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12 min

- di Damiano Primativo

10 gol per salutare Huntelaar


Huntelaar è stato un finalizzatore molto prolifico, eppure il suo recente ritiro è stato accolto con indifferenza.


Klaas-Jan Huntelaar non ha nulla di appariscente. Porta lo stesso taglio di capelli di quando era ragazzino, a cui nel tempo ha aggiunto solo una rasatura più profonda sulle tempie e dietro la testa. Ha un fisico asciutto, un gioco né tecnico né sgraziato e ha condotto per vent’anni una carriera altrettanto indefinita. Abbastanza buona da diventare un’icona di Ajax e Schalke 04, non abbastanza per farsi ricordare al Milan e al Real Madrid. Huntelaar è uno specialista del passeggiare vicino alla Storia senza mai entrarci davvero, allo stesso modo con cui ha vestito per anni il ruolo di centravanti vecchio stampo mentre tutt'attorno stavano nascendo le innovazioni tattiche più avanguardistiche. C'era nell’Olanda del 2010 e 2014, con cui ha raggiunto due podi consecutivi ai mondiali, ma non si notava. A giugno scorso Huntelaar ha deciso di ritirarsi, e non ci abbiamo fatto nemmeno caso.

Eppure i suoi numeri raccontano tutto un altro livello di incisività. Huntelaar è stato un attaccante estremamente prolifico, capace di segnare in carriera, tra club e nazionale maggiore, circa 0.7 gol ogni 90 minuti (dato Transfermarkt). È il sesto miglior cannoniere nella storia dell’Ajax, il secondo dello Schalke e il secondo anche della nazionale olandese, per la quale ha realizzato 42 gol. Davanti a lui nell’Olanda c’è solo van Persie, con 50 reti, ma spalmate su quasi 30 presenze in più. Vi cito un'altra statistica utile a mettere in prospettiva il discorso: con 408 gol a livello “senior”, Huntelaar è il nono maggior cannoniere del 21esimo secolo, e il quinto per triplette realizzate: 18. Più di lui ne hanno segnate soltanto bestie post-umane come Lewandowski, Suarez, Messi e CR7.

Con questi numeri, quindi, come mai Huntelaar non è mai stato considerato un attaccante di primissima fascia? Se il problema non era di efficacia, di freddezza sotto porta, la motivazione evidentemente sta altrove: forse in quella patina di anacronismo che ha sempre avvolto il suo stile di gioco.

Spesso si dice che gli attaccanti non vanno giudicati solo per i gol, che il loro valore andrebbe distribuito tra i molti compiti che il calcio contemporaneo richiede loro. Tutto questo non si applica a Huntelaar: un cannoniere che non svolgeva altri compiti oltre a quello brutale e primitivo di buttare il pallone in rete. Quella che segue è una selezione dei suoi migliori gol, nonché un piccolo tributo a una specie tassonomica, quella del “centravanti classico”, che sta scomparendo.

1. Heerenveen-NAC Breda, 2004/05

I primi gol di Huntelaar sono fotografie di un’epoca lontana ma che ricordiamo tutti bene. Metà anni 2000, le band emo-pop che spuntano come funghi, i Blink-182 spirito guida generazionale. Guardate il video qua sopra: i gol segnati nell’Heerenveen con in sottofondo i Thirty Seconds To Mars. Huntelaar ha un viso adolescente indurito dai tratti nordici, i capelli con la cresta sopra e lunghetti sulla nuca: un ventenne belloccio uscito da The O.C.

Huntelaar è arrivato all’Heerenveen per la stagione 2004/05 dopo i 26 gol dell’anno prima in seconda serie. Al primo anno segna 19 gol in 39 partite tra campionato e coppe. Sembra un bomber gelido sotto porta, ma ha anche uno stile sorprendentemente tecnico e molto elegante. Il gol che ho scelto qua sopra è un buon esempio di questa duplicità. Huntelaar si avventa su un pallone vagante come uno squalo in odore del sangue, avanza per un tratto, poi si libera del marcatore con un trick geniale: con una finta invita il tackle del difensore, poi quando quello è ormai sbilanciato Huntelaar gli tocca il pallone alle spalle e lo circumnaviga dall’altro lato, mandando in mille pezzi il suo sistema di equilibrio come un uomo che inciampa saltando alla corda. A quel punto rientra leggermente e scarica in porta un tiro da posizione defilata.

