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12 min

- di Damiano Primativo

I migliori centrocampisti del rombo dell'Empoli


Abbiamo classificato i migliori interpreti del rombo più famoso d'Italia.


In questa stagione, ancora una volta, l’Empoli si è confermata una delle squadre più interessanti del campionato. Una squadra che sarà pure piccola e di provincia, ma che da anni ormai abita la Serie A con un’identità virtuosa e tenendo fede ad alcuni principi fissi: il gioco fresco e ambizioso, i giovani sconosciuti che fanno le fiamme, il 4-3-1-2 usato da quando abbiamo memoria. Pensateci bene: pochi club insistono tanto su uno specifico schema tattico, come fosse parte integrante della propria identità. Il rombo dell’Empoli come il 4-3-3 del Barcellona o dell’Ajax, insomma.

In quale momento la storia dell’Empoli si è intrecciata al suo feticcio tattico? Difficile dirlo, è certo però che il rombo era già presente nel 2002, nell’anno della mitica promozione che ha svoltato la storia del club: negli 82 anni precedenti l’Empoli aveva partecipato solo a due Serie A; nei venti successivi ne giocherà 14.

Da quel 2002 sono cambiate molte cose, nel mondo come nel calcio, ma il rombo dell’Empoli è sempre rimasto al suo posto. Unico centro di gravità permanente in una contemporaneità sempre più schizofrenica. All’Empoli sono passati gli allenatori, ma il diamante centrale ha resistito. Foraggiato da trequartisti raffinati quanto discontinui, mezzali brillanti nelle rotazioni senza palla, terzini costretti agli straordinari per tenere l’ampiezza in un sistema che, strutturalmente, l’ampiezza non ha. Abbiamo classificato i migliori rombisti dell’Empoli degli ultimi vent’anni, partendo dai centrocampisti di inizio millennio e arrivando a oggi che Rombo dell’EmpoliTM è un marchio conosciuto in tutto il mondo.

1° Ighli Vannucchi

Nella meravigliosa fontana barocca della Serie A dei primi 2000, alcuni zampilli di talento spuntavano anche dalle statue minori di contorno. In mezzo ai Totti e ai Del Piero, ai Nedved e ai Rui Costa, tutta una serie di sculture che abbellivano la provincia: Zola, Brienza, Morfeo, Cozza, Doni, Nakamura. Ogni piazza (così si chiamano le tifoserie dal 7° posto in giù) aveva il proprio numero 10 da idolatrare e se c’era qualcuno a cui la piazza di Empoli si aggrappava per qualche sprazzo di magia in quegli anni, be’, quello era Ighli Vannucchi.

Capelli lunghi a caschetto, passione per la pesca, aria di chi passa l’estate in Versilia a fare la lucertola in spiaggia. Vannucchi è una leggenda del calcio italiano di inizio millennio, ma prima di tutto è il patriarca dei centrocampisti dell’Empoli ottimi da prendere al fantacalcio. Una fonte sicura di bonus grazie al suo destro delicato che si esprimeva al meglio sui calci piazzati e nei tiri da lontano.

Con l’Empoli Vannucchi ha giocato 280 partite segnando 39 gol e toccando l’apice nella Serie A 2006/07, chiusa con 4 gol e 10 assist. Sempre col 10 sulla schiena e sul petto l’iconico sponsor Sammontana, che tanto bene legava con quel nome “Vannucchi” che sa di dessert. Non è vero, né che ha avuto sempre il 10 né la scritta Sammontana, ma in fondo alzi la mano chi se ne era accorto e la cosa dice molto dell’immagine mentale che abbiamo di Vannucchi e della divisa dell’Empoli.

2° Riccardo Saponara

In questa lista Saponara è il giocatore che più ha deluso fuori dal sistema dell’Empoli. Quello che ti fa pensare che il rombo dell’Empoli è davvero un meccanismo capace di moltiplicare il talento degli interpreti, una volta assorbiti sottopelle principi e movimenti.

All’Empoli giocava di puro istinto, Saponara. Era a casa sua, era cresciuto imbevuto di quel sistema fin da quando aveva 18 anni. Poteva prendere palla e schizzare in verticale a mille all’ora, scompigliando gli spazi coi suoi dribbling elettrici e un’evidente fissa per i tunnel. Saponara era un trequartista iper-dinamico, molto lontano dall’immagine classica del 10 indolente e cerebrale.

