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7 min

- di Michele Cecere

Pep Guardiola e la Champions, storia di un tormento


Al Santiago Bernabeu è andata in scena l'ultima replica dell'amore-odio tra Pep Guardiola e la sua nemica di sempre: la Champions League.


Pep Guardiola si siede in panchina ma accanto a lui non c'è nessun membro dello staff tecnico. Alle 20.12 il Santiago Bernabeu è ancora semi-deserto: nonostante la tensione della vigilia di una semifinale europea neanche i tifosi hanno avuto la premura di anticipare l'arrivo allo stadio. I calciatori di Real Madrid e Manchester City sono ancora negli spogliatoi, pronti, di lì a qualche minuto, a scendere in campo per il riscaldamento. La solitudine intorno a Guardiola sembra stridere con l'eccitazione dell'aria. Si strofina gli occhi, la regia stacca sui tuffi di Courtois in allenamento, poi ritorna su di lui: sbadiglia, distoglie lo sguardo. Al contrario della tranquillità bonaria e sorniona di Carlo Ancelotti, Pep sembra già teso.

Per l'ennesima volta, la sua spedizione europea si conclude con un tormento, una delusione ai confini dell'illogicità. Le sconfitte di Pep Guardiola in Champions assomigliano a una mistica: si basano su una rivisitazione fideisticamente pessimistica della legge di Murphy: è certo che qualcosa, nei cambi di Pep, nelle sue scelte dal primo minuto, nelle occasioni sprecate dai suoi attaccanti, insomma qualcosa, nel corso dei 180 minuti andrà storto e gli costerà la qualificazione.

Sono passati undici anni dall'ultima Champions League vinta da Pep. Lo scorso maggio, dopo la finale persa contro il Chelsea, Sandro Modeo paragonò la sua parabola a quella di Roger Federer: «solo una minoranza contesta il suo primato “estetico”, ma i competitor diretti (e non solo) cominciano a batterlo con frequenza, sovvertendo la leadership». Carlo Ancelotti, ad esempio, lo ha eliminato due volte: oltre a ieri sera, successe nel 2014 (quando Pep era al Bayern Monaco) con l'umiliante passivo di 5-0, con quattro gol rifilati all'Allianz Arena. Per non parlare della generazione di tecnici tedeschi, la vera nemesi storico-tattica di Pep: nel 2018 fu sconfitto ai quarti dal Liverpool di Klopp (che non a caso giocherà la terza finale in cinque anni) mentre nel 2021 ha dovuto arrendersi in finale alla solidità di Tuchel e del suo Chelsea.

Com'è possibile, allora, che il tecnico più influente di quest'epoca inanelli fallimenti così macroscopici nella competizione più prestigiosa in Europa?

Nell'intervista televisiva del post-partita, ieri Guardiola ha detto: «Anche all'89esimo non mi vedevo in finale perché conosco il Bernabeu. Il Real Madrid è capace di queste imprese, complimenti a loro. Noi passeremo dei brutti giorni». Parlare col senno del poi è facile ma lo sarebbe altrettanto non ricalcare il fatalismo di quelle parole. Cosa significa che il Real è capace di queste imprese? È un'ammissione di colpa, di inferiorità?

Oppure per Pep Guardiola la Champions League è diventata una cabala incomprensibilmente astrusa?

Per quanto possano essere discussi i fondamenti su cui negli anni si sono basati i suoi fallimenti europei, stiamo pur sempre parlando di un'eliminazione impronosticabile a un solo minuto dalla fine. Una sconfitta proveniente da due soli episodi, due mischie confuse in area, eppure è anche a questo che si riduce l'ingiustizia del calcio. Anche dopo un dominio di 179 minuti, la Champions diventa un incubo. La doppietta di Rodrygo, il ritorno del Real Madrid dalla finestra socchiusa di una partita che sembrava già finita, poi il rigore di Benzema. Ancora una volta tutte le componenti episodiche sono girate contro Pep, a favore dell'affermazione leggendaria di una squadra che ormai, in Champions League, gioca in dodici: gli undici blancos che scendono in campo, e la storia che si compie con loro.

