Con la classe di Modric


Si dice che certe giocate meritano da sole il prezzo del biglietto. Da questo punto di vista, l'esterno destro con cui Modric pennella una parabola caravaggesca per il gol di Rodrygo è sublime. Ricalca quell'esperienza religiosa che David Foster Wallace citava a proposito del gioco di Federer: è un dipinto istantaneo e sensuale. È una giocata che non vale solo il biglietto di Real Madrid-Chelsea, ma l'atto stesso di guardare il calcio.


Qual è il primo particolare che noteremmo guardando un essere umano proveniente da un'altra epoca giocare a calcio? Il suo modo di calciare la palla? O capire se la sua squadra gioca con il libero? Pensandoci bene potremmo persino chiedergli se i numeri di maglia rappresentano una simbologia del ruolo.

Un dettaglio che tradisce l'aura neoclassica del gioco di Luka Modric potrebbe essere l'uso dell'esterno destro. Dopo un decennio in cui l'atletismo e l'intensità fisica hanno imperversato come protagonisti nello sviluppo cinetico del calcio internazionale, non sono molti i giocatori creativi che oltrepassano questo sistema ipertrofico con peculiarità tecniche. Anche il significato di grande giocata ha assunto ormai una connotazione più sfumata: in fondo è una grande giocata la corsa disumana di Bale che brucia Bartra nel Clasico; lo è certamente l'elevazione con cui Cristiano Ronaldo scherza con i difensori come se fossero giocatori da Subuteo; per non citare la brutalità di Haaland quando attacca la porta avversaria.

Sembrerebbe quindi un paradosso che il primo (e unico) centrocampista a vincere il Pallone d'Oro in questo periodo sia un concentrato di classe e tecnica fine come Modric.

C'è un libro in prosa di Eugenio Montale, Nel nostro tempo, in cui a un certo punto, parlando del tema di fondo della poesia, che non è poi altro che la condizione umana vera e propria più che questo o quell'avvenimento, Montale scrive: "sarà forse una contraddizione, ma l’arte che meglio rispecchia il suo tempo non può vivere se non a patto di liberarsene”. Ed è proprio qui il senso della contemporaneità di Luka Modric: il suo gioco sembra provenire da un passato incerto in cui i centrocampisti hanno tutto il tempo per controllare la palla e alzare la testa per cercare l'attaccante libero, eppure si compie in un contesto atletico dominante, in cui la classe di Modric assume contorni di intensità mai viste prima.

Insomma nonostante l'evoluzione cinetica del calcio contemporaneo, rimane una grande giocata anche la pausa, il congelamento del possesso quando i ritmi diventano incontrollabili o, peggio, sfavorevoli. E ovviamente, per osmosi nel caso di Luka Modric, una grande giocata è calciare il pallone con l'esterno apparentemente solo per abbellire il passaggio o il tiro. In fondo è grazie a questi spunti creativi che il gioco con l'esterno di Modric diventa l'equivalente ricercato dell'ambidestrismo: il numero dieci del Real usa l'esterno del piede destro come surrogato del sinistro, come se fosse obbligato da un qualche diavolo a giocare a calcio usando una gamba sola.

Ed è per questo impossibile non notare l'unicità di questo stile.

Il gol che segna alla Scozia a Euro 2020 fotografa perfettamente l'adorazione di Modric per l'esterno. La Croazia circumnaviga la difesa scozzese senza creare un pericolo concreto, e così la sponda di Kramaric arriva al limite dell'area sui piedi di Kovacic senza che quest'ultimo abbia un'idea precisa su cosa fare. Allora scarica su Modric, che è appostato sui 20 metri e può calciare. L'unico angolo libero della porta scozzese è quello in alto a sinistra: naturalmente anche se qualsiasi altro essere umano avrebbe calciato con l'interno-collo del destro, Modric spara una trivela celestiale che non dà neanche il tempo al portiere di capire cosa e come sia successo.

Quanti altri giocatori avrebbero potuto segnare questo gol con l'esterno destro?


Per tutti gli altri calciatori del mondo, l'uso dell'esterno del piede rimane frammentato: per alcuni è semplicemente una parte del piede inutilizzabile, perché biomeccanicamente meno sensibile dell'interno o del collo, e quindi più rischiosa. Insomma quando avete visto un difensore o anche un centrocampista centrale uscire da una pressione o da un tunnel di tre-quattro-cinque giocatori avversari usando l'esterno? Anche per quelli più tecnici rimane infatti una frivolezza, uno di quei gesti da fare solo quando si è tranquilli e il risultato è già acquisito. Una forma di superiorità eccessiva e incontrollabile, da castrare.

Poi c'è Luka Modric e non credo di sbagliare se dico che è l'unico calciatore al mondo a contenere nel piede destro la stessa sensibilità tecnica nella parte esterna che in quella interna o nel tacco. Magari non possiede la precisione chirurgico-minimale dell'interno sinistro di Messi o la coordinazione mistica del piatto di De Bruyne nello spazio-tempo, ma la tecnica di Modric con l'esterno è a suo modo unica. È la perfetta rappresentazione di un centrocampista assolutamente moderno (quest'anno in nove partite di Champions League ha il 91% di precisione dei passaggi, ma ha anche tentato 26 contrasti, vincendone 14), ma il cui stile sembra ereditato più dal calcio creativo e modulato dei primi anni Duemila.