Saponara è esploso nella Serie B 2012/13 sotto la guida di Sarri: una stagione da 13 gol e 15 assist che gli fruttano l’etichetta scomoda di “Nuovo Kakà” e il passaggio al Milan. Le cose non andranno bene. A gennaio 2015 è già tornato all’Empoli, la sua isola felice: 7 gol e 4 assist nelle 17 partite di Serie A del girone di ritorno, sempre sotto Sarri, seguite da un’altra annata grandiosa l’anno dopo con Giampaolo.

Lontano dall’utero-Empoli, invece, infortuni a ripetizione, impieghi fuori ruolo, un senso di estraneità che ne ha sempre tarpato lo stile frizzante: una tristezza.

3° Antonio Buscè

Buscè ha giocato otto stagioni con l’Empoli, ha fatto il record di presenze in Serie A per il club, 163. È nato in Campania, ma a Empoli ha trovato la vera patria. Così quando ha smesso di giocare ha provato a farsi eleggere consigliere comunale di Empoli. Non ci è riuscito, allora ha capito che poteva contribuire al futuro insegnando ai giovani come diventare centrocampisti del rombo dell’Empoli e si è fatto allenatore. Ha cominciato dai ragazzini di 12 anni ed è arrivato ad allenare la Primavera, con cui ha vinto il Campionato l’anno scorso. Pur senza aver avuto un talento cristallino, Buscè è l’essere vivente che meglio può spiegare cosa serve a una mezzala dell’Empoli: l’atletismo estremo, la duttilità, il tempismo per gli inserimenti senza palla.

Buscè non aveva segni tecnici particolari: era una sedia che faceva avanti e indietro sulla fascia. La sua versione di mezzala aveva un po’ del terzino un po’ dell'esterno offensivo, il suo lavoro si svolgeva più senza palla che con. Non aveva compiti creativi, Buscè. Doveva solo pensare a correre, tagliare per sessanta metri sul lato debole e spingere in porta un cross geniale di Vannucchi proveniente da sinistra, come in questo gol segnato alla Cittadella nel 2008.

4° Ismael Bennacer

Mancino, fisico agile e leggero, sensibilità col pallone pornografica, tecnica da strada come da tradizione algerina: Bennacer è uno dei giocatori più peculiari degli ultimi anni. La sua originalità si riflette nei passaggi di carriera: a 17 anni è all’Arsenal di Wenger – squadra che sull’allevare giovani carini e naif ci ha costruito un brand – con cui gioca però solo una partita ufficiale. L’Empoli ci vede qualcosa, ha un sesto senso in fatto di centrocampisti, quindi porta Bennacer in Italia per 1 milione di euro nell’estate 2017, quando il calciatore non ha ancora vent’anni. Bennacer resta all’Empoli due stagioni, una in B e una in A, e se nella prima non ha neanche bisogno del normale tempo di ambientamento per dominare tecnicamente il campionato cadetto, la stagione seguente in A altrettanto.

Schierato come mezzala creativa o, specie il secondo anno, da regista basso, Bennacer ha colpito subito per lo stile irriverente. Un ventenne che arriva nell’ultra-conservatore campionato italiano e interpreta una versione d’avanguardia di mediano. Un regista iper-aggressivo e istintivo, che senza palla accorcia in avanti e dà la caccia all'avversario con intensità brutale, e che con la palla ha uno stile altrettanto sfacciato. Tenendo la sfera, dribblando, partendo in conduzione, dribblando un’altra volta. Quella è la signature move di Bennacer: difendere palla con un ricco ventaglio di skill barocche: suola, esterno, finte di bacino. I passi dinoccolati con cui sembra poter inciampare da un momento all’altro.

5° Piotr Zielinski

Con la sua completezza Zielinski, oggi uno dei centrocampisti più apprezzati della Serie A, ha rappresentato l’ultimo stadio di mezzala del rombo dell’Empoli. La versione migliorata di Bresciano, di Krunic.

Zielinski può condurre palla per molti metri oppure associarsi nello stretto coi compagni; crea rifiniture dolcissime e una volta perso il possesso pressa gli avversari per recuperarlo. La quantità e la qualità, i polmoni da pentatleta, gli occhi di ghiaccio, gelidi come la sua tecnica asciuttissima e i capelli militari: Zielinski è una macchina che ha alimentato il centrocampo dell’Empoli per due stagioni, tra il 2014 e il 2016, a cavallo tra le ere di Sarri e Giampaolo. Forse non si prendeva le copertine come altri, ma poi dopo una magia di Saponara quello che si faceva sessanta metri senza palla per andarsi a prendere il passaggio e concludere l’azione era sempre Zielinski.