Il discorso della maledizione e del tormento può essere però allargato all'evoluzione calcistica degli ultimi anni, che se non è la causa strettamente connessa alla sconfitta di ieri sera, può fornire comunque degli spunti di riflessione sulla natura dei due amici-nemici: la Champions League, e il calcio di Pep.

Nel contesto tattico-evoluzionistico europeo Pep Guardiola è sempre di più una mosca bianca e solitaria, filosoficamente slegato dall'ambiente culturale contemporaneo, persino in Premier League. E se i suoi tonfi in Champions ne sono sono il fenomeno evidente, è da questa unicità ideologica che soggiace il dubbio che il calcio cruyffiano-posizionale ricodificato da Pep si sia spinto fino agli estremi conoscitivi e prestazionali, nell'era iper-cinetica delle transizioni e del gegenpressing di matrice tedesca: ne sono un valido esempio il Liverpool di Klopp e le squadre di Tuchel, o persino il Bayern di Flick-Nagelsmann.

Il calcio posizionale di Guardiola si basa sulla fusione di due concetti: il controllo ossessivo del pallone, come strumento adottato per disordinare l'assetto difensivo avversario, e l'ormai celebre regola dei cinque secondi per la riconquista in pressing. È inevitabile sottolineare come questo sistema filosofico sia stato modulato intelligentemente da Pep nei paesi (Germania e Regno Unito) in cui ha allenato dopo l'addio al Barcellona. Se al Bayern questo adattamento aveva inglobato la potenza fisico-cognitiva della scuola tedesca (e quindi non si rinuncia più ad arrivare sul fondo e crossare per la punta, il gioco si sviluppa su tutta l'ampiezza del campo e non solo al centro), è al Manchester City che l'evoluzione del calcio totale di ispirazione olandese ha raggiunto le sue vette assolute. La fusione tra il calcio di posizione e alcuni concetti tipici del calcio inglese, come l'attacco alla seconda palla sulla riconquista e la modulazione di un pressing non più così feroce, ha portato Guardiola a vincere tre Premier League in quattro anni (e quest'anno potrebbero diventare quattro su cinque).

I confronti diretti tra la filosofia di Cruyff-Guardiola e quella tedesca sono però imbarazzanti: negli ultimi tre anni Tuchel ha raggiunto due volte la finale di Champions (di cui una persa, appunto, contro il Bayern allenato da Flick), e il Liverpool potrebbe centrare il suo secondo trofeo europeo dal 2019 in poi. Mentre il Manchester City di Pep, oltre alla finale del 2021 e alla semifinale di quest'anno, non si è spinto oltre i quarti.

Per questo, se il dominio nazionale del City andrebbe discusso con un coinvolgimento maggiore, visto che la portata qualitativo-economica della Premier League inizia ad assomigliare a una specie di proto-Superlega, il fatto che questo percorso non vada di pari passo con l'affermazione europea è quantomeno curioso. A primo acchito si potrebbe anche pensare che la risposta ai tormenti di Pep Guardiola in Champions stia nell'impossibilità dell'identificazione dell'uno nell'altra. La Coppa dei Campioni è un torneo episodico, irrazionale, che ha una mistica interna insondabile per uno scienziato-filosofo come Pep: la sua mania del controllo per qualsiasi elemento fisico si trovi in campo, a cui a onor del vero va aggiunta la sua scarsa reattività ai contesti sfavorevoli della partita, potrebbero aver toccato il loro limite a questo livello. Insomma è impossibile trovare una spiegazione a una Coppa così illogica, così breve eppure per questo così esteticamente irripetibile.

Poi però c'è la questione dell'overthinking.