Sono molte le giocate di Huntelaar che stupiscono per la pulizia con cui sapeva toccare il pallone. L’agilità della tecnica non è qualcosa che ci aspettiamo da punte rapaci dell’area di rigore, specie con corpi così longilinei. Huntelaar non a caso è stato paragonato a centravanti tanto implacabili quanto tecnici ed estrosi. Van Basten naturalmente, ma anche van Nistelrooy, che una volta ha anche segnato un gol molto simile a questo.

2. Heerenveen-NAC Breda, 2005/06

«In area di rigore è il migliore di tutti i giocatori al mondo, nessuno escluso» ha detto di lui Louis van Gaal. Huntelaar però è molto lontano dallo stereotipo del bomber sempre un po’ goffo e sgraziato. Se da una parte le sue compilation mostrano in effetti un finalizzatore spietato, capace di scomparire nella partita e poi colpire all’improvviso, dall’altra sono anche ricche di giocate di fino. Intuizioni delicate, primi controlli che addormentano la sfera come se al posto del piede avesse avuto un retino da pesca.

Al secondo anno con l’Heerenveen, l’esuberanza giovanile di Huntelaar era alle stelle. Qui si costruisce un gol da solo, su un rinvio innocuo del portiere, con quel mix di eleganza e coordinazione degno dei centravanti più tecnici che lo accompagnerà per tutta la carriera. (Un altro primo controllo liscio come l’olio è in questo gol del 2007 con l’Ajax).

3. Ajax-RBC Roosendaal, 2005/06

Dopo 17 gol nelle prime 15 partite di Eredivisie 05/06, l’Ajax non riesce ad aspettare e acquista Huntelaar a gennaio dall’Heerenveen. Per Huntelaar non cambia nulla: nel primo semestre del 2006 segna 24 gol in 25 partite, alla fine viene premiato miglior giovane del campionato e capocannoniere con 33 reti in 31 partite. In estate metterà la ciliegina su una stagione da 44 gol (totali tra Heerenveen e Ajax) vincendo anche l’Europeo U21 con l’Olanda – in cui, manco a dirlo, sarà miglior giocatore e capocannoniere con 4 reti.

Il gol qua sopra, tratto da una partita in cui Huntelaar segna 4 volte, è quindi indicativo di un periodo in cui camminava sulle acque. La “zampata” su passaggio dalla fascia è la specialità di Huntelaar, che nello smarcarsi e anticipare tutti in area era un attaccante d’élite. Aveva uno stile sfuggevole: preferiva eludere i contatti invece di cercarli. La sensazione è che si mantenesse sempre un po’ a distanza dal marcatore, a fari spenti, per poi al momento giusto allungare le estremità del suo corpo da Monkey D. Luffy e arrivare primo su palloni che un attimo prima sembravano irraggiungibili.

4. Ajax-Inter, 2005/06

Vi do un’informazione: Huntelaar è alto 186 cm. Scommetto che pensavate di più. D’altra parte la sua aura vintage è dovuta anche all’aspetto longilineo, riconducibile a quegli attaccanti anni ’70 dalle cosce sottili e i pantaloncini inguinali. Se Huntelaar è entrato nell’immaginario come un “lungagnone”, pur senza esserlo davvero, è per un’abilità aerea di primissimo livello che lo ha sempre fatto sembrare più alto. Tra i molti gol che ha segnato di testa ho scelto questo contro l’Inter negli ottavi di Champions 2005/06. Huntelaar non ha nemmeno 23 anni, è al debutto nella massima competizione europea e gli bastano 16 minuti per segnare il primo gol, concretizzando un’azione in cui – questo credo sia davvero storico – vince tre duelli aerei consecutivi (!) contro Walter Samuel (!!).

In carriera Huntelaar è stato paragonato anche a Morientes, un’altra punta fenomenale nel gioco aereo, nonché a suo tempo un po’ emarginato ed etichettato come attaccante retrò. Huntelaar ha accettato il paragone sottolineando come lo spagnolo fosse bravo «A smarcarsi, e si affida più alla tecnica che alla forza: anche io gioco così». In effetti Huntelaar è davvero tecnico negli smarcamenti; come i migliori bomber prende posizione in area sapendo prima dove finirà il pallone e muovendosi in anticipo. In mezzo a corpi in affanno, la preveggenza di Huntelaar lo fa sembrare più veloce degli avversari, aumentando il senso di pulizia ed eleganza dei suoi movimenti.

