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7 min

- di Michele Cecere

Napoli aveva un sogno nel cuore


Dopo un inizio di stagione pressoché perfetto, la sconfitta assurda di Empoli è diventata l'acme della degenerazione ambientale, mediatica e tecnica intorno al Napoli. La città non è mai stata così disaffezionata, ormai lo stadio Diego Armando Maradona suggestiona gli avversari solo per il nome che porta. I migliori calciatori in rosa sono in scadenza e ancora una volta, anziché ideare una strategia per uscire dalle difficoltà, De Laurentiis e i media acuiscono la tossicità dell'aria mettendo in discussione l'operato di Spalletti.


Il 22 aprile del 2018 il Napoli si gioca a Torino l'ultima chance per riaprire la corsa scudetto contro una Juventus che sembra di per sé irrefrenabile. Anche se gli azzurri arrivano allo scontro diretto con quattro punti di svantaggio l'atmosfera è incandescente (prima di entrare all'Allianz Stadium alcuni tifosi juventini accompagnano il pullman del Napoli con insulti e sputi, a cui Sarri replica rivolgendo il dito medio) e l'incornata di Koulibaly a tempo scaduto rispecchia perfettamente l'epicità della partita, che da un certo punto di vista è risultata anche uno scontro ideologico tra il calcio posizionale e tecnico del Napoli di Sarri e la concretezza della Juventus di Allegri.

Poi si sa, i napoletani non conoscono bene il giusto mezzo e invece di pensare alle ultime quattro giornate di campionato, quella notte di ritorno a Capodichino la squadra di Sarri trovò ad accoglierla circa quindicimila tifosi. Napoli sembrava una città assediata: le strade intorno all'aeroporto completamente bloccate dalla folla, in autostrada il traffico era così intenso che i (pochi) non appartenenti al jihadismo che i tifosi del Napoli esercitano verso una vera e propria fede, scendevano per capire cosa stesse accadendo. Nonostante i fumogeni, le urla, le bandiere con il volto di Maradona e il caos della folla l'unica componente uditiva presente nei video registrati quella notte è ovviamente il coro «sarò con te / e tu non devi mollare / abbiamo un sogno nel cuore / Napoli torna campione». I calciatori seduti accanto al finestrino del pullman, come Reina e Hamsik, sono accolti come imperatori trionfanti, rispondono ai tifosi con sorrisi attoniti, come se solo in quel momento realizzassero la portata storica dell'impresa.

Eppure non avevamo ancora vinto niente.

Quella notte ha segnato la vittoria della Bellezza del calcio totale sarriano o la sconfitta dell'estremizzazione speculativa di Allegri? E cos'ha significato invece per il Napoli? È stata la pietra miliare intorno a cui costruire un futuro da Grandeur europea, o l'ultima notte di felicità?


Quattro anni dopo, per citare l'Outro dell'ultimo disco di Fabri Fibra, Caos, «quei ricordi sono solo ombre». Perché, è vero, la sconfitta "in albergo" a Firenze – appena sette giorni dopo la vittoria di Torino – aveva già aperto una breccia nella storia contemporanea del Napoli, fatta della leggerezza dei sogni e incupita da quello scudetto svanito, ma è il tonfo fragoroso e assolutamente illogico di Empoli di domenica scorsa ad aver acuito la sensazione che qualcosa, e uso volutamente l'indefinito, a Napoli e nel Napoli si è rotto, è finito, si è spento irrimediabilmente.

Gli otto minuti assurdi in cui l'Empoli ha segnato tre gol alla migliore difesa della Serie A (fino a quel momento) rappresentano l'acme della degenerazione progettuale e ambientale che il Napoli, da quella notte estatica di Torino, vive senza soluzione di continuità.

Neanche l'arrivo di un tecnico esperto come Luciano Spalletti, che è comunque molto vicino a riportare il club ai gironi di Champions League dopo un biennio mediocre, ha fermato l'emorragia interna di un ambiente che di Grandeur porta solo un'idea platonica di sé. Dai tempi di Diego Maradona, i tifosi del Napoli si sentono in credito con il destino, con la fortuna, forse con il calcio stesso.

Come però Paolo Sorrentino fa dire a Federico Fellini in È stata la mano di Dio la realtà è scadente: lo stadio Diego Armando Maradona ormai incute un timore puramente retorico, dovuto alla semi-divinità del nome che porta (il Napoli quest'anno ha perso in casa contro Empoli, Spezia, Fiorentina, Atalanta e Milan), mentre la tifoseria non è mai stata così disaffezionata alla squadra e all'esperienza dello stadio. Basti pensare al fatto che la media spettatori del Maradona si attesta sui 25mila, poco più della metà di quella della Roma, che pure non vive una stagione esaltante, e delle competitor per lo scudetto Milan e Inter.

E il sentirsi un popolo calcisticamente eletto porta Napoli e i napoletani nel paradosso irrimediabile in cui è una vergogna lottare fino alle ultime giornate per lo scudetto e non vincerlo per limiti tecnici e caratteriali, ma allo stesso tempo è un fallimento puntare alla qualificazione in Champions League e non nutrire particolari velleità. Ne sono un esempio le contestazioni alla fine della stagione 2018/19, in cui il Napoli arrivò secondo in Serie A con tre giornate d'anticipo e che venne vissuto dalla piazza come una sconfitta. Quel che è peggio è che di questa mentalità sembra impregnato anche il club, che a poche ore dalla debacle contro l'Empoli, invece di compattare l'ambiente, ha proclamato un ritiro punitivo "a tempo indeterminato", poi saltato in un sarcastico remake dell'ammutinamento di due anni fa.

Uno dei pochi momenti di unione tra club e tifosi quest'anno: l'inaugurazione della statua dedicata a Diego Armando Maradona.

