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15 min

- di Luigi Vincenzo Repola

Come riconoscere un fallimento del Napoli in quattro semplici mosse


Uno studio fenomenologico per comprendere le dinamiche dietro alle partite decisive giocate dal Napoli e terminate in una specie di psicodramma. Un processo dilaniatorio dell'anima napoletana diviso in 4 passaggi che trasforma un match di calcio in una tragedia impressa nella memoria collettiva


Tra la 32esima e la 34esima giornata di Serie A il Napoli è riuscito nell’impresa di rendere il terzo posto in campionato e un posto certo nella prossima Champions League un qualcosa di simile ad un fallimento.

Il pomeriggio del 3 aprile gli uomini di Spalletti battono 3-1 l’Atalanta a Bergamo, mentre l’Inter riesce a vincere la Juventus allo Stadium e il giorno dopo il Milan è bloccato in casa dal Bologna.

E' la 31esima giornata e il Napoli si trova con tre punti di vantaggio sull’Inter - che ha ancora la partita da recuperare - e uno in meno dal Milan, con i rossoneri con evidenti difficoltà nel mettere il pallone in porta.

Le successive tre giornate di campionato, contro Fiorentina, Roma ed Empoli, il Napoli conquista un solo punto, vedendo le milanesi volare ad una distanza siderale, abbandonando i sogni Scudetto e rendendosi conto che la Juventus è tornata a soffiare sul collo della squadra di Spalletti, ormai distante una sola lunghezza in classifica.

Chiaramente, i media napoletani hanno dato il via al processo, con Spalletti, De Laurentiis e alcuni giocatori ritenuti i principali soggetti colpevoli di questo trittico mortale per le speranze tricolori degli azzurri.

Fatte salve le motivazioni sportive, però, quello che emerge da questa terribile serie di disfatte registratesi in tre settimane è la presenza di particolari processi costanti dietro le sconfitte del Napoli dell'ultimo decennio in match valevoli la vittoria del campionato o qualsiasi altro obiettivo degli azzurri. 

Si tratta di una serie di dinamiche che coinvolgono quasi in maniera mistica i momenti decisivi recenti dei napoletani, una Via Crucis che sembra seguire sempre il solito percorso.

1. LA PREMESSA

Affinché una sconfitta del Napoli possa rientrare nella categoria fallimento è necessario che il contesto di partenza sia caratterizzato una connotazione positiva.

Nella stagione 2011-2012, il Napoli supera la fase ai gironi di Champions League, dopo la qualificazione al torneo continentale per eccellenza raggiunta ad un ventennio dall’ultima volta.

In un gruppo con Manchester City, Bayern Monaco e Villareal, la squadra di Mazzarri finisce dietro alla compagine tedesca, guadagnandosi il pass per gli ottavi di finale.

L’urna dei sorteggi fa combaciare nella prima partita della fase ad eliminazione diretta il Napoli con il Chelsea, in quel momento guidato dall’allenatore portoghese Andreas Villas Boas, il “nuovo Mourinho”, dicono. Poteva andare meglio, ma a Napoli non sono totalmente insoddisfatti dell'avversario. Il Chelsea, infatti, è in difficoltà.

E allora al San Paolo il 21 febbraio si affrontano una squadra chiaramente inferiore in termini di qualità, ma con un tridente composto da Marek Hamsik, Ezequiel Lavezzi e un attaccante uruguaiano capace di trasformare in gol qualsiasi sfera gli passi intorno, Edinson Cavani, e dall'altra parte un gruppo che non sembra avere la forza di reagire ad un crollo verticale e quasi inesorabile. 

La partita inizia malissimo per gli azzurri che prima dello scoccare della mezzora sono sotto. Paolo Cannavaro liscia clamorosamente in area un pallone che si accomoda sul delicato piede di Juan Mata, che fa uno a zero. Undici minuti dura il vantaggio, il Napoli ne fa tre grazie alla doppietta del Pocho Lavezzi e di Cavani. E sfiora anche il quattro a uno, con Maggio che riesce a colpire il terzino inglese Cole a pochi passi e con l’intera porta sguarnita, ad esclusione del lembo di terra coperto dall’esterno dei Blues.

