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7 min

- di Carlo Iannaccone

Azzurri: un problema di ricerca e governance


Le statistiche stanno rivoluzionando il calcio, ma all'interno della federazione calcistica italiana non prestano la dovuta attenzione all'evoluzione del gioco. In F.I.G.C. manca un reparto tecnico di "Ricerca e Sviluppo" e c'è un problema di governance. Eppure, il miglioramento dei risultati della nazionale azzurra passa proprio dall'implementazione del primo e dalla soluzione del secondo.


Quattro macro-aree colme di pallini rossi popolano una lavagna tattica altrimenti immacolata. Una di esse, rassomigliante ad una fiammella, oscura il piccolo cerchietto bianco raffigurante il canestro. Le altre tre, invece, si trovano oltre la linea dei tre punti: le due più piccole in prossimità dei vertici bassi del perimetro di gioco, la terza di fronte al tabellone.

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È osservando questo grafico, risalente al 2020, che nasce la mia riflessione.

Il trend è chiaro, le squadre NBA non tirano più dalla media distanza, dalla posizione in cui tiravano i centri della “old school”, per intenderci.

Negli ultimi vent'anni, gli appassionati di basket a stelle e strisce hanno assistito sempre meno frequentemente a talune, determinate soluzioni offensive e, a conferma di ciò, il paragone con il diagramma raffigurante la distribuzione dei tiri mediamente più in voga agli albori del nuovo millennio è piuttosto increscioso.

Nel corso della stagione 2001-2002, infatti, i giocatori NBA concludevano a canestro anche dai vertici laterali della lunetta e dal post basso, mentre oggi non lo fanno più.

Oggi i professionisti della palla a spicchi americana preferiscono concludere sempre dalle stesse porzioni di campo, le quattro zone della lavagna tattica invase dai puntini rossi, e ciò perché tirare dalla media distanza conviene molto meno che concludere a canestro con entrambi i piedi posizionati oltre l'arco.

Ormai è chiaro, oggi si tira dagli 7,25m perché la differenza in termini di coefficiente di difficoltà con un arresto e tiro dalla lunetta è minima, mentre, al contrario, la posta in palio è decisamente superiore.

Lo evidenziano le statistiche. Ed è proprio in base ad esse che i professionisti americani hanno stravolto le proprie scelte di tiro.

L'utilizzo dei dati statistici negli sport di squadra, cresciuto esponenzialmente con la diffusione dei personal computer, ha rivoluzionato la pallacanestro oltre-oceano e la sta ancora mutando, tant'è che al momento i coach NBA si affidano alle statistiche per qualsiasi cosa. Le utilizzano per migliorare la performance dei propri giocatori, per costruire il proprio piano gara, per scegliere chi mandare in campo, etc..

Il crescente ricorso all'interpretazione del dato statistico ha relegato l'improvvisazione ad un ruolo marginale nel basket U.S.A., circostanza certamente positiva, ma l'approccio sempre più professionale e scientifico alla pallacanestro, conseguenza dello sviluppo della Sports Data Science, ha anche avuto dei risvolti negativi.

La crescente disponibilità di nuovi dati statistici ha progressivamente ridimensionato la varietà e l'imprevedibilità del gioco e, di conseguenza, l'attrattività del basket inteso come “prodotto-intrattenimento”: un pericolo al quale sarà presto esposto anche il calcio.

Un calcio in crisi d'identità ed in continua evoluzione

Così come il basket NBA, anche il calcio, infatti, è in continua evoluzione.

Rispetto alla pallacanestro americana, l'evoluzione è cominciata più tardi e procede più lentamente, ma ciò non significa che il processo evolutivo non sia già in corso.

Prendiamo, ad esempio, un altro grafico; il grafico che, più di tutti, ha alimentato la mia riflessione. In esso vengono raffigurate le porzioni di campo in coincidenza delle quali, nei cinque campionati europei più importanti, era più frequente battere a rete nel 2010-2011 e quelle dalle quali si calcia più frequentemente in porta oggi.

Ebbene, come potete vedere anche voi, anche nel nostro amato sport il confronto tra i due grafici è piuttosto impietoso. Ormai da certe zone si tira sempre meno in porta, perché il conversion rate è troppo basso. Ed anche in questo caso, è stata l'interpretazione del dato statistico ad aver suggerito ai più importanti allenatori del vecchio continente di piegare le proprie filosofie offensive agli indici statistici.

In poche parole, il calcio d'elite pare aver intrapreso lo stesso percorso imboccato dal basket NBA una decina d'anni fa e, molto probabilmente, presto o tardi farà la sua stessa fine.