6° Leandro Paredes

Paredes è il secondo più giovane debuttante nella storia del Boca, con 16 anni e 4 mesi, tuttavia per trovare davvero il suo posto nel mondo ci è voluta un’altra maglia azzurra, e se siete qui potete facilmente immaginare quale. La storia dell’evoluzione tattica di Paredes è arcinota: nasce come enganche nel Boca, i suoi modelli sono Zidane e Riquelme, ma in quella posizione è troppo poco incisivo nell’ultima trequarti campo, essendo più portato ad abbassarsi per cucire il gioco che a rifinire l'azione. Allora viene progressivamente arretrato mezzala, dove gioca durante il prestito al Chievo (poco, visto un infortunio) e nella prima stagione alla Roma (poco, visto che deve ancora accumulare esperienza). Nell’estate 2015 il prestito all’Empoli: è qui che Giampaolo, appena subentrato a Sarri, trasforma definitivamente Paredes in regista, mettendolo davanti alla difesa nel buco lasciato da Valdifiori.

L’Empoli di Giampaolo è più corta e meno diretta di quella di Sarri, e Paredes playmaker risulta eccezionale nel gestire il possesso nello stretto: resistendo alla pressione con calma da torero, proteggendo palla con la suola e l’esterno, distribuendola con filtranti di una bellezza erotica. Gioca con un occhio all’estetica, quando calcia lungo per cambiare campo è rigorosamente con le tre dita.

L’Empoli chiuderà il campionato al 10° posto, l’anno dopo Paredes rientra alla Roma per fare il titolare, e l’anno dopo ancora è già troppo grande per il calcio italiano.

7° Sergio Bernardo Almiròn

Prima dei Sarri, dei Giampaolo e degli Andreazzoli, l’Empoli è stata innanzitutto la creatura di Gigi Cagni, che nel 2006/07 ha condotto la squadra al migliore risultato della storia: 7° posto in A e prima qualificazione in Coppa Uefa. A governare il centrocampo (ovviamente a rombo) di quell’Empoli, Sergio Almiròn. Era paragonato a Juan Sebastian Veròn, con cui condivideva la nazionalità, il numero 4, la testa rasata, il passo pesante, il ruolo indefinito tra regista e trequartista, il calzettoni abbassati. Persino erano entrambi figli d’arte. Naturalmente Almiròn non aveva la sofisticatezza della Brujita nelle rifiniture, o nelle protezioni palla di suola. Il suo gioco estremamente asciutto incontrava il barocco solo in una giocata specifica: i tiri da fuori fatti con l’esterno destro. Questo quello segnato al Catania alla quartultima giornata del campionato 2007, una vittoria valevole il 5° posto momentaneo.

A fine stagione Almiròn va alla Juve appena tornata in A per 9 milioni di euro, ma le cose andranno malissimo. Almiròn è un giocatore di culto, e necessita di squadre di culto: risorgerà pochi anni dopo, come regista del Bari di Ventura.

8° Mirko Valdifiori

Così Valdifiori è stato descritto da uno dei suoi massimi estimatori, Maurizio Sarri: «È veloce di idee, gioca sempre a uno o due tocchi, riesce a verticalizzare e sono qualità che lo rendono un centrocampista di livello». Quale livello? Non è chiaro, di certo però Valdifiori era al livello dell’Empoli che nel 2014/15 ha sorpreso la Serie A. Il regista di un rombo ridicolo che comprendeva anche Vecino, Zielinski e Saponara. No, dico: capito la qualità?

Valdifiori giocava quasi solo di prima e i suoi lanci erano l’interruttore della verticalità del gioco di Sarri. Quando riceveva dalla fascia sinistra si limitava a far circolare con calma, a pochi tocchi; quando riceveva il passaggio orizzontale dal terzino destro, il suo pallone preferito, caricava il destro come una mazza da golf e lanciava di prima in profondità. Così, centomila volte, ogni partita.