5. Ajax-Heerenveen, 2007/08

Le certezze nel calcio sono poche, una di queste è che un centravanti longilineo, dalla spiccata capacità acrobatica, verrà prima o poi paragonato a van Basten. Naturalmente è toccato anche a Huntelaar, che in più è anche olandese. «Sembra che lo abbiano clonato da Marco van Basten» ha detto Bernd Schuster, il tecnico che lo porterà al Real Madrid. «Il suo modo di muoversi, tirare con entrambi i piedi e la sua potenza di testa mi ricordano van Basten».

Guardando le compilation dei suoi gol, si capisce in che senso Huntelaar può rientrare nella stessa categoria di attaccanti di van Basten. Anche Huntelaar è un cannoniere molto creativo, che padroneggia una vasta gamma di soluzioni per segnare. Anche lui ha le gambe lunghe da fenicottero, e quando riesce a coordinarsi per tirare al volo suscita un grande senso di meraviglia. Guardate come somiglia la rovesciata qua sopra di Huntelaar a quella di van Basten contro il Göteborg.

Ho parlato di senso di meraviglia perché questi gesti, in Huntelaar come in van Basten, hanno sempre qualcosa di miracoloso e controintuitivo. Sia per la rapidità con cui entrambi azionano quelle ossa lunghissime, sia per l’immagine globale di grazia ed elasticità che esprimono. Guardate quest’altro gol, in cui Huntelaar decide per la rovesciata in un baleno, dopo che l’avversario gli ha sporcato un cross basso: l’eleganza con cui dilata e poi richiude il corpo ricorda quei video in time lapse dei fiori che si aprono e richiudono.

Naturalmente tra i due ci sono differenze enormi, e provandole a scrivere mi rendo conto che è uno sforzo ridicolo raccontare cosa separa Huntelaar da uno dei calciatori più forti della storia. Entrambi sono eleganti, ma difficile immaginare un’eleganza più diversa. Van Basten con l’andatura vanitosa, il piede da trequartista delicato, una vibrazione erotica nelle sue azioni; Huntelaar dall’eleganza austera, priva di ogni sensualità. Se il primo era quasi un talento sudamericano, un genio etereo e indolente, Huntelaar non smetteva mai di essere profondamente olandese. Il prodotto di una scuola che crea calciatori talentuosi ma – tranne rare eccezioni – dalla freddezza quasi meccanica.

6. Real Madrid-Athletic Bilbao, 2008/09

Cosa è andato storto tra Huntelaar e i top club? Perché si sono attratti per un momento per poi respingersi senza seconde possibilità? Inutile girarci intorno: il passaggio di Huntelaar al Real Madrid ha segnato un prima e un dopo nella sua carriera. Rappresenta il momento in cui gli abbiamo appiccicato l’etichetta del talento inespresso, se non peggio: quello sopravvalutato, le cui attese agli esordi erano gonfiate rispetto alle reali capacità.

Huntelaar arriva al Madrid a gennaio 2009: il suo secondo trasferimento nel mercato invernale, come i giocatori normali che si muovono a gennaio per tappare i buchi. Il Real è quello degli olandesi, Sneijder, Robben, van der Vaart, van Nistelrooy, Drenthe, ma anche un club decadente per la disastrosa gestione Calderón, che si dimette a metà stagione e viene sostituito in estate dal ritorno tonitruante di Florentino Perez. Huntelaar fornisce il suo contributo dignitoso: 8 gol in 20 presenze, quasi tutte da subentrato. Ma è con la restaurazione della politica dei Galacticos che viene bocciato senza se e senza ma. Florentino, ormai lo conoscete, a volte sembra voler creare cast per uno spot della Nike più che squadre di calcio. Appena tornato porta a Madrid CR7, Kakà, Benzema, Xabi Alonso, mentre Huntelaar con la sua aura vintage doveva sembrare un vecchio mobile di cui disfarsi per fare spazio all’arredamento nuovo.

