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4 min

- di Diego Canneta

In memoria di Ayrton Senna e Roland Ratzenberger


Ieri è intercorso il ricordo del più macabro weekend della storia della F1, punto 0 della sua nuova identità sportiva e umana.


Nulla fu mai più come prima. Sacrificati sull’altare della sicurezza, martirizzati, resi quasi un'entità astratta ma mai presenti e risonanti come da quel momento in poi. Diedero la vita per far aprire le coscienze, fin li occluse, annebbiate dal Dio denaro, sottovalutanti un problema ben più grande, celante sotto una massa di estrema ricerca della prestazione assoluta, totale, sfiancante.

Ora, proprio quando volendo cercare analogie con il comune mondo lavorativo, questa spinosa e drammatica pagina della storia cade proprio nel giorno della festa del lavoro, della valorizzazione dell’operaio, dell’impiegato, del professionista comune e perché no, del pilota. La sua sicurezza nel suo settore, contro le morti assurde e mai del tutto spiegate, ripagate, ricordate. Per il loro sacrificio, in questo caso, fu rivoluzionato tutto. Partì la più grande campagna sulla sicurezza che una categoria di mestieranti possa conoscere, tutt’oggi in corso e con innegabili progressi. 28 anni che sembrano ormai un eternità per chi, come me, era solo un ragazzino. Inconcepibili per chi, ragazzino lo è ora, ma rimangono per tutti, un lampo di memoria e di sensazioni uniche nella propria esistenza.

Lo sconosciuto prima, il campionissimo poi. In rigoroso e doveroso ordine di arrivo, questa volta non vittorioso, ahimè. La stessa età anagrafica, ma un pedigree assai e profondamente diverso, una differenza di carisma incolmabile, ma lo stesso e quanto mai immodificabile rispetto verso due sportivi che hanno raggiunto, semmai con svariate sfaccettature, l’apice della loro esistenza, terrena e sportiva. Tra i due un abisso, sia come presenza nel mondiale - 53 giorni il primo, 10 anni il secondo - che come mezzo meccanico - un cetriolo al primo, un astronave al secondo.

Un cetriolo al debutto, progetto basato su una piattaforma vecchia di qualche anno, usata senza fortuna dalla disgraziata Andrea Moda, team italiano durato il tempo di un caffè al bar. L’astronave invece stentava a prendere il volo, rimanendo ingarbugliata nei propri problemi di passaggio dalle sospensioni elettroniche a quelle a comando meccanico, così come imponeva il nuovo regolamento.

Tra i due un abisso di valore: il primo pagava a ”gettone” per correre gara per gara, in una squadra nata come lui da 53 giorni e che prima progettava e assemblava macchine da cucire; il secondo percepiva, da solo, quasi più della metà dei suoi colleghi messi assieme, dettando condizioni contrattuali e tecniche al team re di quel momento, ambito da tutti e solo da lui sognato e agognato prima, ottenuto e capitanato poi. Due famiglie di ceto diversissimo, impiegati austriaci statali i primi, fazenderi brasiliani i secondi, ricchissimi e stimatissimi, anche se negli anni a venire, sospettati di sfruttamento e condizioni di lavoro non del tutto chiare e cristalline.

Sabato 30 Aprile, la sfida per i due è partire per il primo, farlo più avanti possibile per il secondo, un testa/coda in senso figurato, ma che per il primo sarà vero e principale ingrediente della fine. La Simtek che girandola alla Rivazza danneggiando - a insaputa del pilota - l’ala anteriore. Nessun controllo ai box, proseguendo e terminando alla Villeneuve la propria corsa, nella carcassa distrutta con la testa reclinata e sanguinante. Il secondo, scrisse una lettera, nei suoi ultimi istanti di vita, ai genitori del primo, chiedendo perdono, perché dare un figlio in cambio di tutto questo era obiettivamente inconcepibile. Alla direzione gara, per chiedere modifiche e improbabilmente, per annullare il tutto. Il gregario, l’intruso, aveva scosso un mondo che non conosceva la morte dal 1986, pensando che il martirio di Elio de Angelis fosse un capitolo chiuso e irripetibile. La classe operaia che, subendo il destino e i fatti spesso macabri della vita, va in paradiso, non quello della gloria, ma quello ultraterreno e mai accertato.