Nell’articolo dedicato al match, la redazione di Sky Sport racconta di una vittoria “che sa di seria ipoteca per il passaggio del turno”. Ecco la premessa.

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Bisogna andare a giocare a Londra, ma due gol di scarto fanno ben sperare. 

Le cose poi sembrano addirittura andare meglio perché il Chelsea a 10 giorni dal match di ritorno a Stamford Bridge esonera Villas-Boas, mettendo la panchina e il destino della squadra nelle mani del suo secondo, Roberto Di Matteo. Definire i blues come in un team in difficoltà pare un eufemismo ed è chiaro a tutti che Di Matteo è lì per consegnare la barca a navigatori più esperti.

Poi arriva il 14 marzo 2012.

Il Chelsea ospita il Napoli per il ritorno degli ottavi di Champions League e a mettersi in mostra sono i giocatori che con Villas-Boas avevano i maggiori problemi, i cosiddetti senatori.

Il primo gol lo segna “sempre Drogba, meravigliosamente, incredibilmente Drogba”.

L’ivoriano anticipa di testa Aronica e fa uno a zero. Il secondo gol va registrato a nome di un altro dei big, John Terry, perfetto nel prendere il tempo a Campagnaro e di nuovo ad Aronica. Con questo risultato passerebbe il Chelsea.

Lo stesso difensore numero 26 pochi minuti dopo rinvia centralmente - e quindi male - un pallone proveniente da un cross dalla destra, che finisce sul petto prima e sul piede poi di Gokhan Inler. Il centrocampista napoletano in quegli anni da fuori area è in pratica un sentenza. Gol. 2-1. Passa il Napoli.

E invece no. Un goffo movimento di Dossena in area di rigore degli azzurri, con un braccio a dir poco largo su un colpo di testa di Ivanovic è la causa del rigore che porta il Chelsea sul 3-1, messo a segno da Frankie Lampard, il capitano.

E infine, all’ultimo minuto del primo tempo supplementare sempre Ivanovic, in posizione da punta centrale, fa quello che deve fare, cioè mettere in porta il pallone del 4-1. La partita si conclude così, parte "One Step Beyond" dei Madness e gli inglesi possono esultare.

Nonostante il Napoli di Mazzarri fosse stato capace di giocare alla pari, se non addirittura meglio contro la squadra che poi la vincerà la Champions League, va fuori, eliminata ai supplementari. 

In questa occasione gli azzurri hanno da recriminare per alcune occasioni da gol sprecate (ancora oggi il quasi 4-1 di Maggio a Napoli viene vissuto con un certa dose di sofferenza), ma sembra chiaro che il nemico era davvero di quelli difficilmente arrestabili.

Il Napoli crescerà, queste partite serviranno ad evitare certi errori, certe ingenuità. Forse.

2) LA SPERANZA

Il 21 ottobre 1977 arriva nelle sale italiane un film fantascientifico, il primo di nove che formeranno quella che è forse la saga cinematografica più importante della storia del cinema. Si tratta di Star Wars e il primo della serie si intitola Episodio IV - Una nuova speranza

Il 22 aprile 2018 per i napoletani è il principio della nuova speranza. Il Napoli guidato da Maurizio Sarri batte 0-1 la Juventus allo Stadium e accorcia le distanze in classifica dalla squadra di Max Allegri, ritrovandosi ad un solo punto di distanza a quattro giornate dalla fine. Mai una squadra era così vicina a soffiare lo scudetto ai bianconeri dalla stagione 2011/2012, quella del primo scudetto dell’era Conte.

E’ una nuova speranza per gli uomini di Sarri perché già due anni prima, nella stagione d’esordio dell’allenatore toscano all’ombra del Vesuvio, gli azzurri erano stati capaci di lottare per il primato dai tempi di Diego Armando Maradona.

Ma il 28 aprile 2018 c’è una nuova speranza. 

Se la vittoria allo Stadium è, quindi, la premessa, la speranza si materializza durante la giornata successiva, durante il match tra Inter e Juventus.