Huntelaar che non veniva incontro sulla trequarti per associarsi ai compagni, non diventava all’occorrenza un rifinitore elegante, non apriva spazi per le corse degli altri. Era solo a suo agio in area di rigore come un polpo tra le rocce marine. Nel 2009 ha solo 26 anni, ma è già una presenza nostalgica. Un giocatore che si muove in bianco e nero in un club che ricerca l’avanguardia. Al suo posto il Real Madrid prenderà Benzema, un artista del lavoro senza palla e della rifinitura, e la cosa è significativa di quali requisiti il calcio contemporaneo richiedesse a una punta.

7. Milan-Catania, 2009/10

Il trasferimento al Milan doveva servire per riscattarsi, Huntelaar invece passerà nove mesi a Milano in cui per tutti è “l’oggetto misterioso”. 15 milioni pagati al Real, maglia numero 11, sulla carta un posto da titolare con Pato e Ronaldinho: doveva essere il cannoniere del nuovo Milan di Leonardo, ha finito per venire risucchiato in una triste spirale di panchine. La luce in fondo al tunnel sembra vedersi domenica 29 novembre 2009. Catania-Milan, il risultato è sullo 0-0 quando all’84’ Leonardo toglie un centrocampista e butta dentro anche Huntelaar.

Funziona: al 2’ di recupero Huntelaar sblocca il risultato, e forse si rende un po’ meno misterioso al pubblico italiano. Poi dopo qualche minuto, al 95’, segna di nuovo: uno dei suoi gol più belli in assoluto. Si ritrova una palla spalle alla porta, nella lunetta, quindi si allarga verso destra per aprirsi lo spazio per tirare. A quel punto è velocissimo a scansionare il contesto e valutare tutte le possibili soluzioni. L’opzione più intuitiva sarebbe il destro a incrociare, ma è difficile perché lo specchio è chiuso da un difensore e dal portiere che è uscito. Huntelaar allora sorprende tutti scavando il pallone e mandandolo morbidissimo sul secondo palo. «Quando gioca non riesce a combinarne una giusta», lamentava solo due minuti fa Tiziano Crudeli che ora urla meravigliato «Che class, Huntelaar!».

Klaas-Jan Huntelaar sapeva segnare davvero in tutti i modi, di testa, con entrambi i piedi, su punizione, nell’area piccola o di precisione da lontano. Con una sensibilità tecnica che francamente non ricordavo. L’approccio razionalista della scuola olandese è visibile non solo nella pulizia dei movimenti: il suo processo decisionale è di un calciatore davvero iper-scientifico. Huntelaar aveva una grande varietà nelle conclusioni in porta, e sapeva scegliere con freddezza sempre la più conveniente.

8. Schalke 04-Real Madrid, 2013/14

Dopo un solo anno e 7 reti nel Milan, Huntelaar fa le valigie e va allo Schalke. La prima stagione è di ambientamento, poi nel 2011/12 vive l’annata più prolifica della carriera: 48 partite 48 gol.

Senza essere un attaccante che dispensava bellezza conducendo palla, disegnando assist, inventando dribbling geniali, Huntelaar riusciva ad arricchire di eleganza il singolo momento più pragmatico di una partita: il tiro in porta. Questo gol contro il Real Madrid in Champions è uno dei più iconici della capacità del suo corpo di flettersi con grazia. Di distorcersi per rendere l’impatto col pallone pulito, perfetto. Qui l’eleganza sta nel contrasto tra la potenza del tiro e alcuni dettagli leggeri: il modo con cui lascia andare le braccia con assoluta fluidità, l’avvitamento del busto, il saltello grazie a cui non chiude il tiro ma lo indirizza al secondo palo.

Dopo gli anni deludenti in Spagna e Italia, lo Schalke per Huntelaar diventa una seconda casa. Trascorrerà sette stagioni e mezzo, segnerà 129 gol diventando il secondo cannoniere nella storia del club, il primo non tedesco.

9. Olanda-Messico, Mondiale 2014

In nazionale Huntelaar ha ripetuto le stesse trame vissute nei club. La stessa subordinazione rispetto a compagni più talentuosi, gli stessi fallimenti quando toccava fare il salto qualitativo. Ha collezionato ottimi numeri (secondo cannoniere all-time, media gol migliore di van Persie, Kluivert, Bergkamp, van Nistelrooy) tuttavia è rimasto pressoché sempre nell’ombra di van Persie – attaccante classe ’83 come lui ma più moderno di diversi decenni calcistici. Il fatto di aver partecipato a due mondiali e portato a casa due medaglie, argento nel 2010 e bronzo nel 2014, senza tuttavia iniziare mai una partita da titolare nelle due competizioni, è una buona metafora di un giocatore che ha flirtato con il calcio d’élite per un po’, ma per qualche motivo gli è sempre mancato qualcosa per diventarne protagonista.

