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3 min

- di Matteo Orlandi

Considerazioni sparse post Real Madrid-Manchester City (3-1 d.t.s.)


Bigger than life.


- Cosa rende la Ferrari “la Ferrari”? Cosa rende il Tour de France “il Tour de France”? Cosa rende Federer ”Federer”? Cosa rende il Real Madrid “il Real Madrid”? Cosa ti rende un’icona senza tempo in un mondo iperattivo e in perenne movimento come il mondo dello sport? Non esiste una risposta esatta che non sia strettamente legata a ricordi personali, aneddoti, frammenti privati che tornano a galla. Forse peró è quella chiara sensazione di essere di fronte a qualcosa di troppo più grande di noi a creare soggezione, a incutere timore reverenziale, a spostare gli equilibri. Oggi il Real Madrid era troppo più grande del City, troppo più grande della Champions League, forse troppo più grande del calcio stesso. Bigger than life, direbbero a Manchester;

- La grandezza del Real Madrid non sta nella capacità quasi paranormale di non affondare durante le mareggiate del City. Non sta nemmeno nella classe di Benzema, che gioca malissimo e sigla un gol e un assist, perchè i veri campioni si vedono quando non sono in serata. Non sta nei cambi perfetti di Ancelotti, nelle parate allucinanti di Cortouis e nemmeno nella gioventù di Camavinga. La grandezza del Real sta in tutto in ció che accade dal gol del 3-1 in poi. Vicino al traguardo, il Real toglie il pathos, lo azzera, lo rimuove a modo suo. Spezza il ritmo, mette in campo qualche sceneggiata e traccheggia, mentre il pubblico ulula e si sente orgogliosa parte di quel qualcosa di troppo grande. È stato come guardare una piece teatrale di 15 minuti, in cui mancava solo la faccia beduina di Sergio Ramos, attore protagonista per tanti anni. Non c’era in fondo alcuna possibilità che il City potesse risalire la testa, ridotto nel finale a un gruppo di boy scout contro una gang di motociclisti;

- Il capolavoro del diavolo è quello di aver convinto tutti di non esistere, si dice. Il capolavoro di Ancelotti è invece quello di aver convinto tutti di essere un uomo normale. Vincere con quelle squadre è facile, gli dicono. Eppure oggi, ad esempio, ha vinto la squadra con la rosa meno forte e meno completa, come era capitato contro il Psg. Carlo V si conferma un impareggiabile burattinaio. Mai spaventato dalla prospettiva di perdere il controllo della partita, oggi tira a lungo i remi in barca, non riesce a fare male, si fa palleggiare a lungo in faccia, si sfilaccia addirittura a tratti nel finale. Ancelotti peró conosce troppo bene la mistica del gioco. Nessun cambio disperato, nessuno stravolgimento, nessuna idea pazza per cambiare l’inerzia e far vedere quanto è bravo. Continuare così, in attesa religiosa di qualcosa. Quel qualcosa è arrivato. Fortunato? Certo, come tutti i più grandi esseri umani di successo. Ma davanti a questo palmares chi ha il coraggio di parlare davvero di fortuna?;

- Per la terza volta in questa Champions il Real Madrid dilania il suo Bernabeu, sfruttandolo in ogni suo centimetro e facendoci chiedere se esiste un tetto massimo alla goduria che puó provare un tifoso di calcio nel corso di una stagione. Troppa grazia. Ricorderemo queste serate come partite illogiche, puntate di una stessa serie tv, con la squadra bianca che all’improvviso butta in mezzo palloni che finiscono tutti dentro, ribaltando ogni inerzia e facendo stracciare ogni pagina tattica. Quest’anno al Bernabeu arrivano dei momenti in cui c’è la sensazione che il Real possa fare gol ogni volta che tocca il pallone. Non avevamo mai visto niente del genere così a lungo. La finale a questo punto è quasi un’ appendice, una postfazione che probabilmente non sarà in grado di togliere o di aggiungere qualcosa a questa cavalcata irreale;

- Negli ultimi minuti Pep Guardiola sembrava onestamente una persona alle prese con un dramma umano. Seduto in silenzio, maniche del dolcevita alzate, sguardo assente. Qualche timida protesta per i minuti di recupero, qualche applauso di incoraggiamento pro forma. In fondo bastava fare un gol per andare ai rigori, ma Guardiola aveva già capito. Era passato un treno sulla sua squadra e l’unica cosa da fare era aspettare il fischio finale. È l’ennesima eliminazione dolorosa per un allenatore grandissimo, così grande che rischia per paradosso di venire ricordato tra qualche anno come uno dei più forti perdenti della storia di questo sport, visto il sesquipedale numero di eliminazioni nella fase finale, aumentato a dismisura nelle ultime stagioni. Il City meritava di passare, come quasi sempre, ma non conta niente. Oggi prova a coprirsi, a stare basso, ma non funziona. Va in vantaggio, ma non basta. La mistica e la paura (Fernandinho per Mahrez?) feriscono a morte Pep. L’infortunio di Walker rompe il castello difensivo e la frana psicologica finale apre voragini inattese. Parliamoci chiaro. Con questi investimenti, con questa rosa, una sola finale di Champions (persa) in sei stagioni, è un flop.

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È nato pochi giorni dopo l’ultima Champions League vinta dalla Juventus. Ama gli sportivi fragili, gli 1-0 e i trequartisti con i calzettini abbassati. Sembra sia laureato in Giurisprudenza.

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