A San Siro i bianconeri dal minuto 13 del primo tempo sono in vantaggio grazie al gol di Douglas Costa, gentilmente servito da Juan Cuadrado. E non è una buona notizia per il Napoli, oltre che per l’Inter. I nerazzurri, poi, restano in dieci cinque minuti dopo perché l’arbitro Orsato, dopo il controllo VAR, ritiene da cartellino rosso l’intervento di Matias Vecino su Mario Mandzukic. 

Eppure, per poter essere inserita nell’elenco dei momenti definibili fallimento del Napoli è necessario che questa esperienza sportiva abbia come secondo fenomeno quello della speranza, dell’evento favorevole che provoca al protagonista il pensiero che l’impresa possa essere portata a termine.

Allo stadio Giuseppe Meazza questo processo passa dal concetto teorico all'elemento empirico attraverso il corpo di Mauro Icardi.

Al 52esimo un colpo di testa dell'argentino si trasforma pareggio per i milanesi.

Ma l’apice della speranza si raggiunge al minuto 65, quando il difensore bianconero Andrea Barzagli viene colpito sugli stinchi da un pallone sporco messo in mezzo dall’esterno nerazzurro Ivan Perisic. La sfera finisce in rete e a Napoli si esulta come se avesse segnato Dries Mertens. In quel momento gli azzurri, se dovessero vincere il giorno dopo a Firenze, sarebbero in testa al campionato a poche giornate dal termine.

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Un’estasi, una gioia che si schianterà drammaticamente in 2 minuti, dal minuto 87 al minuto 89, per colpa dei gol di Cuadrado e di Higuain, nel frattempo passato proprio dal Napoli alla Juventus.

La Juve vince 3 a 2 a Milano e il Napoli va in bambola. Il giorno successivo, a Firenze, la squadra di Sarri si scioglie contro i viola, cancellando la possibilità di restare attaccata ai bianconeri, chiudendo la storia del campionato stagione 2017/2018.

La scelta di utilizzare una partita non giocata dal Napoli per spiegare un fallimento del Napoli è necessaria. Gli azzurri soffrono, anche senza viverla personalmente, la dinamica della premessa prima e della speranza poi. Aver raggiunto i bianconeri dopo il match di Torino in quei giorni attiva nell'area metropolitana di Napoli un processo emozionale che sembrava inarrestabile, che solo un elemento avverso può trasformare in un crollo psicologico. E arriviamo al terzo punto.

3) L’ELEMENTO AVVERSO

Dopo la stagione 2012-2013 c’è un momento di trasformazione nella rosa del Napoli. L’allenatore dell’ultimo quadriennio, Walter Mazzarri, lascia Fuorigrotta e assieme a lui parte, direzione Parigi, il goleador, la punta di diamante della squadra, Edinson Cavani. Con i soldi ricavati dalla cessione del Matador, De Laurentiis porta a Napoli diversi giocatori, tra cui Raul Albiol, Mertens, Jose Maria Callejon e Higuain.

All'ex-attaccante del Real Madrid, quindi, spetta il compito di non far sentire la mancanza dell’uruguaiano. Alla sua prima stagione napoletana, il Pipita segna 17 reti in Serie A, meno quindi rispetto a Cavani, ma il Napoli è una squadra diversa, Higuain è un giocatore diverso.

Gli azzurri, ora guidati da Rafa Benitez, approcciano diversamente alla fase offensiva. Se con Mazzarri il motto sullo stendardo azzurro sarebbe potuto tranquillamente essere “la verticalità al potere”, con l’allenatore spagnolo il gioco prevede un maggiore possesso del pallone, con una costruzione più corale dell’azione da gol.

E infatti Higuain non si avvicina alle segnature messe a referto da Cavani nel campionato precedente (29), ma la squadra complessivamente realizza più reti nella stagione 2013-2014, chiudendo l’annata a 78 punti.

