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4 min

- di Giuseppe Menzo

Considerazioni sparse su "Drive My Car"


Spoiler: anticiperemo il giudizio finale dell’appassionato, attore, autore, che ha avuto l’ardire di proporsi per “considerare” il prodotto che quest’anno si è portato a casa il Golden Globe e il premio Oscar come miglior film straniero. Anticiperemo il giudizio finale perché oltre questo diventa molto difficile - ma molto difficile - parlare di un lungometraggio di questo tipo. E quindi, senza ulteriori indugi, sappiate che “Drive My Car” è un film bellissimo. Senza paura di essere contraddetti.


- Diretto da Ryusuke Hamagughi, interpretato, tra gli altri, da Hidetoshi Nishijima e Toko Miura, oltre che da Reika Kirishima e da Masaki Okada, e tratto dall’omonimo racconto di Haruki Murakami che in Italia troviamo nella raccolta “Uomini senza Donne” dello stesso autore, edito da Einaudi, il film del quale mi accingo a scrivere è a tutti gli effetti un concentrato di godurioso piacere giapponese. E non per forza, secondo me, si parla di piacere in relazione agli aspetti che più comunemente associamo a questo tipo di sensazione, ma anche rapportando questo stato d’animo a situazioni apparentemente distanti da questo, come ad esempio una continua ricerca del proprio senso interiore, l’abnegazione silenziosa al proprio lavoro e una compostezza oltremisura di essere umani impregnati - più o meno consapevolmente - di quella disciplina da Samurai che avvolge tutta quanta la società giapponese. “Drive my car”, film di quasi 2h50’, è tutto questo. E forse molto di più;

- Per chi, come me, nella vita vive di Teatro, trovarsi ad avere a che fare con un film ambientato in Giappone che si occupa di un allestimento di un Céchov - e più precisamente di un’opera come lo “Zio Vanja” - può risultare, a primo impatto, veramente scioccante, anche se immagino che tale “botta” non sia necessariamente maggiore di quella nella quale può incorrere un russo che vede rappresentato uno dei suoi autori di punta in un paese mediterraneo e o quella di un napoletano che vede viaggiare per il mondo, con alterne qualità, i testi eduardiani. Occorre comunque specificare che a differenza di tutto il gustoso e sostanzioso materiale del quale è ripieno, "Drive My Car" NON è un film sul Teatro. Assolutamente NO. "Drive My Car", semmai, è un film che a partire dal Teatro in quanto attività professionale del suo personaggio principale, indaga le emotività, i rapporti, le dinamiche comportamentali dei personaggi che lo abitano e il Teatro è soltanto il – magnifico – contenitore che li raccoglie. E vi devo confessare che ho anche il concreto sospetto, per quello che ho visto, che se lo spettacolo in questione dovesse davvero venire allestito, rischierebbe di venirne fuori un lavoro di una bellezza inimmaginabile. Con, per chi lo conosce, dei tocchi alla Milo Rau;

- I giapponesi. Come recitano i giapponesi. Come vivono i giapponesi. Da italiano, da mediterraneo, da latino, vi confesso che, ogni volta, vedere un film appartenente ad una cultura così distante da me mi mette in una condizione che si tinge un po' di ammirazione, un po' di imbarazzo, un po' di meraviglia e un po' di noia. Sempre sul punto di temere che il loro continuo trattenere le emozioni li porterà a dare in escandescenze dalle conseguenze irreparabili, ogni singola volta, ricaccio dentro, insieme a loro - attori preparatissimi al limite del ridicolo - enormi groppi in gola che non fanno che urlare la loro voglia di libertà, trovando puntualmente una drammatica insoddisfazione del loro sempre crescente bisogno di esplodere. Gli attori, e deduco le persone del Sol Levante, introiettano quantità di dolori tali che un europeo medio, secondo il più comune degli stereotipi, annegherebbe in tragicità senza possibilità di ritorno. Tra “noi” e “loro” sembrano esistere differenze culturali talmente evidenti che vedere un film del genere diventa un affilato esercizio di meditazione. Non posso dire di possedere una solida cultura cinematografica quando parliamo di prodotti orientali, ma in questo caso faccio fatica a non pensare, da subito, che ci troviamo di fronte a qualcosa che tocchi delle vette difficilmente raggiungibili. E questo a prescindere da riconoscimenti che, quest’anno come mai, solitamente non mi scaldano il cuore. I premi artistici mi importano sul serio, in maniera molto immatura, solo quando confermano i miei di gusti. In caso contrario trovano spesso la mia indifferenza;

- A questo proposito inevitabile e ingestibile è stato il confronto che la mia mente ha operato tra quest’opera e il nostro “E’ stata la mano di Dio”. Perdonate l’arroganza, della quale peraltro vi sarete già accorti da soli, ma per tutta la durata del film ho pensato che al netto della bellezza del film di Paolo Sorrentino - tra i suoi migliori, peraltro, secondo me – quest’anno non siamo stati scippati di nulla. La storia dell’attore/regista che con la sua autista instaura un rapporto di silenzi e parole non ha niente da invidiare – anzi – a quella del “nostro” Fabietto Schisa, rimasto prematuramente orfano di padre e madre. E neanche la città di Hiroshima – gioco forza senza passato prossimo per gli ovvi fatti della Seconda guerra mondiale che sicuramente conoscete – ha niente da invidiare nella sua austera e tragica bellezza contemporanea ad una Napoli che Sorrentino ha elevato – qualora ce ne fosse ancora bisogno – a incontrastata bellezza del mondo. Insomma, non abbiamo nulla di cui lamentarci e nessuno, mi pare, lo ha giustamente fatto;

- In conclusione, Drive My Car, road movie dell’anima più che dello spazio, può tranquillamente elevarsi a film da non mancare assolutamente nella propria esperienza di cinefili e ad apripista, per chi ne fosse ancora digiuno, di un smisurato universo cinematografico che mi sentirei di definire, dal basso della mia ancor poca conoscenza, come costellato di capolavori più respirati che parlati e più “emozionalmente” sentiti che non spiegati a colpi di sceneggiature didascaliche. Dall’Oriente arrivano sempre più prodotti belli come i loro ciliegi e io la loro fioritura non me la continuerei a perdere.

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Mi diplomo al Centro Internazionale “La Cometa”, dopo un intenso triennio di studi, nell’ottobre del 2016, aggiudicandomi la patente dell’attore, del “ma che lavoro fai? “e di appartenente al gruppo “dei nostri amici artisti che ci fanno tanto ridere e divertire” (cit.). Appassionato di sport, ottimo tennista da divano, calciatore con discrete potenzialità in età pre puberale, se non addirittura adolescenziale, mi appassiono anche al basket Nba e alla Spurs Culture. Discepolo non riconosciuto di Federico Buffa, critico in erba, ingurgitatore di calorie senza paura, credo che il monologo di Freccia nel film di Ligabue sia bello, ma che Shakespeare ha scritto di meglio. Molto meglio. Mi propongo di unire i tanti puntini della mia vita sperando che alla fine ne esca fuori qualcosa di armonioso. Per me e gli altri.

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