Il futuro di Spalletti è stato subito messo in discussione: si è parlato di un altro tentativo per arrivare a Vincenzo Italiano, già nella lista dei preferiti di De Laurentiis quando allenava lo Spezia. Poi La Gazzetta dello Sport ha parlato di un duro litigio tra lo stesso Spalletti ed Edo De Laurentiis. Insomma, a Napoli comunque vada è un fallimento totale dove tutte le componenti dell'ambiente accusano l'altra: il presidente non caccia i soldi, l'allenatore sbaglia i cambi e poi io l'avevo detto che era meglio quello prima, e i giocatori si vendono le partite per favorire questa o quella grande del Nord. I tifosi, per citare il vice-presidente del Napoli, Edo De Laurentiis, possono pure essere delusi tanto "non ce ne frega niente".

La volata iniziale del Napoli di Spalletti aveva messo una toppa sui problemi strutturali che il club si trascina da anni. Dalla fine del ciclo di Sarri (che anticipò un dubbio che è diventato certezza: a Napoli si può fare meglio di così?), il Napoli ha provato a rilanciarsi a tutti gli effetti come top club commettendo errori così marchiani da risultare incomprensibili. Prima ha scelto un allenatore del calibro di Carlo Ancelotti, il cui modo di allenare si è rivelato in netto conflitto tattico e umorale con la piazza, e poi ha rimandato continuamente il rinnovamento della rosa. Le sirene del PSG che suonavano per Allan e Kalidou Koulibaly non sono state neanche ascoltate e questo, insieme a campagne acquisti scellerate, ha portato il Napoli all'attuale difficoltà economica. Ancora una volta, tranne qualche raro exploit, come le partite di Champions League con PSG e Liverpool, e la Coppa Italia vinta nel 2020, il Napoli ha sempre deluso le aspettative.

Oggi alcuni dei migliori giocatori, come il capitano Lorenzo Insigne o il capocannoniere di tutti i tempi Dries Mertens, o ancora il portiere e leader difensivo David Ospina, sono a scadenza di contratto; altri come Koulibaly, Fabian Ruiz e Alex Meret lo saranno il prossimo giugno. E in questo contesto il club non ha più la forza di accontentarne le richieste per i rinnovi.

Negli ultimi giorni De Laurentiis è tornato una presenza quotidiana nella comunicazione del Napoli, ma lo ha fatto senza dare risposte precise. Lo abbiamo visto assistere agli allenamenti da bordocampo, girato di spalle alla fotocamera, con il fare paternalistico di un genitore che guarda i figli ribellarsi prima di cazziarli a dovere. È a questo che possiamo ricondurre il ruolo di un presidente in un top club? Ovvero sbucare dalla nebbia cinematografica ogni volta che ha l'occasione di diventare un giudice terzo del suo allenatore o dei suoi giocatori?

Ogni volta che le cose nel Napoli non funzionano, Aurelio De Laurentiis si sottrae dall'equazione dei responsabili valutando esclusivamente il lavoro altrui. È stato proprio un atteggiamento così dittatoriale a portare all'aborto di vari progetti tecnici negli ultimi anni: qualche giorno fa, per esempio, Ancelotti ha detto in un'intervista a Jorge Valdano che la separazione dal Napoli cominciò con la discussione su «un ritiro che loro volevano e io no». Come se fosse il compito della presidenza gestire il comportamento dei calciatori, le loro vite, i loro umori. E lo stesso discorso vale per Gennaro Gattuso, accolto da De Laurentiis come «l'allenatore più rispettato da quando io sono a Napoli» ed esonerato di fatto a campionato in corso, quando il rinnovo di contratto che era stato firmato sparì nel nulla e si iniziò a parlare di alcuni possibili sostituti. Poi Gattuso fu cacciato ufficialmente a fine stagione con un tweet dopo quattro mesi di silenzio stampa, e di lì a qualche giorno il Napoli ufficializzò l'arrivo di Spalletti.

Diventa quindi inevitabile allargare la critica verso una sconfitta, pur dolorosa che sia come quella di Empoli, e mirarla alla salute del progetto stesso del Napoli. Nonostante i risultati gli diano ragione e pongano il periodo 2004-2022 all'apice della storia partenopea, De Laurentiis non sembra avere un'idea chiara sul futuro del Napoli, né pare interessargli riavvicinare i tifosi alla squadra. Dopo Empoli ha chiesto scusa al pubblico, ma l'unico obiettivo di cui ha parlato è quello di attenuare il monte ingaggi, passando dagli attuali 136 milioni a circa la metà. Ha ufficializzato l'arrivo di Kvaratskhelia dal Rubin Kazan, ma i rumors sulla possibile cessione di Victor Osimhen continuano a rendere l'ambiente colmo di rancore.

E così, mentre la tifoseria religiosa a Napoli non chiede altro che essere riavvicinata alla propria fede attraverso una visione chiara del futuro del club, De Laurentiis arranca nelle sue scelte a breve-medio termine, perdendo insieme la conduzione intelligente dei suoi primi quindici anni di presidenza e l'affezione dei tifosi, non solo in quanto tali ma persino in veste di clienti o consumatori, e quindi di risorsa economica per le casse del Napoli. Gli stessi tifosi che intanto non possono far altro che rimandare quel sogno nel cuore, fino ad esaltarsi per la prossima vittoria o il prossimo primato in classifica, fingendo che non sia finita un'epoca, che qualcosa tra il Napoli e i napoletani non si stia rompendo indissolubilmente.

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Nato a Giugliano (NA), classe 2000. Appassionato di cinema, letteratura e Fabrizio De André. Studia ingegneria mentre cerca di razionalizzare la sua venerazione per Diego Armando Maradona.

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