Un terzo posto che permette al Napoli di giocarsi l’ingresso alla fase a gironi di Champions League. I playoff però finiscono malissimo, con il Napoli estromesso dalla coppa dopo i match con l’Athletic Bilbao, nonostante diverse occasioni da gol mandate a farsi benedire dagli uomini di Benitez.

Il Napoli retrocede, quindi, in Europa League. La stagione non è delle migliori in campionato, dove gli azzurri faticano a tenere il passo di Roma e Juve, arrivando a subire il sorpasso anche della Lazio. Ma la squadra riesce a mettere in bacheca la Supercoppa Italiana dopo oltre vent’anni, battendo la Juventus in finale.

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Il destino dell’annata, però, sembra poter essere salvato. La prima occasione è la semifinale di Europa League con il Dnipro. Il doppio confronto finisce con una vittoria degli ucraini (2-1 in aggregato), ma la partita passerà alla storia per la sfuriata del presidente De Laurentiis contro il presidente della Uefa dell’epoca Michel Platini e la gestione della governance europea del calcio.

Non raggiungiamo i livelli del cringe di The Office, ma ci siamo molto vicini...

Benitez sembra ormai l’ex-allenatore del Napoli, considerando che le voci di un suo passaggio al Real Madrid per sostituire Carlo Ancelotti si fanno fitte e in città molti hanno l’impressione che lo spagnolo sia già con la testa a Valdebebas.

Ma c’è ancora un’occasione, c'è ancora una speranza. Una possibilità per il Napoli di recuperare quest’annata attraverso la qualificazione ai playoff della Champions League.

Gli azzurri sono a tre punti dalla Lazio e all’ultima giornata le due squadre si affrontano al San Paolo. Il Napoli deve vincere, può solo vincere per scavalcare gli uomini allenati da Stefano Pioli e issarsi sul gradino più basso del podio della Serie A 2014-2015.

I partenopei hanno il beneficio dello scontro diretto vinto a Roma e quindi, in caso di parità di punteggio in classifica, finirebbero davanti ai biancocelesti. E’ praticamente un match ad eliminazione diretta.

L’inizio della partita vede il Napoli avere le occasioni migliori, con Callejon che non riesce a mettere il pallone in porta dopo un passaggio meraviglioso di Higuain. Alla mezz’ora, però, il dramma. Il tiro dalla distanza di Marco Parolo viene toccato in maniera quasi impercettibile da Inler. La traiettoria diventa imparabile per Andujar e il Napoli si trova sotto. Accusato il colpo, gli azzurri provano a rimettersi a lavoro, ma una palla persa nella trequarti della Lazio provoca una voragine nel sistema difensivo napoletano e Candreva si trova completamente solo davanti al portiere. 0-2 all’intervallo.

La miccia della speranza però è ancora viva negli uomini di Benitez e viene tenuta accesa da Higuain. Tra il minuto 55 e il 64’ il Napoli ne picchia due, entrambe le marcature messe a segno dal Pipita. Il San Paolo è un inferno e gli azzurri aggrediscono la partita e i ragazzi di Pioli con una rabbia che la squadra non mostrava da mesi.

All’ennesima sgroppata di Maggio sulla fascia destra, Lulic non può far altro che abbatterlo con un’entrata in scivolata fuori tempo. Gli azzurri chiedono il rigore, lo stadio intero sbraita e fortunatamente per loro l’arbitro è dello stesso avviso. Il fallo è in area. Una decisione discussa dai biancocelesti. Il contatto è evidente, ma che sia avvenuto in area di rigore è questione di centimetri, ma tant’è.

Dal dischetto si presenta il numero 9, Gonzalo Higuain, l’uomo della speranza. Rincorsa dritta rispetto al pallone. Prima dei passettini corti, quasi saltati, poi allunga la falcata per arrivare con il destro sul pallone. Colpisce la sfera con forza. Fuori, alta, in curva. Mani sul viso per il Pipita. Il portiere della Lazio esulta, urlando tutta la sua gioia e contestualmente tenendosi il fianco, come se afflitto dal classico colpo della strega. Una reazione di improvvisa senilità per esprimere la felicità rispetto ad un rischio scampato.

