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- di Giuseppe Menzo

Il caso Cucchi e l'importanza del film "Sulla Mia Pelle"


Quante volte si è scritto e si è letto sull'importanza dell'arte in generale e del cinema in particolare nel rendere più comprensibile e/o accettabile la vita? Tante sicuramente. Forse troppe. Eppure, secondo chi scrive, sempre una volta in meno di quanto non sia ancora necessario.


Quando lo scorso 4 aprile la Corte di Cassazione ha condannato, nell’ultimo grado di giudizio previsto dal nostro ordinamento giuridico, i Carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro ad una pena detentiva di 12 anni, dopo averli riconosciuti colpevoli dell’omicidio preterintenzionale di Stefano Cucchi, ho avuto la sensazione che per molti – e non solo per i diretti interessati alla vicenda – si fosse chiuso un cerchio lungo tredici anni.

Tredici anni in cui, a vario titolo, molti italiani – chi più, chi meno – hanno assistito a volte inermi, a volte addolorati e a volte schifati (bisogna avere il coraggio di scriverlo), ad un romanzo giudiziario che, ovviamente, si proponeva di fare luce su uno dei fatti di cronaca più dolorosi nel quale l’Italia sia rimasta invischiata dal dopoguerra in poi.

E i perché di questa definizione – mi permetto di osare – sono talmente evidenti da poter trovare d’accordo la maggior parte degli osservatori. La morte per mano delle forze dell’ordine assume sempre un valore fattuale e simbolico che nessuno, a prescindere dalle proprie convinzioni, può ignorare.

Stefano Cucchi è stato assassinato e i colpevoli di questo omicidio riconosciuti in due uomini in Divisa.

Appena venuto a conoscenza della suddetta sentenza, mi sono fermato un attimo e, in assoluto silenzio, ho rivolto un pensiero ad un ragazzo che non conoscevo e che, comunque, è diventato parte integrante della nostra storia recente.

E sempre in assoluto silenzio, respirando a fondo e dopo aver chiuso gli occhi, ho ripensato a quel film che nel Settembre del 2018 guardai, nella sicurezza della mia casa romana, di sottecchi, interrompendone spesso la visione, soltanto perché sapevo che il massimo della solidarietà che allora ero in grado di offrire consisteva in quella scelta politica di sintonizzarmi con il racconto per immagini degli ultimi giorni di vita di un geometra romano di 31 anni, morto all’Ospedale romano “Pertini”, una settimana dopo essere stato dichiarato in stato di fermo, in seguito ad un controllo che lo aveva trovato in possesso di 20 grammi di Hashish e di cocaina.

Quello pensavo di poter fare, quello – con estrema difficoltà – feci.

Il film in questione, disponibile ancora oggi sulla piattaforma streaming Netflix, è “Sulla mia pelle” di Alessio Cremonini, interpretato da Alessandro Borghi, Jasmine Trinca, Max Tortora e Milvia Marigliano.

Quello stesso film che ho deciso - forzando la mia anima a trovare un coraggio che sa nascondersi moto bene – di rivedere dopo aver letto della fine di un percorso per il quale tutti noi, secondo me, dovremmo ringraziare Ilaria Cucchi, sorella di Stefano e autentico simbolo di tenacia, a prescindere dalla fazione nella quale, in questa vicenda, ci si è schierati.

Sì, perché, triste dirlo, in Italia si è trovato il modo di polarizzarsi anche di fronte alla morte di un essere umano che “se l’è cercata” o che “era anoressico”, se non – anche per via della sua storia personale – un drogato assassinato dalle sue stesse dipendenze.

Insomma, se per Orwell era chiaro che neanche di fronte alla legge siamo tutti uguali, quanto, invece, alcuni lo sono “più” degli altri, il caso del pugile amatoriale, figlio di Giovanni e Rita, ci ha insegnato e ci ricorda ancora oggi che neanche la morte ci pone tutti lo stesso piano e che “’A Livella” del Principe Antonio De Curtis rimane ancora adesso una poesia dalla sublime bellezza ma, di certo, del tutto inattuabile.

