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3 min

- di Alessandro Basile

Considerazioni sparse su "Mahal" di Toro Y Moi


L'indie pop caleidoscopico di Chaz Bundick, meglio noto come Toro Y Moi, è particolarmente a fuoco nel suo settimo lavoro in studio, intitolato Mahal.


- The Trip (tradotto in italiano come "Il serpente di fuoco") è un film del 1967 con Peter Fonda che racconta le esperienze allucinatorie di un regista pubblicitario che assume per la prima volta l'LSD, una delle sostanze psichedeliche più conosciute, tra i simboli del movimento hippie. Il 29 aprile scorso, per l'etichetta indie Dead Oceans, è stato rilasciato un album dal titolo Mahal, a firma Toro Y Moi, che si rifà in maniera palese proprio a quelle suggestioni. "In quel periodo ho ascoltato molta psichedelia e space rock francese degli anni ’70. Roba fuori di testa ma anche super groovy": a parlare, in una recente intervista all'edizione italiana di Rolling Stone, è Chaz Bundick, conosciuto artisticamente come Toro Y Moi. Un nome sicuramente più noto in patria, negli Stati Uniti, che da noi: al punto che in California, a Berkeley, gli è stato dedicato un giorno, il 27 giugno, denominato “Chaz Bundick Day”;

- Il 35enne polistrumentista, di padre afroamericano e madre filippina, si è costruito negli anni una solida fama da outsider di lusso. Considerato uno dei principali esponenti del movimento chillwave, si è poi evoluto nel tempo aggiungendo diverse sonorità – elettronica, disco, funk e indie pop – alla sua raffinata proposta musicale. Mahal è il settimo album in studio per Toro Y Moi, il primo per la Dead Oceans dopo una lunga militanza nella Carpark Records. Il titolo, nella lingua tagalog (la più diffusa nelle Filippine), si può tradurre con amore. E di amore, in questo lavoro, ce n'è davvero tanto. Amore per le origini (materne, come si può capire dalla foto di copertina che ritrae l'artista a bordo di un jeepney, il principale mezzo di trasporto pubblico nelle Filippine) e amore per "quel tipo di groove un po’ indolente ma anche psichedelico" che ha ispirato il sound, come ha dichiarato il musicista ai microfoni di Rolling Stone;

- Il disco, nei suoi 40 minuti scarsi, accompagna l'ascoltatore in un vero e proprio trip, un viaggio psichedelico ricco di colori (basta guardare i bellissimi visuals pubblicati su YouTube) e di suoni assai curati. Un'estetica, visiva e sonora, dall'attitudine sperimentale quanto immediatamente riconoscibile. L'opulenta traccia di apertura, The Medium, con la partecipazione dei neozelandesi Unknown Mortal Orchestra, inizia con l'accensione di un motore e si sviluppa a mò di manifesto programmatico. Un brano interamente strumentale, che sembra quasi il gemello strafatto di Fuckin' in the Bushes degli Oasis (contenuto nell'album Standing on the Shoulder of Giants del 2000), con rimandi stile Funkadelic. Il trittico iniziale, completato dalle tracce Goes By So Fast e Magazine, è semplicemente fantastico: il secondo brano, che svetta per qualità sull'intera tracklist, è un gioiellino dal sapore beatlesiano, che ti trascina in una dimensione parallela fatta di nuvole di zucchero filato e arcobaleni caramellosi. In Magazine, impostato su un dialogo tra la voce di Chaz e quella dell'ospite Salami Rose Joe Luis, viene da chiedersi: Beck, sei tu? Riferito, nello specifico, al Beck di Midnight Vultures (al periodo, cioè, migliore della sua carriera), in cui l'artista losangelino pasteggiava allegramente a pane e Prince;

- L'omogeneità dei suoni sfocia, qua e là, in una certa ripetitività. Detto dell'ottima parte iniziale, nella seconda affiora un po' di stanchezza: Foreplay, ad esempio, è una traccia da skippare senza rimpianti mentre la precedente Clarity, pur non essendo da buttare, aggiunge confusione. Molto meglio i due brani conclusivi: Millennium sembra una rivisitazione di Private Eyes degli Hall & Oates, alfieri del soul bianco anni Ottanta (con una spruzzata di Beck, pure qui); Days In Love è una degna chiosa dell'album, con la sua alternanza di registri a metà strada tra "vecchio" (Who e Spencer Davis Group) e "nuovo" (i N.E.R.D. di Fly or Die). Meritano una citazione anche Last Year, dalla ritmica sghemba e dal fascino swingante, e Mississippi, breve (solo 2 minuti di durata) quanto riuscito esercizio di pop onirico;

- "I testi sono venuti dopo la musica", ha spiegato Chaz a RS: e si vede. Iper concisi e non particolarmente significativi, una costante della sua carriera. Tuttavia si coglie una deliziosa ironia minimalista che ben si sposa con il sound iper cool di questo disco. Consigliato a tutti gli amanti della musica di classe e ricercata, ben lontana dal sapore preconfezionato di troppe produzioni contemporanee.

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Napoletano. Giornalista e copywriter. Calcio e musica nella mente e nel cuore, ma anche tanto altro.

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