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Mancano 15 minuti dalla fine della partita e il risultato è 2 a 2. C’è ancora tempo per rimediare all’errore dal dischetto, ma il Napoli non riuscirà a riprendersi dallo shock per il mancato vantaggio, l’elemento avverso nella storia di questa partita.

La partita finirà 4 a 2 per la Lazio, grazie ai gol di Onazi e Klose tra il minuto 85 e il minuto 92. Gli azzurri saranno così superati anche dalla Fiorentina, vincente 3 a 0 in casa contro il Chievo Verona.

L’incapacità del Napoli di superare il trauma, lo stato di confusione successivo al rigore di Higuain si trasforma in una disfatta, un fallimento dell’ultima opportunità per andare in Champions League la stagione successiva. Un match essenziale per il destino degli azzurri, naufragato dopo essere andato così vicino all’obiettivo da poterlo sfiorare a causa della difficoltà nel rispondere ad un elemento avverso e inaspettato calato nella sceneggiatura dell'incontro.

L’anno successivo a Napoli arriva Maurizio Sarri e noi siamo all’ultimo stadio del processo.

4) LA TRAGEDIA

Dopo il terrificante finale di stagione con Rafa Benitez, il Napoli decide di cambiare guida tecnica. All'ombra del Vesuvio arriva Maurizio Sarri, ma l’inizio è quasi peggiore della fine appena trascorsa.

Infatti, il Napoli perde la prima a Sassuolo e pareggio le due successive con Sampdoria ed Empoli. La situazione cambia nel giro di pochi giorni, tra il match contro il Club Brugge di Europa League e quello successivo di campionato con la Lazio.

Il Napoli ne mette 10, reti egualmente distribuite nelle due partite e inizia una cavalcata che la incorona campione d'inverno alla fine del girone di andata.

Gli azzurri possono approfittare anche di un inizio a rilento della Juventus, da 4 anni detentrice del titolo. Ma la squadra di Allegri si riprende la inizia a vincere senza soluzione di continuità e la sfida per il primo posto arriva alla venticinquesima giornata, quando allo Juventus Stadium affrontano gli azzurri e i bianconeri.

La Juve è ad un solo punto di svantaggio rispetto al Napoli e durante la partita fa poco per rimediare a questa distanza. Un match definibile attraverso il dizionario del bravo giornalista sportivo con il termine “bloccato”.

Sarà l’ansia, sarà il posizionamento tattico della squadra di Allegri che elimina la possibilità degli azzurri di mettere in piedi quelle linee di passaggio create sapientemente dagli uomini di Sarri, utilizzando uno sviluppo triangolare del proprio possesso palla e che si sublima nella catena di sinistra, composta da Hamsik Insigne e Ghoulam, ma quel modo di gestire la partita, di prendersi il campo del Napoli che ha funzionato fino a quel momento, semplicemente non funziona.

La partita sembra addormentarsi verso un brutto zero a zero, quando a due minuti dal termine Simone Zaza, non proprio la prima scelta di Massimiliano Allegri lì in avanti, decide di entrare nella storia, proponendosi come elemento avverso nel processo di fallimento del Napoli.

L'attaccante lucano stoppa un pallone di petto, e si crea uno spazio per andare a colpire verso la porta. Il suo marcatore di riferimento, Koulibaly, resta un po’ attardato, lasciando al sette bianconero lo spazio per la conclusione.

Un tiro non particolarmente potente che, però, colpisce la schiena del difensore senegalese del Napoli. Questa leggera deviazione rende impossibile la parata da parte di Pepe Reina che non può fare altro pregare affinché quel pallone non vada in porta. Una supplica che non va a buon fine perché la sfera finisce diretta alle sue spalle, provocando l'esultanza di tutto lo Stadium.