Ovvero di tutte quelle sovrastrutture mentali che negli anni hanno limitato le spedizioni europee di Pep. Come la bizzarra idea di giocare con cinque difensori di ruolo contro il Lione nel 2020, una scelta che non gli è costata solo una crisi posizionale in fase offensiva, ma anche una pruriginosa vulnerabilità agli attacchi in transizione della squadra di Garcia (1-3, doppietta di Dembelé e gol di Cornet). Per non parlare della disfatta di Monaco nel 2017, al primo anno sulla panchina dei Citizens: ancora una volta, contraddicendo la struttura creata nel corso della stagione, Pep si ritrova a subire cinque gol dopo aver messo in campo un 4-3-3 ibrido, colmo di mezze punte (il solo Fernandinho davanti alla difesa) e con tre terzini titolari in difesa.

Il 10 aprile Guardiola è stato intervistato da Dazn Canada, e una delle domande dei giornalisti riguardava proprio questo aspetto. «I overthink a lot» ha risposto Pep (lascio volutamente in lingua originale perché in italiano non esiste un corrispettivo adeguato al verbo overthink), poi con un po' di involontario sarcasmo ha continuato: «è per questo che ottengo sempre buoni risultati in Champions League».

Così arriviamo all'ultimo overthinking, quello della notte di Porto dello scorso 29 maggio. Il Manchester City arriva alla finale nel migliore momento della sua storia recente: è campione d'Inghilterra da quattro settimane, e un mese prima ha battuto il Tottenham in finale di EFL Cup. In semifinale di Champions Pep ha stritolato le stelle del PSG attraverso un gioco meno spettacolare ma più variegato, colmo di novità strategiche ma senza strafare. È il City del doppio falso nueve Gundogan-De Bruyne, dei colpi di Mahrez e della sicurezza difensiva di Rodri. Eppure anche quella sera Pep manda in fumo la colonna vertebrale della sua stagione: gioca con Sterling centravanti, il capocannoniere Gundogan (17 reti in stagione) viene piazzato davanti alla difesa e Rodri, l'equilibratore della squadra, viene relegato in panchina per 90 minuti.

Poi arrivò il gol di Havertz, la solidità del Chelsea di Tuchel, l'infortunio di De Bruyne, il bacio alla medaglia d'argento (che addirittura Papa Francesco arrivò a commentare, definendola una «vittoria umana»). Come ogni momento clou, la partita della riaffermazione di Pep Guardiola sui massimi palcoscenici internazionali si trasforma in un incubo dentro altri incubi. Una sensazione simile a quella che Pep avrà provato ieri sera, ripensando ai gol sbagliati da Mahrez e Foden all'andata, una partita monopolizzata eppure non chiusa (terminata poi 4-3), sintomo di una fragilità tale da condurre il City all'eliminazione. Come si spiega razionalmente un fenomeno così assurdo?

Oltre a essere stata una sfida colma di spettacolo e intensità, delle giocate utili di Gundogan e Benzema almeno quanto quelle esteticamente inebrianti di Mahrez e Vinicius Jr., Real Madrid-Manchester City rappresenta kantianamente il noumeno della Champions League: una partita-archetipo che ci riconnette all'irrazionalità del calcio, alla sua vena romantica e allo stesso tempo crudele, al peso della gloria aristocratica che trasuda dalle mura del Santiago Bernabeu. A un certo punto, pochi secondi dopo l'1-1 di Rodrygo, in telecronaca Massimo Ambrosini ha detto: «Comunque vada, stasera siamo testimoni della storia». E non è difficile immaginare che a una frase così definitiva avrà pensato anche Pep. Avrà pensato che non è solo una questione di overthinking, che forse Ancelotti non ha fatto un patto col diavolo e che in fondo la Champions League è così, immutabile e dinamica, e nessuna nuova mossa o innovazione tattica può arginarne il Caos.

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Nato a Giugliano (NA), classe 2000. Appassionato di cinema, letteratura e Fabrizio De André. Studia ingegneria per cercare un raziocinio alla sua venerazione per Diego Armando Maradona.

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