Domenica 1 Maggio, la data nella quale, la maggior parte di ognuno di noi, ricorda un aneddoto, un luogo, un fatto della nostra vita accaduto in quel giorno, come me stesso, nitidamente e assolutamente incancellabile. Il campione esce di scena in un modo teatrale, quasi come se avesse deciso, scritto e immaginato luogo e scenario perché tutto così accadesse. Quasi a voler accompagnare, guidare e rendere immortale nell’immaginario collettivo, il suo ben meno illustre compagno di avventura. Prenderlo per mano, abbracciarlo spiritualmente, dandogli quel senso e quel sapore di unicità che tanto avrebbe sognato. L’ultimo sussulto di quel caso giallo, fece di quel week end, un punto di svolta del sistema, un segnale di cambiamento ormai non più derogabile e rimandabile. L’anima che esce dal corpo, con un sospiro profondo, come racconta il medico che fu tra i primi ad accorrere sul posto, a voler uscire da una macchina distrutta e martoriata, simbolo di una F.1 malata e bisognosa di cure immediate, importanti e decisive. Il dono ricevuto di una coscienza acquisita, come a voler proteggere i futuri cavalieri del rischio, benedirli e consacrarli nel proprio ricordo, nel proprio e drammatico sacrificio.

Anche i funerali furono un abisso, di diversità e intensità. A Vienna parteciparono solo piloti austriaci, Berger e Lauda, che tenne il discorso di commiato, su tutti. Era l’altro, il dimenticato, poche persone, poche emozioni circoscritte solo a quel gruppo mentre Ayrton tornò in Brasile in business class su richiesta esplicita della madre, che non voleva lasciare il feretro nella stiva, come un comune bagaglio. Un cerimoniale degno di un evento mondiale, una nazione che si fermò a piangere e commemorare il proprio simbolo, la propria bandiera e un mondiale di calcio, quello americano dello stesso anno, vinto dalla Selecao e dedicato alla sua memoria. Quello che non ha distanze abissali è il ricordo che ora abbiamo di loro. Una tribuna, alla Tosa, dedicata e tappezzata per il ragazzo austriaco, un bronzo piangente e umanamente segnante per il campione brasiliano, nel bosco del Tamburello. Più uno stupendo murales che guarda il cielo all’ingresso del paddock, a suggellare quello che si può ritenere come il suo mausoleo del vecchio continente.

La sensazione, mai sopita è che siano ancora qui, tra di noi, guardandoci e accarezzandoci dolcemente. Cosi come sarebbe bello pensare che, quella bandiera austriaca, caricata e celebrata nel caso Senna avesse vinto la corsa, sventoli tuttora sul rettilineo e sulle curve di Imola, innalzata a bordo di quella Williams che ancora, sta girando e sfrecciando assieme alla Simtek n.32, una di fianco l’altra.

Da 28 anni senza sosta.

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Nato il 3 agosto 1982 in un luogo sperduto ma bellissimo dell'Appennino Tosco Emiliano, Camugnano. Mi appassiono a 9 anni di quelle auto particolari chiamate Formula, guidate da quei caschi coloratissimi che mi folgorano l'esistenza. Imola e il suo Autodromo diventano la mia Mecca e le testate settimanali da corsa la mia Bibbia. Ogni veicolo da gara con 4 ruote mi contagia di interesse e mi cattura lo sguardo con il desiderio perpetuo di poterlo vedere dal vivo, ascoltare il suo urlo lacerante. Metto finalmente al servizio comune la mia passione.

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