E quindi dicevamo di quel film che sin dalla sua uscita non è passato inosservato, e per la materia trattata e per la sua intrinseca qualità.

Come già scritto, l’ho rivisto appena giorni fa, sia per superare quell’imbarazzo che mi aveva avvolto durante la prima visione e che me ne aveva consentito solo una pavida fruizione, sia per poter mettere nero su bianco il mio piccolissimo e umile omaggio e ai reali esseri umani coinvolti (nella parte degli offesi) in questo fattaccio che faremmo bene a non dimenticarci e a chi ha fatto della vicenda un pezzo di cinema talmente bello da essersi guadagnato, secondo il mio gusto e la mia sensibilità, un posto importante nella storia della settima arte nostrana e non solo.

Alessandro Borghi, vincitore del David di Donatello 2019 come miglior attore protagonista, per calarsi nei panni di Stefano Cucchi fa qualcosa che solitamente un attore italiano non fa: cambia drasticamente il proprio aspetto fisico, passando da una struttura muscolosa ad una decisamente più gracile, al fine di assomigliare quanto più possibile a quel ragazzo che – dicono – soffriva molto questo suo corpo piccino, in completa antitesi con un carattere esuberante.

L’attore balzato agli onori delle cronache specialistiche con e per quel gioiello che rappresenta il testamento artistico di Claudio Caligari e ossia “Non Essere Cattivo”, ha lavorato, oltre che su una importante assonanza estetica - come già detto -,  su una vocalità che ricalcasse il più fedelmente possibile la timbrica, le intonazioni e la meravigliosa debolezza di Cucchi, trovando una resa realmente impressionante se paragonata alla realtà delle registrazioni di cui possiamo ascoltare degli estratti alla fine della pellicola. Borghi sembra realmente offrire, in questo film, il proprio corpo in sacrificio sull’altare della verità. E ricordiamo che all’epoca in cui il film venne girato e poi, in seguito distribuito, la giustizia italiana era ancora ben lontana dal giungere alla conclusione dei propri processi.

Jasmine Trinca – candidata, per la sua interpretazione in questo progetto, al David Di Donatello 2019 nella categoria migliore attrice non protagonista – invece non ha avuto bisogno di trasformarsi fisicamente per interpretare il ruolo di Ilaria Cucchi.

Jasmine Trinca, la cui prova avevo valutato diversamente qualche anno fa, è Ilaria Cucchi in questo film. Almeno è l’Ilaria Cucchi che ho/abbiamo imparato a conoscere in tutti questi anni di battaglie, dichiarazioni, insulti ricevuti e aule di tribunale.

 Quando vidi il film per la prima volta buttai giù tre righe tre – riscoperte di recente per via della sezione “Ricordi” della creatura blu di Zuckerberg - di grande sorpresa ed apprezzamento per questa attrice che all’inizio della sua carriera mi sembrava essere stata più fortunata che talentuosa. Come, invece, adesso è evidente a tutti, i professionisti che le affidavano bellissime parti nei loro film avevano visto nell’attrice romana qualcosa di più e qualcosa di meglio di quanto, al contrario, non avesse visto l’ormai adulto uomo che ha confessato a sé stesso solo dieci anni fa che vivere di cinema non gli sarebbe dispiaciuto affatto.

Eppure, accennavo, alla visione del 2018 di “Sulla Mia Pelle” avevo pensato che la Trinca fosse stata sontuosa, enorme, onnipresente. Allo stesso tempo, dopo la seconda seduta davanti al teleschermo, posso dire di aver considerato, per difetto, la sua prestazione: pur essendo quasi completamente assente durante quasi tutta la pellicola - ci sarebbe da invogliare qualcuno a cronometrarne il minutaggio -, l’ex ragazza problematica – dire “matta” sarebbe politicamente corretto? - al servizio di Marco Tullio Giordana – ah, a proposito, recuperate SUBITO “La meglio gioventù”, è un ordine -, lascia un solco profondissimo. La sua performance è quasi miracolosa, per intensità.