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Ed ecco la costanza che possiamo rintracciare negli elementi costitutivi di un fallimento del Napoli. C'è la premessa, gli azzurri sono primi in classifica davanti alla Juventus e non sembrano soffrire il gioco dei bianconeri per tutta la partita. C'è la speranza, che si realizza nella circostanza che a 2 minuti dalla fine il risultato è ancora inchiodato sulla parità, che lascerebbe i campani in testa alla classifica. Però, c'è anche l'elemento avverso, il gol di Simone Zaza. Mancherebbe, infine, la tragedia. Ma quella ci arriviamo qualche settimana dopo. Esattamente il 3 aprile 2016.

Il teatro dell'Opera Finale necessaria per la costruzione di un fallimento del Napoli è lo stadio Friuli di Udine, dove si gioca il match valevole per la 32esima giornata di campionato tra Napoli e Udinese.

I bianconeri passano in vantaggio con un gol di Bruno Fernandes, ma vengono raggiunti da un missile da fuori area di Gonzalo Higuain, protagonista di un’annata storica per numero di reti fatte.

Gli azzurri la rimettono in sesto, se non fosse che alla fine del primo tempo Fernandes segna in rovesciata, poi Thereau mette il terzo gol per l’Udinese all'inizio della seconda frazione di gioco.

Higuain è nervoso. Dall’inizio della partita ha protestato con chiunque, arbitro, quarto uomo e compagni. E’ una caratteristica dell’argentino: quando le cose si allontanano da quella linea retta che il Pipita crede sia il giusto susseguirsi degli eventi, si innervosisce. Higuain vive nella stessa partita degli sbalzi umorali al limite della nevrastenia. Pare che l'argentino non riesca a gestire la pressione in certi momenti, che per un giocatore che ha fatto 100 gol con la maglia del Real Madrid, che ha disputato una finale mondiale non sembra un'eventualità possibile.

Ma quando Higuain ad un quarto d’ora dalla fine perde la testa, colpisce Felipe a palla lontana e si fa cacciare, ci si rende conto che la sensibilità emozionale del giocatore ha un peso importante nel rettangolo di gioco. L’attaccante argentino, poi, andrà muso a muso con l’arbitro Irrati, spingendolo e spingendo il Napoli lontano dal sogno scudetto.

"Accidental renaissance paintings"

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La stagione del Napoli finisce fondamentalmente qui. Troppo lontani dalla Juve per sperare nello scudetto, abbastanza tranquilli da non dover temere il rischio di perdere uno dei due posti utili per la qualificazione alla Champions League dell’anno successivo.

L’annata per gli azzurri serve solo a trasportare, sotto un insospettabile diluvio napoletano di metà maggio, Higuain a raggiungere quota 36 gol in 35 partite, nuovo record di gol in una singola stagione nella storia della Serie A.

CONCLUSIONI

Per prima cosa mi dispiace aver portato sulla via del dolore il lettore-tifoso del Napoli, a cui posso fare solo i miei più vivi complimenti se è riuscito ad arrivare fin qui senza entrare in un processo depressivo.

Non si tratta di voler fare un resoconto sadico di alcune delle peggiori sconfitte dell'ultimo decennio degli azzurri, più che altro questo cammino della sofferenza ci serve per cercare di comprendere alcune criticità che da un decennio il Napoli si porta avanti con un'involontaria quanto caparbia costanza.

Questo sorprende perché non è che in questo lasso di tempo siano mancate facce nuove tra allenatori e giocatori all'interno della rosa del Napoli, ma nonostante ciò il ripetersi di determinate dinamiche nelle pesanti delusioni degli azzurri ci porta a cercare di analizzare la causa scatenante di tutto ciò.

Qualcuno potrà pensare che ciò che non è mai cambiato è il presidente, la guida societaria, la dirigenza, ma alla fine De Laurentiis non scende in campo, non è lui che impatta fisicamente ed emotivamente la partita.

La presunta assenza di maturità nei momenti cruciali del Napoli è argomento spesso dibattuto. E non crediamo nel configurarsi di un carattere ancestrale, primordiale degli azzurri che non gli permetta di trasformare i momenti cruciali in attimi di gioia.

Ciò non toglie che esistano delle particolari dinamiche, una storia che si svolge seguendo lo stesso copione che trasporta inevitabilmente il Napoli in un dramma sportivo poi inspiegabile.

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