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4 min

- di Simone Renza

Željezničar Sarajevo, i trent'anni da un massacro


30 anni. Tempo nel quale la storia ha avuto modo di ripetersi tragicamente. Sarajevo come luogo simbolo di massacri impensabili. Inauditi. Inimmaginabili.


Come ogni storia proveniente da quella sponda dell'Adriatico, non si può definire Jugoslava se non percorre un campo, se non siede su uno spalto. Così fu per lo stadio Grbavica di Sarajevo, casa dello Željezničar. La squadra prende il nome dall'omonimo sobborgo. La storia ne prenderà il nome, visto che divenne parte della prima linea durante l'assedio. La vita dello stadio e di coloro che lo frequentarono si intreccerà alla storia della Jugoslavia, alla sua dissoluzione e alla repubblica indipendente che ne è poi emersa.

Questo stadio brucerà per primo. Tra le due aree di rigore Veselin Vlahovic e le sue forze paramilitari hanno sfilacciato quel coacervo di multiculturalità che era la capitale bosniaca. Il cosiddetto "Mostro di Grbavica" è stato condannato a 45 anni di carcere per crimini contro l'umanità.

Il 5 aprile 1992 era in programma una partita del campionato contro la Stella Rossa di Belgrado che non si disputerà mai perché improvvisamente fermata dalle raffiche provenienti dalle colline circostanti. L'ultimo barlume di normalità prima di far spazio a una nuova esistenza, fatta di granate, fame, resistenza e distruzione.

La storia dello Željezničar si trasformò: calciatori e tifosi furono coesi nel difendere la città dall’assedio e dalla barbarie. Lo Stadio, tagliato da una linea del fronte militare, minato e dato alle fiamme dall’esercito serbo, diverrà epicentro di storie tutte diverse ma tutte accomunate dal tragico destino: il giovane Dževad Begić “Đilda“, che da capo ultras passa a combattere sul fronte, perdendo la vita nel tentativo di aiutare una concittadina ferita da un cecchino; e Ivica Osim, l’architetto della squadra del 1985, che a Belgrado lascia la guida della nazionale jugoslava in lacrime, ricordando a tutti cosa stava succedendo nella sua città.

Questo club era il simbolo della simbioticità etnica di Sarajevo, fondato nel 1921 da un gruppo di ferrovieri. Al tempo era consuetudine che ogni associazione, sportiva o meno, indicasse nel proprio nome l’appartenenza etnica dei suoi componenti. I ferrovieri, invece, decisero che il loro club sarebbe stato aperto a tutti, indipendentemente dall’appartenenza nazionale, religiosa o sociale.

Quel 1992 non fu, però, la prima volta in cui il club si dovette confrontare con la guerra. Lo Željezničar ha dovuto resistere sempre per esistere. Come nel 1941, durante l’occupazione nazista, quando il club si rifiutò di partecipare ai campionati organizzati dalla NDH (stato fantoccio filofascista).

Nel 1947, il Maresciallo Tito decise che la rappresentativa cittadina dovesse essere il neonato FK Sarajevo. Venne imposto un calciomercato. Tutti i giocatori più rappresentativi dovevano essere trasferiti all'FK. Ma Joško Domorocki, rifiutò fermamente il trasferimento: la sua immagine è presente ancora oggi su uno striscione del settore Sud dello stadio Grbavica.  Ma il derby significò anche altro. in molti ricordano di come il primo derby dopo la guerra segnò la rinascita. Questa partita simboleggerà la vita persa e ritrovata.

L'FK Sarajevo divenne presto una delle squadre di calcio più popolari in Bosnia. Più di 40.000 persone erano presenti al Kosevo City Stadium quando l'FK Sarajevo ha ospitato il Manchester United nella Coppa dei Campioni del 1967.

Come si potrà immaginare, proprio questo momento divenne scintilla per la grande rivalità ma mai vero odio. Ivica Osim ebbe a dire “tifare Sarajevo è una questione di geografia, mentre tifare Željezničar è una questione di filosofia”. Difatti il motto della tifoseria è: “Più forti di ogni guerra, di ogni regime e di ogni partito“. Benchè, va detto, che la guerra ha quasi radicalmente mutato questo scenario: la squadra ha sul proprio stemma il simbolo dell’esercito della Repubblica di Bosnia-Erzegovina (ARBiH) ed il gruppo ultras dei Manijaci ha iniziato a connotarsi per un posizioni nazionaliste.

Ma non solo distruzione e morte.

Il 23 aprile 1985 lo Željezničar toccava il punto più alto della sua storia. Ritorno della semifinale di Coppa UEFA contro il Videoton: in 86 minuti di gioco i blu dominano segnando solo due gol. Punteggio striminzito utile, però, per passare il turno. Ma il calcio sa essere crudele e beffardo: 87', un anonimo terzino ungherese fece calare il gelo. Jozsef Csuhay infilava in rete l’unico pallone utile dell’intera partita degli ungheresi e portava il Videoton in finale contro il Real Madrid.

La guerra distrusse anche quel meraviglioso mondo che era il calcio Jugoslavo, impoverendone il tessuto umano e sportivo. Sino a quel 1992 ogni club balcanico, come anche la Nazionale - considerata la favorita per l'europeo che mai disputò quell'anno, era temuta e rispettata (si pensi alla Coppa Campioni vinta dalla Stella Rossa a Bari).

Si pensi che dall'ammissione del paese alle competizioni Uefa e dalla prima partita in assoluto giocata nello stesso stadio nel 1998 tra Zeljeznicar e Kilmarnock, nessun club bosniaco è riuscito a qualificarsi per la fase a gironi di nessuna competizione europea. La nazionale è arrivata alla Coppa del Mondo in Brasile nel 2014, ma solo un giocatore, il terzo portiere, giocava per un club del campionato bosniaco. Per decenni il campionato nazionale ha lottato con una scarsa qualità, infrastrutture ancora peggiori e senza soldi.

Questa è l'eredità della guerra a 30 anni da quel sanguinoso conflitto: l'aver annientato la più bella realtà europea e, forse, mondiale quale era il calcio jugoslavo.

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Impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto de lengua e di spada, facile al gozzoviglio. Fuggo la verità e inseguo il vizio. Ma anche difensore centrale.

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