Petrolini diceva che non esistono piccole parti, ma, semmai, piccoli attori.

Bene, la Trinca ha mostrato che non esiste massima più azzeccata per chi si guadagna da vivere recitando.

E per chiudere il macrocosmo riguardante gli interpreti principali della storia, è veramente d’uopo omaggiare Max Tortora e Milva Marigliano.

E se della seconda, per una mia incresciosa mancanza, conosco molto poco - se non nulla - il suo percorso artistico, del primo, all’epoca, mi colpì questa interpretazione così sofferta di un genitore che va incontro a quella che viene da molti definita come la peggiore esperienza che un essere umano possa a trovarsi a vivere nell’arco della propria vita.

I due attori praticano un dolente registro improntato alla sottrazione, perfettamente in linea con tutta quanta l’atmosfera filmica.

È evidente, considerate le mie parole di elogio per tutti gli interpreti citati, che chi opera al di là della macchina da presa ha potuto beneficiare della chiarezza di intenti e dell’urgenza narrativa di chi si è seduto dietro i mezzi di ripresa, coordinando il mood del prodotto e dirigendone l’andazzo al fine di creare il prodotto più vicino alla propria visione dell’accaduto.

Alessio Cremonini, regista di “Sulla mia pelle”, romano classe ’73, vincitore, grazie a questa sua opera per la quale firma pure la sceneggiatura con Lisa Nur Sultan, del David di Donatello 2019 nella categoria "Miglior Regista esordiente", in pratica, firma un piccolo grande capolavoro, che, personalmente, farei fatica ad etichettare.

Appurata la natura ovviamente drammatica della storia trattata e data per assodato il dolore immenso che ne è derivato, “Sulla Mia Pelle” non può, a mio avviso, essere considerato un film d’inchiesta né tantomeno, come mi è capitato di leggere in altre dettagliate analisi sull’argomento, un orgoglioso rigurgito di un neorealismo mai troppo rimpianto. Non è nemmeno ovviamente, una docufiction e si posiziona ben lontano dal potere essere considerato solamente come un’arbitraria ricostruzione di finzione di qualcosa che, per quanto si possa indagare, necessiterà sempre di scelte di parole, pensieri e stati d’animo da parte dei suoi autori. Stefano in quei sette giorni è stato spesso solo ed esclusivamente la loro sensibilità ci ha permesso di riempire , in una maniera tanto plausibile quanto straziante, i momenti precedenti la sua morte.

In definitiva, io ritengo questo film, così impavido nel descrivere quasi asetticamente un momento cruciale della nostra storia recente, un grande atto di coraggio che dichiara senza tentennamenti che le persone veramente per bene non si spaventano davanti a chi sembra più forte di loro o a chi fa di tutto per schiacciare, prevaricare, annullare per una qualsivoglia ragione.

"Sulla mia pelle" onora un morto, che in molti di noi sentono proprio, non glorificandolo, ma rispettandolo, così come ogni essere umano, a prescindere da tutti gli errori commessi, dovrebbe essere.

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Mi diplomo al Centro Internazionale “La Cometa”, dopo un intenso triennio di studi, nell’ottobre del 2016, aggiudicandomi la patente dell’attore, del “ma che lavoro fai? “e di appartenente al gruppo “dei nostri amici artisti che ci fanno tanto ridere e divertire” (cit.). Appassionato di sport, ottimo tennista da divano, calciatore con discrete potenzialità in età pre puberale, se non addirittura adolescenziale, mi appassiono anche al basket Nba e alla Spurs Culture. Discepolo non riconosciuto di Federico Buffa, critico in erba, ingurgitatore di calorie senza paura, credo che il monologo di Freccia nel film di Ligabue sia bello, ma che Shakespeare ha scritto di meglio. Molto meglio. Mi propongo di unire i tanti puntini della mia vita sperando che alla fine ne esca fuori qualcosa di armonioso. Per me e gli altri.

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