Questo gol su rigore, che vale il 2-1 al minuto 90+3 negli ottavi del mondiale brasiliano, è il punto più alto di Huntelaar con l’Olanda. Nelle tre partite della fase a gironi non aveva giocato nemmeno un minuto, debutta entrando al 75’ negli ottavi contro il Messico, e poco dopo va sul dischetto per un rigore pesantissimo. In campo ci sono Robben, Sneijder, Kuyt, Wijnaldum, e la cosa è significativa di quanto Huntelaar fosse un rigorista affidabile.

In quel mondiale van Gaal lo utilizza letteralmente solo per questo: lo fa entrare al 105’ nei quarti contro la Costa Rica (la partita in cui il ct cambiò portiere prima dei rigori), e al 95’ in semifinale con l’Argentina. Entrambe le partite finiranno ai rigori, ma in maniera strana Huntelaar non ne calcerà nessuno, dato che era il 5° rigorista e all’Olanda ne basteranno 4 sia per battere la Costa Rica, sia per perdere con l’Argentina.

10. Ajax-Standard Liegi, 2018/19

Huntelaar torna all’Ajax nell’estate 2017, ormai 34enne, con l’idea di chiuderci la carriera. Non andrà esattamente così, perché a gennaio 2021 decide di spendere l’ultimo semestre provando a salvare lo Schalke – che alla fine retrocederà ugualmente per la prima volta in trent’anni.

All’Ajax, nelle ultime tre stagioni e mezzo, Huntelaar è la chioccia in una formazione di ventenni tornata competitiva anche in Europa. In mezzo a giocatori freschi e universali come Tadic, Ziyech, van de Beek, Frenkie de Jong, Klaassen, un centravanti specializzato come Huntelaar sembra aver viaggiato con la DeLorean e provenire da diverse ere calcistiche passate. Una quercia secolare circondata da una città di grattacieli di vetro. Huntelaar non partecipa alla cavalcata in Champions 18/19, dove l’allenatore Ten Hag preferisce la fluidità di Tadic falso 9. In compenso però è un punto fermo in campionato, dove mantiene la sua eterna media di un gol ogni due partite. Ha segnato l’ultimo gol con l’Ajax, il 158°, il 14 gennaio 2021, in una partita contro il Twente in cui è entrato all’89’ e ha segnato una doppietta in due minuti.

Dei gol dell’”ultimo” Huntelaar questo non è di certo il più bello. È però un gol che esprime bene come la grazia dei suoi tiri derivi dal senso di totale controllo sulle variabili fisiche circostanti. Qui Huntelaar devia il pallone mentre sta camminando: ha sintonizzato naturalmente le frequenze dei suoi movimenti con quelle della palla, in modo che non deve nemmeno modulare i passi per aggiustare la coordinazione.

È un dettaglio che differenzia Huntelaar da van Nistelrooy, per esempio. Se in van Nistelrooy la preparazione del tiro rivela sempre una certa laboriosità, una fatica per accordare le frequenze del prima (la corsa, il controllo) con il dopo (il tiro), in Huntelaar la fluidità è tale da rendere indistinguibile la preparazione del tiro dal movimento precedente. Carlo Rovelli ha scritto che la percezione del tempo come qualcosa che scorre, con un prima e un dopo, deriva dalla nostra ignoranza delle variabili fisiche in gioco, mentre se potessimo prevedere a fondo ciascuna variabile esso ci apparirebbe invece come un blocco unico, un’entità esistente per intero qui e ora. In Huntelaar la comprensione delle variabili (seppure a livello subcosciente) è tale che il tiro è presente già molto prima. Lo smarcamento, lo stop e il tiro sono per lui un’unica entità olistica.


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Damiano Primativo (1992) è salentino e studente di Architettura. È nato il 23 dicembre come Morgan, Carla Bruni e Vicente Del Bosque.

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