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- di Gabriele Moretti

From Russia with love: l'arresto di Brittney Griner e i problemi della WNBA


Pochi giorni dopo l'invasione russa dell'Ucraina, una delle più forti e conosciute cestiste al mondo è stata arrestata all'aeroporto di Mosca mentre tentava di tornare negli USA. La vicenda ha portato molta attenzione all'esodo delle campionesse americane verso l'Europa degli ultimi anni e all'enorme problema di gender pay gap tra pallacanestro maschile e femminile.


Nella notte tra giovedì 6 e venerdì 7 maggio è cominciata la stagione 2022 della WNBA, la più importante – ma non la più ricca – lega di pallacanestro femminile al mondo, ed è cominciata con una delle sue giocatrici più importanti e talentuose, Brittney Griner, rinchiusa in un carcere russo. L’ex centro delle Phoenix Mercury era stata arrestata all’aeroporto di Mosca mentre tornava negli Stati Uniti dopo aver giocato la “stagione invernale” a Ekaterinburg, con l’accusa di essere in possesso di alcune ricariche per sigaretta elettronica contenenti olio di cannabis, sostanza legale in molti stati degli USA ma ovviamente proibita in Russia.

Al momento dell’arresto, il Dipartimento di Stato americano si era subito esposto chiedendo la liberazione di Griner e garantendole la miglior difesa possibile in occasione del processo, che si terrà il prossimo 9 maggio. Secondo alcuni, si tratterebbe di un arresto strumentale arrivato al momento di massima tensione tra le due diplomazie: esperti di politica internazionale hanno confermato al New York Times che negli ultimi anni la Russia ha più volte arrestato e condannato diplomatici e cittadini statunitensi da usare come merce per uno scambio di prigionieri. Secondo questa prospettiva, l’arresto della cestista sarebbe un colpo grosso, dal momento che si tratta di un personaggio molto conosciuto e molto amato, apertamente lesbica e attivista per i diritti LGBT+, la cui sorte sta molto a cuore all’opinione pubblica.

Infatti Griner, 31 anni, è un vero e proprio fenomeno: oltre all’anello WNBA vinto nel 2014 con Phoenix, ha vinto un titolo NCAA, è stata due volte giocatrice dell’anno al college e una in WNBA, è stata per due volte miglior difensore e miglior marcatrice, ben otto volte consecutive – dal 2013 al 2021 – miglior stoppatrice della lega, ha vinto due mondiali e ha al collo due ori olimpici. Insomma, parliamo di uno dei migliori centri della storia del basket femminile. Ma quindi, vi chiederete, cosa ci faceva in Russia, dove tra l’altro ha dominato portando a casa quattro titoli russi e quattro di Eurolega?

In Russia, cercava di guadagnare qualcosa di più dei miseri stipendi d’oltreoceano. Certo, metto le mani avanti prima che qualcuno mi ricordi che non si tratta dello stipendio di un bracciante eccetera eccetera, intendo misero a paragone dei suoi colleghi uomini. Attualmente, i contratti più alti dell’NBA arrivano ai 45 milioni di dollari (Steph Curry) e comunque i top 50 della lega non scendono sotto i 20 milioni a stagione. Il tetto salariale della WNBA, invece, non consente stipendi superiori ai 228’094 dollari annui, il che significa che la grandissima parte delle giocatrice guadagna una frazione molto piccola di quella cifra. Sebbene la lega femminile sia giovane – è stata fondata soltanto nel 1996 – e goda di un pubblico meno ampio rispetto all’NBA specialmente al di fuori degli Stati Uniti, sono in molti a sostenere che il tetto dovrebbe essere decisamente alzato, anche per il rischio di fare scappare – magari definitivamente come avvenuto l’anno scorso a Diana Taurasi – i migliori talenti verso Australia, Cina, Francia o Russia, paesi dove ricevono stipendi migliori o dove comunque si recano per integrare un secondo corposo stipendio, fino a più tre volte quello percepito in patria e che potrebbe benissimo salire ancora nei prossimi anni, non esistendo in Europa il concetto di salary cap. Oltre al denaro, come ha raccontato splendidamente Dario Saltari nel suo podcast "Trame", spesso i presidenti delle squadre russe e cinesi, ma non solo, cercano di attrarre queste campionesse offrendo svariati optional e lussi – dal fornire alloggio, autista, cuoco, regali e ogni possibile servizio fino al pagare tutti i voli andata e ritorno dagli USA in business – che nel basket americano sono appannaggio dei soli uomini: basti pensare che l’anno scorso la WNBA ha multato le New York Liberty per aver organizzato le trasferte su voli charter anziché di linea perché veniva considerato un “vantaggio sleale”.