La stagione successiva Valdifiori segue Sarri a Napoli, all’inizio è titolare ma dopo poche partite è già cambiato tutto. L’allenatore passa dal rombo al 4-3-3, ma soprattutto adotta uno stile di possesso meno diretto e più cerebrale, dove la geometria apollinea di Jorginho rende di più dell’intensità punk di Valdifiori. Valdifiori non vedrà praticamente più il campo, nemmeno entrando dalla panchina, nemmeno nei ricambi del turnover. D’altronde Sarri ODIA il turnover.

9° Mark Bresciano

Bresciano all’Empoli ha trascorso tre stagioni, tra il ’99 e il 2002, giocando 88 partite tra Serie B e Coppa Italia e segnando 19 gol. L’Empoli lo pesca direttamente in Australia, dal Carlton: l’acquisto che dà il via alla tradizione dell’Empoli di scovare i suoi “rombisti” negli angoli più nascosti del globo, oppure di produrli in laboratorio, non si capisce. D’altra parte qualcuno potrebbe giurare che Bresciano è una persona vera? Poteva giocare in qualsiasi ruolo, mediano, mezzala, trequartista, esterno. Il suo soprannome era “uomo bionico” e il suo stile la meccanicità estrema: non portava palla e non dribblava, usava il destro quanto il sinistro. La sua eccezionalità stava nell’essere trasparente, nel giocare a pochi tocchi e inserirsi senza palla con movimenti occulti da ninja.

Poi segnava e si pietrificava, faceva la statua. Un monito per indicare che un centrocampista del rombo dell’Empoli deve avere tecnica ma anche freddezza robotica. Deve essere creativo ma anche capace di sciogliere la propria identità nel sistema, farsi ingranaggio perfetto.

L’unica tripletta in carriera di Bresciano, in un Empoli-Bari del 2002. Davanti a lui il tridente è: Di Natale-Rocchi-Maccarone

10° Daniele Croce

I rombisti dell’Empoli si dividono in due categorie: quelli che iniziano dall’Empoli per costruirsi carriere prestigiose altrove, e quelli che all’Empoli raggiungono la realizzazione finale, l’apice di una carriera spesa in provincia. Daniele Croce appartiene al secondo gruppo. Quello dei Buscè, dei Fabrizio Ficini, Davide Moro. Giocatori dal talento poco appariscente, rappresentanti del lato operaio del rombo dell’Empoli e per questo amatissimi dai tifosi. Croce ha giocato nell’Empoli dal 2012 al 2017, cinque stagioni in cui è stato una presenza fondamentale per Sarri, Giampaolo e Martusciello. Era una mezzala di possesso, priva dell’impeto verticale degli inserimenti senza palla. Aveva un tocco di palla dolce, il culo basso, le gambe rapide nei cambi direzione, la testa piena di capelli. Per le movenze alcuni lo chiamavano “Isco”, altri “Prestigiatore”. Lascia l’Empoli in disaccordo con la dirigenza, ma i rapporti cuciti in quegli anni non cessano: oggi Croce collabora nello staff di Giampaolo.

11° Francesco Lodi

Francesco “Ciccio” Lodi è diventato negli anni una figura mitologica del calcio italiano di provincia, e anche se nel nostro immaginario lo associamo soprattutto al Catania è a Empoli che la sua traiettoria è iniziata. La fama di Lodi è legata specialmente alla sua tecnica fuori scala nel calciare lungo. Punizioni, tiri da lontano, lanci verticali sulla corsa degli attaccanti, ma anche corner e rigori: pochi giocatori hanno avvicinato quanto lui il calcio al tiro al piattello, a uno sport cioè essenzialmente individuale e di situazioni statiche. Che partisse mediano, mezzala o trequartista non importava: Lodi giocava sempre come se dovesse mettere il pallone nel finestrino di un’auto in corsa usando il mancino a giro. Ha segnato 13 gol su punizione in Serie A nel decennio 2010-19, il quarto migliore risultato dopo Messi, CR7 e Pjanic nei top-5 campionati.

Come Lorenzo Insigne anche Lodi viene da Frattamaggiore, città evidentemente basata su due culti: San Sossio e il tiraggiro.

12° Rade Krunic

Quale utilità sociale ha il Rombo dell’Empoli? Molte in verità, ma innanzitutto avere un’istituzione tanto duratura offre il vantaggio di mostrarci come gli stessi ruoli vengono interpretati diversamente col passare del tempo. Basta confrontare Krunic con il predecessore Vannucchi, per esempio. Se Vannucchi era un trequartista riflessivo, cresciuto in un’epoca di lentezza e telefoni a gettone (e non a caso ha sviluppato un hobby quieto come la pesca) Krunic è invece un trequartista figlio di questi tempi frenetici. Del fast food, del fast fashion, del fast web.