Lo dicono parecchi addetti ai lavori. Secondo loro non esiste alcun modo di evitare il peggio. Il calcio professionistico diventerà sempre più monotono, oppresso dai numeri e dal costante declino tecnico dei suoi principali attori.

Certo, essendo il calcio un gioco praticato in spazi più ampi e da un numero di persone più che doppio rispetto al basket, forse non raggiungerà mai i livelli a cui presto giungerà la pallacanestro americana, ma alla lunga, a lor giudizio la tattica avrà la meglio sulla tecnica, lo studio approfondito dell'avversario trionferà sull'improvvisazione e l'interpretazione dei dati statistici annienterà l'estro e la fantasia dei singoli calciatori. Su questo non hanno dubbi. Il destino è segnato ed in fondo è già un po' così.

Il nostro sport prediletto verrà progressivamente ucciso dall'ingombrante ruolo che verrà riconosciuto alle leggi che saranno ricavate dall'interpretazione dei dati statistici. Inoltre, considerate le premesse, invece di osteggiare un progresso ormai inarrestabile, bisognerebbe cominciare a chiedersi quale strada occorrerà battere per fare in modo che il calcio rimanga lo sport più popolare al mondo. Soprattutto al giorno d'oggi, che si è affacciata all'orizzonte, minacciosa, la concorrenza di varie forme di intrattenimento molto più gradite alla generazione Z ed alle generazioni a venire.

FIFA e F.I.G.C. faticano a comprendere la direzione in cui agire

La FIFA, lo abbiamo visto, per evitare il peggio punta ad inflazionare l'evento calcistico più atteso del pianeta, la World Cup, e parallelamente si affida ad IFAB per studiare pesanti modifiche ai regolamenti, oltre che ai format del nostro fantastico sport. Ma la vera sfida dovrebbe essere quella di mantenere il calcio allo stesso livello di popolarità del passato, senza alterarlo nell'essenza; senza snaturarlo, insomma. È in questa ottica che dovrebbero lavorare i manager della federazione internazionale. Altrimenti, che comincino a chiamarlo in un altro modo e non più “football”.

Dal canto nostro, invece, i dirigenti del reparto commerciale F.I.G.C. sono al lavoro per migliorare il posizionamento del calcio nostrano sul mercato, ma sembrano non essersi accorti che il calcio è uno sport in continua evoluzione tecnica e che, se lo si vorrà rilanciare, bisognerà comprendere, in primis, quali saranno i fattori esterni che andranno ad alterarlo irreversibilmente, ed in secondo luogo, che il rinnovamento dell'interesse per il movimento calcistico italiano passa, giocoforza, dai risultati della nostra nazionale.

Al momento, la selezione azzurra e le rappresentative giovanili sono supportate da un settore scouting, da un gruppetto di match analyst e da alcuni data analyst incaricati di tradurre in preziose informazioni l'ingente mole di dati ricavabili dagli eventi “partita” degli "azzurri".

Questa struttura base è inserita all'interno del "Club Italia" ed è la stessa che dovrebbe comprendere l'evoluzione del gioco per anticiparla, ponendo la nazionale italiana in una situazione di vantaggio competitivo sulle altre.

Tuttavia, la leggera struttura federale sovra menzionata probabilmente non dispone delle risorse necessarie per fare benchmark in maniera capillare, approfondita e completa, o quantomeno, per compiere adeguati studi di settore sull'impatto che le statistiche avranno sul gioco.

Il dipartimento tecnico-sportivo federale, purtroppo, nasce monco, perché manca al suo interno un ufficio che, se ci pensiamo, è presente in qualsiasi altra azienda che si occupa di posizionare il proprio "prodotto" sul mercato. Manca un ufficio che si occupi di fare ricerca e sviluppo.

O meglio, esiste un'unità organizzativa corrispondente, ma essa dedica interamente le proprie energie a studiare le strategie di massimizzazione dei profitti commerciali adottate dalle più importanti leghe calcistiche straniere, mentre non effettua alcun indagine sull'evoluzione a cui sta andando incontro il "prodotto" in sé e per sé considerato.

La divisione "R&D" romana si ostina a dedicarsi esclusivamente alla promozione ed alla vendita del calcio italiano, senza accorgersi che quest'ultimo sarà sempre meno vendibile in futuro se a Firenze non presteranno la medesima attenzione nel costruirlo, innovarlo e adattarlo al progresso scientifico-tecnologico che sta caratterizzando il settore.

