Article image
, ,
4 min

- di Luca Barbara

Quel disperato bisogno di Pecco


La Moto GP presenta quest'anno un campionato equilibrato, emozionante e variegato. Insomma, bellissimo. Nonostante questo, non riusciamo pienamente ad appassionarci.


E' come un "ti voglio bene come ad un fratello" o "ti vedo più come un amico". Non c'è niente da fare, quest'anno non siamo ancora riusciti ad innamorarci del motociclismo. Ovviamente non stiamo parlando di te, vecchio centauro innamorato di leveraggi, forcelle, di Doohan e Schwantz, che odia fortemente l'elettronica. Lo sappiamo bene che fortunatamente esiste un nutritissimo gruppo di followers del motosport a due ruote no matter what.

Con queste riflessioni vogliamo rivolgerci al grande pubblico, quello che negli ultimi 20 anni, generalmente intorno alle 2 del pomeriggio di domeniche alternate, era impossibile da schiodare dal divano perché c'era da seguire la corsa.

Sarà che la passione italiana per il motociclismo ha radici antichissime. Non a caso il detentore di più titoli mondiali (15) porta il tricolore addosso e si fa chiamare Giacomo Agostini, autentico totem di questo sport. Ma ci sta mancando terribilmente colui per cui valga veramente la pena fare cui fare il tifo.

Vedere tre spagnoli sul podio lo scorso weekend (non che sia una novità ai giorni d'oggi), oltre ad averci regalato un grande duello tra Espargaro e Martin, ci ha portato alla mente il magnifico decennio 2000-2010, periodo in cui non era difficile vedere tre piloti italiani sul podio. Tanto che ci potevamo permettere il lusso di scegliere se essere tifosi di Valentino, biaggisti o ducatisti. Il Mugello del 5 giugno 2005 fu incredibile: nella gara di casa, quattro piloti italiani nelle prime quattro posizioni. Rossi, Biaggi, Capirossi e Melandri.

Per tanti anni abbiamo forse confuso l'amore per le gare in motocicletta con il naturale campanilismo derivante dalle tantissime vittorie dei vari Biaggi, Rossi e Capirossi. Neanche il tragico incidente dell'indimenticato Simoncelli riuscì a farci disinnamorare dal motociclismo, nonostante un primo periodo di naturale distacco.

Rossi, in particolare, è sempre stato una calamita per il grande pubblico. I duelli a Jerez con Gibernau, a Laguna Seca con Stoner, a Barcellona con Lorenzo, tra gli altri, sono scolpiti nella mente degli appassionati. Ma anche i primissimi litigi con Max Biaggi o gli show nei post gara, bambola gonfiabile compresa. Senza dimenticare la cocenti delusioni del biennio in Ducati e del mancato decimo titolo che hanno comunque fatto parte della costruzione del personaggio di Valentino. Talento, personalità e cazzimma sono state le caratteristiche di un pilota che probabilmente rimarrà ineguagliabile e che, oltretutto, ha avuto anche l'intuizione di creare quello che attualmente è il più grande bacino di piloti nostrani, la VR46 Riders Academy.

Dal ranch di Tavullia, infatti, stanno venendo fuori un certo numero di piloti che si dividono tra discreti, buoni e future promesse (Celestino Vietti, stiamo parlando di te), in grado anche di vincere dei mondiali nelle classi minori (leggasi Morbidelli e Bagnaia in Moto2). I due, oltretutto, sono stati i principali contendenti al titolo per Mir nel 2020 e Quartararo nel 2021, nonostante siano stati ottenuti con qualche gara di anticipo. Concretamente, però, in nessuno dei due casi era ipotizzabile la vittoria di uno dei due. Sono così 5 gli anni consecutivi in cui uno dei "nostri" si piazza secondo in classifica, generando sconforto ma provocando il naturale ottimismo per l'annata successiva.