Evelyn Akhator racconta che quando è stata selezionata come terza scelta assoluta al Draft WNBA 2017 dalle Dallas Wings, sapeva che era soltanto il primo passo di una lunga carriera da professionista. «Non appena ho firmato con un agente, quello si è messo subito a cercarmi lavoro all’estero. Quella era la norma, è lì che stanno i soldi veri». Akhator poi ha giocato una stagione con le Wings per poi passare in inverno alla Dynamo Novosibirsk, squadra con cui ha affrontato anche Griner. In un’intervista rilasciata al quotidiano tedesco Deutsche Welle ha parlato di un’esperienza dura, molto solitaria, sena amici né famiglia né persone che le somigliassero, proiettata in un ambiente intriso di razzismo. Il lato positivo, però, era che fosse riuscita a guadagnare più del doppio rispetto al suo contratto da rookie in WNBA. Da allora ha giocato in Turchia, in Spagna e in Francia, dove milita ancora nelle Flammes Carolo.

L’accordo collettivo firmato due anni fa dalla WNBA con l’associazione delle giocatrici mira però a rendere più difficile il passaggio a squadre estere durante la pausa. Il commissario della lega, Cathy Engelbert, ha detto chiaramente che desidera che le giocatrici diano la priorità al campionato nordamericano anziché giocare all’estero, dal momento che in Europa si finisce ad aprile e questo impedisce a molte atlete di partecipare al pre-season, alla preparazione, che si svolge proprio tra marzo e aprile. Dal 2023, coloro che si presenteranno in ritardo ai camp primaverili perderanno l’1% del loro stipendio base, mentre chi non arriverà negli USA entro l’inizio del torneo perderà lo stipendio dell’intera stagione.

Le misure saranno ancora più restrittive dal 2024, quando le giocatrici che non rientreranno entro il primo giorno di allenamento dovranno rinunciare a fare parte della squadra in maniera definitiva. Al contempo, però, le misure vengono accompagnate da una rimodulazione dei salari: grazie a “nuove opportunità di marketing”, la WNBA vuole più che raddoppiare il salary cap toccando i 500’000 dollari. Inoltre, l’invasione russa dell’Ucraina e le conseguenti sanzioni impedirebbero, almeno per quest’anno, di andare a giocare in Russia, sia per l’impossibilità di ottenere visti sia soprattutto per l’esclusione delle squadre da tutte le competizioni internazionali.

Intanto, però, Brittany Griner non è ancora potuta uscire di prigione e sapremo soltanto tra qualche giorno se e quando le sarà consentito tornare a casa. Sicuramente il suo caso, indipendentemente dalla situazione geopolitica e in barba alla pioggia di denaro, avrà fatto cambiare idea a moltissime sue colleghe sull’opportunità di trovarsi un secondo lavoro in Russia.


Questo articolo è uscito in anteprima su Catenaccio, la newsletter di Sportellate.it.

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Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce con tempismo perfetto per perdersi lo scudetto del 1991 e godersi la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio ossessivamente nel 1998, coronando la prima stagione da tifoso con la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua a seguire il calcio e cresce tra Marassi e trasferte. Diplomato al liceo classico, si laurea in Storia e intraprende la via del nomadismo, spostandosi tra Cadice, Francoforte, Barcellona e l’Aia. Per coerenza, decide di specializzarsi in storia globale e migrazioni e, nel frattempo, co-dirige il blog SPI – Storia, Politica e Informazione. Crede fortemente nel valore del giornalismo indipendente, sportivo e non, come argine al declino deontologico dei colleghi professionisti.

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