È vero, dopo tanto tempo, la F.I.G.C. ha finalmente creato al proprio interno un reparto di match analisi. Un reparto che da qualche stagione si occupa anche di formare le nuove leve che aspirano a comporne la dotazione organica. Ma anche qui, al momento il corso organizzato dal settore tecnico federale si compone, appena, di 72 ore, ed è oltretutto lecito dubitare della sua qualità dal punto di vista formativo, considerato che i docenti incaricati di trattare il modulo approfondiscono gli importanti temi oggetto del corso, ciascuno, secondo la propria sensibilità, in maniera disomogenea e disorganica, e, molto probabilmente, disorganizzata.

Forse, per mantenersi aggiornati, i match analyst F.I.G.C. si affidano alla consulenza di tattici esperti (magari della “SICS”?) o forse no. Rimane il fatto che una federazione che si occupa di formare ed abilitare i futuri professionisti del settore non può svolgere soltanto attività didattica, perché quest'ultima vive in simbiosi con la ricerca e ne trae linfa.

La federazione dovrebbe istituire al suo interno un reparto di ricerca simile a quelli presenti negli atenei universitari statali accreditati. Del resto, all'interno dei poli universitari, ricerca e didattica sono attività inscindibili tra loro, perché non dovrebbe essere così anche in FIGC?

L'ulteriore problema di governance

C'è poi il problema della "governance".

In questo momento, delicatissimo per i colori azzurri, i due più importanti dipartimenti della federcalcio italiana non dialogano sufficientemente tra loro.

Il “Club Italia”, come sempre, si sta occupando delle varie faccende di campo, mentre a Roma, come al solito, stanno facendo marketing e stanno cercando di massimizzare le vendite.

Tutto bene, perché incrementare gli introiti finanziari è assolutamente indispensabile per fare in modo che il sistema funzioni. D'altronde, aumentare le entrate consente al movimento di rafforzarsi e permette al "Settore Giovanile e Scolastico Federale", al "Club Italia" ed alle altre componenti del settore tecnico, di mettere a punto nuove strategie finalizzate al miglioramento dei risultati sportivi, nonché destinate all'avviamento dei giovani alla pratica agonistica ed alla riduzione del drop-out calcistico giovanile. Peccato, però, che entrambe le divisioni federali italiane abbiano smesso, nel frattempo, di consultarsi reciprocamente per sviluppare il "prodotto" e che quest'ultimo possa essere più facilmente venduto e distribuito soltanto se appetibile e moderno.

Sotto questo punto di vista, la divisione marketing ed il settore tecnico dovrebbero consultarsi più frequentemente di quanto accade ora, perché il reparto commerciale potrebbe trarre preziose informazioni dagli uomini di campo e, viceversa, modificare l'approccio al calcio giocato e porlo in linea con i trend internazionali potrebbe migliorare i risultati della nazionale e, di conseguenza, il suo appeal.

Insomma, ne gioverebbe lo stesso posizionamento del calcio nostrano sul mercato. Solo che, affinché il dialogo possa instaurarsi, a Roma dovrebbero smettere di considerare i membri del settore tecnico dei "retrogradi ignoranti", mentre a Coverciano dovrebbero comprendere che i pari ruolo "romani", "gli avidi politici asserviti al denaro che abitano la città eterna", sono una risorsa e non un peso (sempre che smettano di considerare il calcio alla stregua di un aspirapolvere, si intende).

Proprio osservando il problema nella sua dimensione, dovrebbe essere chiaro, ormai, che è finita l'epoca delle diffidenze e dei dispetti reciproci.

Non c'è più tempo da perdere, la rinascita del movimento calcistico italiano e la cura del "prodotto" calcio passano necessariamente dalla ristrutturazione della "governance" federale e dal potenziamento del settore tecnico.

Alla seconda, fallita qualificazione mondiale consecutiva, tocca prenderne atto. Non è ammissibile che le cose rimangano inalterate, soprattutto dopo che ad estrometterci dalla corsa mondiale sono state la Svizzera, la Bulgaria e la Macedonia del Nord.


Questo articolo è uscito in anteprima su Catenaccio, la newsletter di Sportellate.it.

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Nato a Treviso il 25/10/1992. Laureato in Giurisprudenza. Cresce nutrendosi di palla a spicchi, ma è il calcio a catturare le sue attenzioni. Nel 2013, fresco di licenza da agente FIFA, anticipa tutti, anche se stesso: si reca in Polonia, convinto di poter rivoluzionare il calciomercato italiano. La rivoluzione non si attua, ma l'intuizione si rivela comunque felice. Oggi, svestiti i panni del procuratore sportivo, indossa quelli del match analyst e scrive di tattica in qualità di iscritto all'associazione italiana degli analisti di performance calcistica. Potete trovarlo a Rimini o, di tanto in tanto, nelle peggiori pierogarnie polacche.

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