L'altro ieri sera, poco dopo il gol del momentaneo 0-3 di Timo Werner la regia della Champions League indugia sulla disperazione dei giocatori del Real Madrid. In pochi metri ci sono distesi al suolo Casemiro, Carvajal e Mendy, fatti cadere rovinosamente come statue di cera dai dribbling affilati di Werner. Nel corso di quei minuti, in cui il Real Madrid sarebbe fuori dalla Champions, Luka Modric viene inquadrato spesso, e il suo sguardo non trasmette alcuna carica ai compagni. È donchisciottamente contrariato, non crede all'impresa che, attraverso la qualità di gioco intensa e post-moderna, il Chelsea di Tuchel sta portando a termine. A guardarlo bene sembrerebbe quasi che stia meditando.

Col senno di poi sarebbe facile dire che l'assist che cambia la partita, e quindi la qualificazione e chissà forse l'intera stagione del Real, nasce da quel momento introspettivo e laconico. Ma è vero che esiste una parte non trascurabile del talento di Modric che nasce dalla testa. Al 79' Marcelo si appoggia a lui sulla parte sinistra della trequarti, Modric si dispone subito con il corpo fronte alla porta e alza la testa. La sua abilità cerebrale nello smarcamento gli ha permesso di ricevere il pallone a metà strada tra Kante e Kovacic, e quindi è libero dalla pressione.

Quando dico "libero", intendo che ha a disposizione quel secondo e mezzo, forse due, in cui può decidere come gestire il pallone. Ed è proprio in quei momenti che la razionalità con cui Modric esprime il suo talento straborda: potrebbe imbucare per Vinicius Jr., che si sta muovendo sulla sua verticale, ma Rudiger è posizionato bene con il corpo e intercetterebbe con relativa facilità. A quel punto non resta che vagliare l'ipotesi più essenziale, premiare il movimento di Rodrygo a tagliare l'area da destra, dove Marcos Alonso non rientra. Modric prende una scelta naturale, quasi in disarmonia con la genialità del pallone che atterra sul piede del brasiliano e finisce alle spalle di Mendy.

Il gioco di Modric si basa proprio su questa contraddizione: sull'efficacia delle scelte apparentemente nascosta dalla sua classe e dal rapporto pornografico con il pallone.

L'assist per Rodrygo è al minuto 2.29...

Si dice che certe giocate meritano da sole il prezzo del biglietto. Da questo punto di vista, l'esterno destro con cui Modric pennella una parabola caravaggesca per il gol di Rodrygo è una giocata sublime, che non vale solo il biglietto di Real Madrid-Chelsea ma l'atto stesso di guardare il calcio. Ricalca quell'esperienza religiosa che David Foster Wallace citava a proposito del gioco di Federer: un dipinto istantaneo e sensuale di fronte al quale non possiamo fare altro che rimanere attoniti. Ma oltre a essere un gesto tecnico bellissimo è tremendamente efficace (e quindi, se possibile, ancora più bello), perché ha la forza simbolica di mandare al tappeto un Chelsea che, di fronte all'aristocrazia tecnica del Madrid, è sembrato provenire dal futuro, da un'epoca in cui si può dominare in Champions League senza fuoriclasse, certo, ma con intensità e trame di gioco purissime.

Già nel ritorno degli ottavi di finale contro il PSG, Modric ci aveva dato un assaggio dell'ultima versione di sé stesso, passata attraverso un gioco più minimale, fatto di pause e tocchi brevi per aiutare l'uscita del Real dalla pressione. Soprattutto ci aveva dimostrato la longevità del suo talento tecnico e atletico, nel modo in cui, a quasi 37 anni, portava a spasso quattro giocatori del PSG dalla sua area di rigore fino a imbucare per la corsa di Vinicius Jr. con un effetto "maledetto", e poi servire Benzema per il gol del 2-1.

Essere campioni al tempo di Messi e Cristiano Ronaldo è un'arte dura. Ogni successo o prestazione, per quanto eccezionale, viene paragonata al loro rendimento alieno, e per anni anche il talento di Modric è stato oscurato da questa prospettiva. Per paradosso, riconosciamo la sua eccezionalità oggi che ha perso la brillantezza degli anni migliori. Quella della fine degli anni dieci, in cui il Real Madrid dominava in Europa e lui contrastava gli avversari gettandosi nel fuoco pur di recuperare il pallone (un aspetto sottovalutato di Modric è la sua capacità aerobica) e giocarlo nella maniera più intelligente possibile.

Non è difficile pensare che ci ricorderemo la partita di martedì contro il Chelsea, giocata tecnicamente su livelli impensabili e in cui oltre a toccare 89 volte il pallone ha completato 65 passaggi (circa l'89%), come uno dei masterclass più luminosi della magnifica carriera di Luka Modric. Sarà la partita che citeremo quando vorremo spiegare di cos'era fatta l'arte eterea e solidissima di un centrocampista che oltre a correre più di tutti gli altri ventuno uomini in campo, poteva cambiare l'inerzia di una partita di Champions League con una sola giocata – o anche quella di un Mondiale, vista la cavalcata della Croazia fino alla finale del 2018, che poi è valsa a Modric il Pallone d'Oro.

Quanti giocatori continui e decisivi del calibro di Modric vi vengono in mente?

A proposito della trivela di martedì, Modric l'ha definita «l'assist più importante della mia carriera» e non è difficile credergli. Al pari della maledetta di Pirlo e delle conduzioni di palla "quantistiche" di Iniesta, quell'assist assume un significato senza tempo, un gesto riconsegnato alla sua iconografia, che è quella di uno dei centrocampisti più completi che abbiamo mai visto su un campo da calcio. E che continueremo ad ammirare ancora, fino a pensare che è quasi ingiusto consumare le giocate di Luka Modric sui video di Youtube o in TV, perché in fondo meriterebbero di essere esposte in un museo.

  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle materie più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

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