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7 min

- di Andrea Ebana

Ancelotti, Mourinho, Allegri: l'ultimo tentativo di scendere dal carro dei bolliti (ma siamo sicuri lo siano?)


Dati per finiti, si sono conquistati la grande chance di far ricredere tutti: per la restaurazione completa ed un finale che più cringe non si può, manca ancora un ultimo passo, ma intanto una finale l'hanno conquistata tutti e tre.


Alzi la mano chi, almeno una volta, non ha pensato o sentito dire che erano finiti, superati, pronti per il carrello dei bolliti misti. E invece Ancelotti, Mourinho, Allegri, in barba alla nouvelle vague dei tanti giovani e promettenti allenatori, hanno dirottato quel carrello verso una finale, nella speranza di scenderci presto.

Sì, non agitatevi, facciamo subito una premessa doverosa. Se per Ancelotti sembra evidente la portata enorme del risultato ed il merito di aver risalito la china dopo due esperienze così così (Napoli ed Everton), perché in un solo colpo ha vinto la Liga e condotto il Real ad una finale di Champions League mietendo sul cammino vittime illustrissime, il discorso per Allegri e Mourinho è diverso.

Per questi ultimi, al momento, l’opera di Restaurazione è soltanto parziale: in campionato infatti entrambi non hanno fatto di più di quanto ci si aspettasse, mantenendo Juve e Roma in linea con le aspettative prefissate e niente più. A valorizzare il loro cammino c’è però una finale conquistata, e la possibilità di portare a casa un trofeo al loro primo anno (anche se per Max è un ritorno): e se la finale di Coppa Italia di Allegri fatica a passare come un salvacondotto generale per la stagione, quella di Conference League per Mourinho assume contorni diversi e decisamente più roboanti, perché conditi dalla retorica di un club che “ha una sala trofei in disaccordo con la sua portata sociale”, e perché comunque, piaccia o meno, arriva 31 anni dopo l’ultima volta.

Resta un fatto: è pieno di allenatori iper elogiati che non giocheranno una finale, mentre i tre di cui sopra lo faranno tra qualche giorno. E dunque, se quel carrello di bolliti misti ha preso quella strada, del merito ai 3 condottieri andrà pur dato: e ci sono almeno due che hanno caratterizzato tutti e tre i percorsi fin qui, e che ho provato a riassumere qui di seguito.

Tempismo, intelligenza emotiva e ricorso all'identità

Che Max, Carlo e Josè siano persone di una intelligenza emotiva superiore credo sia insindacabile. Sanno comunicare, scegliere i tempi, ma anche scegliere le avventure giuste al momento giusto. Allegri ha capito perfettamente quanto l’ambiente bianconero avesse nostalgia del suo corto muso, del suo pragmatismo, del suo stile; ad Ancelotti non pareva vero che dopo le bizzarre scaramucce con De Laurentiis e l’avventura di livello inferiore alle sue abitudini vissuta con l’Everton, gli ricapitasse l’opportunità di sedersi nuovamente sulla panchina della casa Real; infine, ero a Roma quando è stato dato l’annuncio di Mourinho, e per un giorno la città si è fermata solo a sentire il suo nome.

Poco importava che arrivasse da annate non esaltanti, poco contava che il progetto squadra fosse ancora embrionale, perché “amico mio, se ce sta Mourinho in panchina ne fa 70.000 ogni domenica”. Esagerati, pensavo, e invece è andata proprio così.

Tutti e tre sono stati così intelligenti da capire che questa era l’avventura che cascava a fagiolo in questo momento della loro carriera: e se per due di loro era un ritorno su luoghi di ricordi felici, Mourinho ha capito perfettamente che alla sua carriera serviva un posto dove potesse rivestire i panni del capo-popolo, della guida spirituale, esercitare quel fascino che nelle ultime stagioni stava scemando.

Questa intelligenza emotiva si è trasformata in una empatia tra le componenti del progetto che ha aiutato non poco nel cammino, grazie al ricorso all’identità storica del club:  Re Carlo recita alla perfezione il ruolo del secondo padre, ma convince il pubblico ed il club facendo ciò che alla Casa Real più amano, cioè vincere. Allegri ha ridefinito la Juve abbandonando i principi giochisti e innovativi di Sarri e Pirlo, non ottenendo di più a livello di risultati (e ne parleremo dopo), ma stringendosi attorno ad una idea granitica di cosa debba accadere in campo quando sulla panchina bianconera ci sta lui: pur più divisivo di Ancelotti, è sostenuto dalla maggioranza dei tifosi, che difficilmente vorrebbero un altro su quella panchina.

Infine, per Mourinho parlano le immagini post semifinale, in cui si commuove dopo aver raggiunto la finale di una coppa di terza fascia, dopo aver vinto più volte la Champions, e lo fa davanti a 70.000 spettatori che avevano comprato il tagliando in 20 minuti dal ticketing start: l’identificazione con la piazza è totale, ha fatto della Roma una squadra che lotta in nome dei colori che porta, che si attacca alla maglia, che gioca insieme al suo pubblico, esattamente ciò che i sostenitori giallorossi cercavano da anni. Se una volta la piazza soffocava i giocatori, lui è riuscito nella difficile impresa di “normalizzarla”, farla vivere non come un generatore di stress ma come un pubblico che può perfino aiutare. In più, è il nome che serviva ai Friedkin per “vendere” il progetto: ecco servita l’unità di intenti anche sulle sponde del Tevere.

Il credito iniziale

Se il punto precedente è una nota di merito importante, per tutti e tre va detto però, chiaro e tondo, che hanno goduto di un credito enorme, di cui altri colleghi non avrebbero mai goduto.

