con l'allusione alla consequenzialità temporale tra generazioni e la necessità di interrompere la diffusione di questa cultura.

I come from a generation of home invasion and I got daddy issues, that's on me.

"Vengo da una generazione di violenza e ho problemi a relazionarmi con mio padre, ma è responsabilità mia.". E in The Heart Part 5 abbiamo sentito "I come from a generation of pain, where murder is minor". E poi quel "That's on me" con un doppio significato: da una parte la tendenza a interiorizzare la violenza seguendo la cultura maschilista del machismo, a renderli come dicevamo prima quasi un punto d'orgoglio, perché mostrarsi "deboli" di fronte a queste cose è un segno di debolezza e quindi di mancanza di virilità; dall'altra la consapevolezza della situazione in cui versiamo e, di conseguenza, la consapevolezza di come interrompere questa narrativa sia anche responsabilità sua (e, ovviamente, nostra). La Black Culture si trova davanti alla necessità di interrompere l'inesorabile catena narrativa di violenza e Kendrick è in prima linea per questo, è in prima linea per purificare la Black Culture dalla generational curse (ancora, 😉). E qui passiamo a Mother, I Sober, dove Kendrick intreccia la sua esperienza personale vissuta da piccolo del rapporto con sua mamma, vittima di abusi sessuali e di alcolismo, al peso che si è portato dietro per tutta la vita fino a raggiungere la salvezza, la "Sober". Accompagnata da un cameo di Beth Gibbons (viene la pelle d'oca anche solo a leggerlo) che conferisce una tonalità eterea e levitica al brano, Kendrick ci pone davanti proprio a quello di cui parlava in Father Time: la rottura del tramandamento di generazione in generazione della cultura violenta. Una seconda chiusura è qui, in questo crescendo emotivo, con una potenza che porta fino a all'implosione di purezza della generational curse che affligge la Black Culture. Lo fa parlandoci del suo presente più attuale, la relazione con Whitney Alford, che in questi anni ha portato a 2 figli, e che ha portato Kendrick a sentirsi proprio come i padri di cui parlava in Father Time, maschilisti, infedeli e di conseguenza prosecutori della maledizione. La forza del testo nel terzo verso, nella chiusura, raggiunge livelli che nemmeno Kendrick aveva mai raggiunto prima.

You did it, I'm proud of you

You broke a generational curse

Say "Thank you, dad"

Thank you, daddy, thank you, mommy, thank you, brother

Mr. Morale

E così chiude;

- Il terzo, e ultimo punto di chiusura, è quello che al momento conclude la carriera di Kendrick Lamar.

I choose me, I'm sorry.

Dopo un'inondazione di turbe emotive, racconti personali e "punti di vista", dopo averci fatto entrare in casa sua, in un certo senso Kendrick ci ringrazia, ci accompagna alla porta, e poi ci saluta (e ci chiede pure scusa). In Mirror Kendrick ci descrive una giornata tipo nella sua nuova vita domestica, quella che ha appena raggiunto dopo tutti i suoi sforzi interiori, e soprattutto ci dice "scusate, ma scelgo me". Anche qui il senso è doppio: scelgo me, a discapito dei fan, perché questa è la vita che scelgo; scelgo me, scelgo la mia arte a discapito dei canoni standard del rap e dell'ambiente attuale, scelgo me e scelgo la mia vita a discapito della cultura violenta che tramandiamo, perché questa è la vita che scelgo. In entrambi i casi, il messaggio è finalmente positivo e speranzoso, e con questo conclude Mr. Morale & The Big Steppers, un album che raggomitola in due dischi i racconti personali di uno dei più grandi poeti e scrittori degli ultimi 20 anni - e forse oltre -, con un approccio culturale e musicale unico e nuovo, grazie a punti in cui un genere solido e fortemente tradizionale come il rap viene quasi decomposto e destrutturato, per poi essere rimodellato secondo le volontà di KL, e la lettura sociale, con domande e risposte, in un periodo storico in cui la società stessa è più vulnerabile. Ascoltare questo album è un'esperienza continua perché a ogni riascolto fornisce sempre un nuovo punto di vista, scopre significati nuovi, emoziona come la prima volta. Come detto all'inizio "il rap è una forma musicale espressiva indissolubilmente legata al tessuto sociale e al tempo in cui nasce": noi tutti dobbiamo ringraziare ogni giorno di essere vivi nel momento in cui Kendrick Lamar realizza queste cose perché, purtroppo, questo album riascoltato tra 20 anni, dai nostri figli, non avrà lo stesso sapore.

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Rimini, 23/09/1994. Laureato in Comunicazione Pubblicitaria allo IED di Milano, freelance e multiforme. All’anagrafe porta il nome di Ayrton e la Formula 1 è appuntamento immancabile del weekend, a cui associa un passato da tennista sgangherato e anni di stadio a Cesena. Incallito e vorticoso consumatore di vinili e di cinema.

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