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- di Carlo Iannaccone

Roberto "Dinamite", leggenda del Vasco da Gama

Carlos Roberto de Oliveira è poco conosciuto sia in Italia che in Europa. Eppure, proprio oggi che compie 68 anni, in Brasile è ancora considerato una leggenda del calcio.


È al vertice della classifica dei migliori marcatori della storia del campionato brasiliano di Serie A (il Brasilerao), davanti anche ad un mostro sacro come Pelé.

È considerato una leggenda del Vasco da Gama sin dal 1974, anno in cui condusse il club (fondato nel 1898 dalla comunità portoghese di Rio de Janeiro) al primo titolo nazionale della sua storia.

Ha militato a lungo nella seleçao, nelle cui fila prese parte anche due spedizioni mondiali, quella del 1978 e quella del 1982.

E con Romario, negli anni 80', ha formato uno dei tandem offensivi più forti e prolifici della storia calcistica sudamericana (oltre che di quella vascaina).

Eppure, Carlos Roberto de Oliveira, a.k.a. Roberto Dinamite, è in larga parte sconosciuto alla maggior parte degli appassionati di calcio italiani.

Sicché, qui su sportellate.it, abbiamo pensato di rimediare, raccontando brevemente il suo percorso calcistico.

Gli inizi di carriera

Carlos Roberto de Oliveira nasce a Duque de Caxias, nel 1954.

Duque de Caxias è la seconda città più popolosa dell'interland di Rio de Janeiro ed è lì che Roberto comincia a muovere i primi passi col pallone.

I genitori lo iscrivono all'Esporte Clube São Bento e lui, dopo aver sconfitto un tumore alla coscia, li ripaga mettendosi in mostra sui campi da calcio sin da bambino. Il primo a notare le sue qualità è l'osservatore Francisco de Souza Ferreira, detto O' Gradim.

Quando O'Gradim lo vede all'opera per la prima volta, Roberto ha appena compiuto dodici anni, ma il talent scout è sicuro: il ragazzo possiede la stoffa necessaria per approdare ai massimi livelli, non ci sono dubbi.

Se ne accorgono immediatamente anche i dirigenti del Vasco, che decidono, su indicazione del noto cacciatore di talenti, di anticipare i tempi, ingaggiando il talentino "carioca" prima dei rivali del Flamengo e della Fluminense.

Quando Calù, o Carlinhos (così Roberto era stato ribattezzato dagli abitanti del quartiere), entra nelle giovanili del club intitolato all'esploratore portoghese, è un adolescente pelle e ossa che pesa appena cinquantadue chili, ma i tecnici intuiscono che deve ancora svilupparsi, ed hanno ragione.

Roberto cresce rapidamente in altezza, mette su quindici chili e, soprattutto, inizia a segnare gol a grappoli. Il ragazzo va in rete con una tale facilità e con una tale costanza, che due giornalisti, Aparicio Pires ed Eliomario Valente, nel riportarne le straordinarie gesta, lo ribattezzano “il ragazzo dinamite”, per via del potente e micidiale destro con cui trafigge i portieri avversari, partita dopo partita, giornata dopo giornata.

Pochi estremi difensori riescono ad opporsi ai bolidi scagliati in porta da Roberto e così, molto presto, la dirigenza del Vasco decide di aggregarlo alla prima squadra.

L'avventura di Roberto tra i “pro” comincia in trasferta, a Bahia, nel 1971. È un debutto piuttosto incolore il suo, a dire la verità, ma il ragazzo impiega solo tre giornate a lasciarsi alle spalle le difficoltà legate al salto di categoria.

È appena il terzo match professionistico della sua carriera, infatti, quando Roberto, subentrato da pochi istanti ad un compagno di squadra, raccoglie palla sul settore sinistro del campo, dribbla quattro avversari e scarica a rete un potentissimo destro dalla distanza, sul quale Gainete, il portiere dell'Internacional di Porto Alegre, non può nulla.

È un gol straordinario. È una di quelle reti che solo i predestinati ad entrare nell'olimpo del calcio possono realizzare.

Gli oltre diecimila tifosi presenti allo stadio rimangono a bocca aperta, mentre Aparicio Pires, chino sulla macchina da scrivere, comincia a narrarne l'ennesimo elogio.

Il pezzo del cronista viene pubblicato il giorno dopo sul “Jornal dos Sports”. Il titolo, impresso a caratteri cubitali, recita: “O Garoto Dinamite Explodiu”.

È solo il 1971 e Roberto deve ancora diventare maggiorenne, ma per tutti è già pura dinamite.

I successi col Vasco da Gama

Da quel momento in avanti, tra l'attaccante e la torcida del Vasco sboccia una lunga e bellissima storia d'amore, coronata da pochissimi dispiaceri e tantissimi successi.

I più importanti trofei, per entrambi, arrivano negli anni settanta.

Nel 1974, Roberto trascina il Vasco alla conquista del suo primo Brasileirao, aggiudicandosi anche il titolo di capocannoniere della competizione, mentre, tre anni più tardi, il centravanti brasiliano porta il club a conquistare il suo quattordicesimo campionato carioca.

In quegli anni, durante i quali Roberto raggiunge pure un terzo posto mondiale con la seleçao, ma rischia, divorato dall'ansia, di finire al creatore per aver assunto una massiccia dose di tranquillanti, per il Vasco arrivano anche due trofei Guanabara, rispettivamente nel 1976 e nel 1977, e due trofei di Rio (che non figurano nella bacheca del club, ma dovrebbero essergli conteggiati, visto che la federazione calcistica dello stato comincia ad assegnarli poche stagioni più tardi).