Nel triennio dal 2017 al 2019 Andrea Dovizioso ha rappresentato la più seria alternativa al dominatore Marquez. Pilota italiano su moto italiana, si toccava il cielo con un dito. Bellissimi sono stati i duelli tra i due, purtroppo finiti sempre per dar ragione al pilota Honda. La competizione, però, era vivace, seppur corretta in ogni suo aspetto, ed il binomio moto-pilota faceva sì che il tifoso potesse rimanere quasi sempre incollato al televisore col cuore in gola, nonostante il vuoto lasciato da Rossi non fosse ancora completamente colmato.

Il Marquez visto guidare prima dell'incidente al braccio era un pilota fantastico, che probabilmente prescindeva dal tifo. Veder guidare il pilota catalano era uno spettacolo che attraeva gli appassionati della guida al limite e dei traversi. Marquez, indipendentemente dalle considerazioni personali, è uno di quei talenti che nascono una volta ogni 30 anni e non vederlo più guidare come una volta, prendersi i rischi che si prendeva una volta, è un vero dispiacere.

Il fatto che in Qatar sia arrivata una storica tripletta italiana nelle tre classi (grazie a Migno, Vietti e Bastianini) e vedere Espargaro trionfare in Argentina in sella ad un'Aprilia, hanno parzialmente rallentato quello che sembra poter essere un iniziale quanto graduale abbassamento della libido nei confronti del motomondiale.

A non aiutare il circus motociclistico c'è il parallelo ritorno al vertice della Ferrari con conseguente ed inevitabile ritorno di interesse verso la Formula 1 che, grazie ad un nuovo regolamento e ad alcune trovate di marketing degne di nota (Drive to Survive su Netflix è l'esempio più lampante) sembra attirare sempre più l'interesse dello spettatore generalista, interessato per lo più a palcoscenici spettacolari (l'introduzione del Gran Premio di Las Vegas a partire dal 2023 ne è la prova), a gare ricche di sorpassi ed a quella competizione storica tra piloti next gen e non.

Quello che cambia per lo spettatore italiano è la sostanziale differenza di tradizione vincente. Sulle due ruote abbiamo storicamente avuto piloti forti, quasi sempre in grado di poter lottare per la vittoria finale. Nell'automobilismo, invece, sembra superfluo discutere di quanto la Ferrari abbia un potere attrattivo verso tutti noi, indipendentemente dal fatto che la guidi un canadese, un tedesco o un monegasco.

Ed è per questo che la nostra vera ancora di salvezza si chiama Francesco Bagnaia su Ducati. L'impressione è che al di là del centauro torinese, la griglia di partenza della MotoGP sia composta da tanti bravi ragazzi italiani, chi più talentuoso (vedi Morbidelli, Bastianini e Bezzecchi), chi meno. Nessuno apparentemente in grado di poter competere per il titolo mondiale. Eccetto Pecco, appunto. Che in Argentina ha avuto un sussulto importante, piazzandosi quinto dopo una rimonta delle sue. Adesso deve rincorrere in classifica ma in ritardo accumulato non sostanziale ed il campionato è appena iniziato. Le 4 gare vinte nelle ultime 6 dello scorso anno certificano il fatto che moto e pilota siano perfettamente in grado di competere ad alti livelli, nonostante la Ducati ufficiali sia ancora zoppicante.

Siamo alla ricerca dell'erede. L'erede di un campione generico (Agostini, Biaggi o Rossi, appunto) che possa farci ripetere i fasti passati portando il tricolore sul podio più volte possibile. Il ducatista rappresenta l'uomo su cui puntare per rialzare l'attenzione mediatica. Per noi tifosi e per l'intero sistema motociclistico italiano.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE...

34 anni, pugliese di nascita, siciliano, ciociaro e ligure d'adozione. Ex pallanuotista, da sempre appassionato di sport in generale ma con una fissazione per il futbòl. Ho visto giocare Ronaldinho contro Romario al Maracanà di Rio de Janeiro nel 1999. Trasmissione sportiva preferita: Tutto il calcio minuto per minuto.

Cos’è sportellate.it

Dal 2012 Sportellate interviene a gamba tesa senza mai tirarsi indietro. Sport e cultura pop raccontati come piace a noi e come piace anche a te.

Newsletter
Canale YouTube
clockcrossmenu