All’Empoli il suo stile era puramente adrenalinico, allineato alla maggiore intensità del calcio contemporaneo. Guardate l’elettricità con cui schizzava in verticale ogni volta che aveva palla, affrontando ogni azione con l’esplosività di un tubetto di Mentos buttato nella Coca-Cola.

Dal 2019 Krunic è al Milan, dove ha fatto questa bella intervista parlando dei suoi tatuaggi. Dice di aver lasciato il braccio destro libero per le cose belle che devono ancora venire, magari il matrimonio, i figli, un trofeo con il Milan. Non potresti dedicare anche un tatuaggio all’Empoli, Rade?

13° Vincenzo Grella

Se Bresciano è stato prodotto in qualche laboratorio nascosto nel deserto australiano, Vincenzo Grella detto Vince è stato forgiato dalla stessa matrice di Bresciano ma in negativo, costruito apposta per esserne lo sparring partner ideale. Mediano, corpo duro e spigoloso, faccia vagamente violenta, un feticismo per i cartellini. Grella ha giocato 103 partite nel centrocampo dell’Empoli, tutte più o meno negli stessi anni di Bresciano, di cui era una sorta di proiezione opposta e complementare. La chimica che li legava è riconducibile a quel tipo di simbiosi, a quel rapporto di completamento reciproco, che spesso si crea tra mediani e trequartisti: tra Bonini e Platini, tra Riquelme e Mauricio Serna.

Così se Bresciano era il gioiellino dell’Empoli Grella gli copriva le spalle all’Empoli. Bresciano se ne andava al Parma e quell’altro lo seguiva al Parma. Bresciano era australiano e Grella pure.

14° Miha Zajc

Dice il detto: “il calcio contemporaneo non è adatto ai trequartisti, ma i balcani non lo sanno e producono trequartisti lo stesso”. Anche perché ad accoglierli tutti c’è sempre l’Empoli: l’ultima riserva protetta dei trequartisti, e con un feticcio particolare per quelli balcanici, i “brasiliani d’Europa”. Prima Krunic, poi Zajc e Ninkovic, oggi Bajrami. Miha Zajc è senz’altro quello che ha toccato i picchi più alti nei due anni all’Empoli, con l’apice degli 8 gol e 16 assist accumulati nel 2017/18, in Serie B con Andreazzoli in panchina.

Zajc vestiva il numero 6 ma era un 10 purissimo. Tecnica col pallone dolcissima, specialista delle punizioni, creativo nelle rifiniture, leggero come l’aria. Aveva gli occhi grandi e la faccia vispa da cartone animato, quando portava palla in velocità il suo corpo sottile sembrava quello di Beep Beep, le gambe che frullavano come sospese da terra.

Zajc è il classico feticcio da fantacalcio. Un oggetto di venerazione degli appassionati più hipster, anche se (o proprio perché) il suo talento non è mai sbocciato davvero in Serie A. Oggi gioca al Fenerbahce, in Turchia, dove in fondo è giusto che stiano i feticci più esoterici.

15° Claudio Marchisio

L’Empoli è un laboratorio formativo e per un centrocampista farsi un anno nel suo rombo equivale a un PhD a Yale. Lo sa bene la Juventus, che nell’anno post Serie B gli affida questo centrocampista promettente a cui serve fare esperienza.

Dell’unica stagione di Marchisio all’Empoli non si trovano highlights individuali: quel breve periodo è come se fosse sparito sotto il cumulo della grandezza successiva. Un ricordo dai contorni sfocati come le estati dell’infanzia. Per trovare Marchisio bisogna scavare nei video sgranati di quell’anno, tra un gol di Pozzi e una bomba da fuori di Giacomazzi. Ha la maglia numero 19 e l’aspetto tutto spigoloso: corpo gracile, riccioli sottili, orecchie a punta. «Il momento in cui ho capito che il calcio poteva diventare un lavoro è stato dopo il prestito all’Empoli» ha detto Marchisio, riconoscendo il potere demiurgico del rombo dell’Empoli.


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Damiano Primativo (1992) è salentino e studente di Architettura. È nato il 23 dicembre come Morgan, Carla Bruni e Vicente Del Bosque.

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