I trofei Guanabara, ad ogni modo, diventano addirittura cinque nel corso delle due decadi successive (1986, 1987, 1990), decenni durante i quali la presenza in squadra di Roberto frutta al Vasco altri tre campionati carioca (1982, 1987, 1988) ed altri due trofei di Rio (1984, 1988), prima che un 1992 veramente clamoroso lo consegni per sempre alla storia del calcio vascaino.

Dopo due brevi parentesi trascorse alla Portuguesa e al Campo Grande (inframmezzate da un'altra stagione in bianconero) Roberto, infatti, torna per l'ennesima volta a casa propria e aiuta il Vasco a conquistare il triplete statale.

Arrivano il campionato Carioca, il trofeo Guanabara ed il trofeo di Rio in un colpo solo: un'impresa assolutamente impronosticabile, considerato che la squadra è forte, ma Roberto ha già compiuto 38 anni ed è ormai prossimo al ritiro.

La presidenza del Vasco e la breve, precedente, parentesi europea

Al termine della stagione 1992 Roberto saluta il calcio giocato, ma non smette di orbitare attorno al suo amato Vasco da Gama, tant'è che nel 2008 ne diventa addirittura presidente.

Non è un bel periodo, però, per occupare una carica così delicata. Durante la sua presidenza (2008-2013), il Vasco fa la spola tra il Brasileirao e la seconda divisione, ed il gradimento dei tifosi nei suoi confronti scende a livelli mai toccati prima d'allora. Profondità mai sfiorate neanche quando il forte legame sentimentale tra la comunità vascaina ed il suo esplosivo goleador sembrò realmente prossimo a spegnersi.

La rottura in questione, soltanto temporanea a dire la verità, occorse nel gennaio del 1980, quando la dirigenza del Vasco da Gama decise di venderlo al Barcellona.

Fortemente voluto per risollevare le sorti di una squadra in piena crisi di risultati, smarritasi a metà classifica, Dinamite fu acquistato dai catalani il 3 gennaio del 1980, per una cifra vicina agli 800 000 dollari. Un esborso pienamente giustificato per un bomber brasiliano di quella caratura: un attaccante alto e longilineo, potente e fisicato, a 25 anni nel pieno della propria maturità fisica.

Nelle intenzioni del club, Roberto avrebbe dovuto aiutare i blaugrana a porre fine all'egemonia spagnola del Real Madrid, vincitrice di quattro dei precedenti cinque titoli nazionali.

L'obiettivo era arduo, ma ritenuto raggiungibile dalla dirigenza culé. In fondo, Roberto, in Brasile aveva già dato prova di essere un elegante ed eccellente finalizzatore e tutti, in Spagna, credevano che avrebbe replicato le convincenti prestazioni che lo avevano portato ad essere paragonato alla dinamite.

Ed in effetti, il suo debutto contro la neopromossa Almeria lasciò intendere, per lui, un futuro davvero roseo in maglia blaugrana.

Il Barcellona vinse due a zero ed entrambi i gol, il primo dei quali messo a segno su calcio di rigore, recarono la sua firma.

Dinamite non brillò, non fu esplosivo, ma fece esattamente quello per cui era stato acquistato: segnare.

Purtroppo, però, in Spagna la sua vena realizzativa si esaurì immediatamente.

Roberto non segnò più su azione (andò in rete soltanto un'altra volta, dal dischetto, nel doppio incontro di finale di Supercoppa Europea perso contro il Nottingham Forest) e così, dopo altre sette partite disputate senza gol a referto, fu definitivamente scaricato da Helenio Herrera, tecnico da poco subentrato alla guida della squadra.

L'avventura europea del “ragazzo dinamite”, quindi, iniziata a gennaio, terminò ufficialmente il 9 marzo 1980, quando Roberto venne sostituito nel corso del sessantatreesimo minuto del match con lo Sporting Gijon, sfida conclusasi, manco a dirlo, a reti bianche.

Il ritorno al Vasco

Difficile dire cosa non andò per il verso giusto a Barcellona.

Forse i tifosi culé non riuscirono ad innescare la sua miccia, o forse quest'ultima la spensero le rigide temperature che il brasiliano incontrò durante quell'inverno spagnolo, ben diverse dalle miti giornate carioca alle quali era abituato.

Sta di fatto che la dinamite di solito esplode, Roberto, al contrario, implose, lasciando soltanto un enorme buco nel bilancio del club.

Una voragine che la dirigenza blaugrana a stento riuscì a ripianare, rispedendo Roberto al Vasco per la “modesta” somma di 27 milioni di pesetas.

Eppure, Roberto era tutt'altro che finito e così, dopo qualche partita di riacclimatamento, dimostrò a tutti che il Barcellona, prima di scaricarlo, avrebbe fatto meglio a concedergli un altro po' di tempo d'ambientamento.

Al Maracanà, il 5 maggio del 1980, arrivò il Corinthians di Socrates e Roberto lo accolse con una "manita" di gol, tornando ad essere il materiale esplosivo che era sempre stato e sempre rimase nel corso della sua sfavillante carriera: pura dinamite.

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Nato a Treviso il 25/10/1992. Laureato in Giurisprudenza. Cresce nutrendosi di palla a spicchi, ma è il calcio a catturare le sue attenzioni. Nel 2013, fresco di licenza da agente FIFA, anticipa tutti, anche se stesso: si reca in Polonia, convinto di poter rivoluzionare il calciomercato italiano. La rivoluzione non si attua, ma l'intuizione si rivela comunque felice. Oggi, svestiti i panni del procuratore sportivo, indossa quelli del match analyst e scrive di tattica in qualità di iscritto all'associazione italiana degli analisti di performance calcistica. Potete trovarlo a Rimini o, di tanto in tanto, nelle peggiori pierogarnie polacche.

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