Su Ancelotti il credito non è tanto sul campionato che ha svolto, in cui si è messo in testa dal principio, ma sul fatto di esser stato chiamato da un club di questo livello dopo esperienze di livello inferiore e la sensazione di esser incamminato verso il Sunset Boulevard: già la sola chiamata definisce il credito che Florentino Perez gli avrebbe dato, insieme allo spogliatoio.

Per Allegri e Mourinho il discorso è diverso: le loro stagioni hanno vissuto momenti tutt’altro che esaltanti, e va detto che per molto meno alcuni colleghi avrebbero rischiato la testa prima. In fin dei conti, il mantra dei loro detrattori è che Pirlo aveva fatto più punti e portato a casa più trofei, così come Fonseca aveva una media punti superiore rispetto a quella del vate di Setubal. I giudizi sui loro predecessori insomma erano molto più severi, ed a loro probabilmente alcuni scivoloni non sarebbero mai stati concessi, dal club e dall’ambiente.

L’aver capito di avere questo credito quasi illimitato e l’averlo saputo gestire tuttavia resta una nota di merito: alcuni allenatori restano schiacciati dalle pressioni dell’ambiente, tanto da offrire quasi la percezione di non sentirsi saldi sulla loro panchina. Comunicativamente, Fonseca e Pirlo sembravano sembra in procinto di esser mandati via: non si ha mai questa percezione con Allegri e Mourinho, che ogni volta sembrano parlare dal salotto di casa propria, di esser parte della società per cui lavorano, di essere in qualche modo “necessari”, anche a dispetto di risultati non eclatanti.

Insomma, il passato un po' conta, e se ti chiami Ancelotti, Mourinho o Allegri ed hai vinto quanto loro, hai una credibilità diversa, proprio in virtù di quanto buono combinato in passato: e questo al di là dei giudizi istantanei, è una legge non scritta e sacrosanta dello sport. Il punto sta nell’usar bene quel credito, cosa che i nostri sembra stiano, almeno parzialmente, facendo.

E se avesse ragione Max?

“Il classico paga sempre: un anno posson andar di moda le righe, un anno i quadretti, ma un vestito grigio ben confezionato non passa mai di moda”, dice Max Allegri a proposito di Ancelotti e della sua intramontabilità. Al di là del tentativo di stringersi assieme in questo club di vecchie volpi (anche Mourinho si è sperticato di lodi), può essere che il tecnico bianconero non abbia tutti i torti: in fin dei conti alcune qualità sono degli alberi sempreverdi sulla cui solidità costruire le proprie fortune, molto più delle mode del momento e dei sistemi di gioco innovativi.

Queste qualità sono certamente più invisibili di un modulo di gioco o di una tattica stupefacente, ma resistono al tempo come poche: la capacità di Allegri di leggere le partite a match in corso, il rapporto umano che sa instaurare Ancelotti con le sue squadre, l’abilità di Mourinho di far quadrato coeso e resistente sono elementi che in nessun corso teorico a Coverciano si imparano, ma sembrano fattori necessari in qualsiasi epoca e in qualsiasi sport di squadra si voglia allenare con successo.

E’ vero, ogni tanto ci giocano un pochetto sopra, da buoni istrioni quali sono, e non bastano queste qualità invisibili a far vincere le proprie squadre, allo stesso modo però in cui non bastano i tatticismi esasperati: ci sono più vestiti, ed ognuno può scegliersi il suo, ma la sensazione è che prima di esser messi in naftalina, questi abiti possano ancora tornare utili.

Conclusioni: è solo nostalgia da boomer?

Quella generazione cresciuta con i successi di questi tre non potrebbe che essere felice di un loro ritorno in auge, soprattutto perché la farebbe sentire ancora giovane: ma questa nostalgia da boomer non è l’unico elemento di riflessione, perché ci farebbe perdere equilibrio nel giudizio.

Non sappiamo se quei tre sono ancora nomi su cui scommettere: per ora stanno dimostrando che possono portare a stagioni ancora sufficienti (nel caso del Real già strepitose), ma per fare svoltare decisamente il giudizio in positivo verso di loro, manca ancora un passaggio finale ma decisivo.

Le finali che disputeranno saranno l’ago reale della bilancia che può trasformare la stagione da sufficiente a qualcosa di più: nel caso del Real perché vincere Liga e Champions nello stesso anno sarebbe storico, nel caso della Juve perché qualificarsi in Champions e vincere la Coppa Italia sarebbe un bel primo passo nel progetto Allegri-bis, nel caso di Mourinho perché la sua Roma sarebbe la prima squadra italiana a vincere in Europa dopo l’Inter del triplete (ed anche a livello personale sarebbe incredibile).

Insomma, sul carrello dei bolliti misti manca la mostarda, ma spesso è proprio quella a soddisfare o meno il palato.

Alla fine Allegri, Mourinho ed Ancelotti saranno appesi a ciò che di fatto ha segnato le loro carriere: il risultato finale, la vittoria come elemento decisivo e superiore a tutto il resto, perché lo sport ripaga sempre con le monete più adatte. Chiamateli risultatisti, chiamatemi boomer, ma in queste finali un sorriso a vedere ancora loro sfidare il tempo che passa ci scapperà.

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Torinese e granata dal 1984, dopo una laurea in Filosofia, opto per diventare allenatore professionista di pallavolo, giusto per assicurarmi una condizione di permanente precarietà emotiva e sociale. Questa scelta, influenzata non poco dalla Generazione di Fenomeni che vinse tutto a cavallo degli anni 90', mi porta da anni a girovagare per l'Europa inseguendo sogni e palloni, ma anche a rinunciare spesso a tutto il resto di cose che amo fare nella vita: nei momenti di sconforto per fortuna esistono i libri, il mare, il cioccolato fondente e le storie di sport in cui la classe operaia va in paradiso.

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