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6 min

- di Michele Cecere

Il momento di Carlos Alcaraz


Con la vittoria di Miami contro Ruud, Carlos Alcaraz si è proiettato di diritto nell'Olimpo del circuito tennistico maschile. Dotato di uno stile di gioco intenso e brutale, pieno di colpi profondi e discese a rete essenziali, forse il talento di Alcaraz non rimanda all'ideale di eleganza neoclassica di Edberg-Sampras-Federer, ma incarna alla perfezione lo Zeitgeist del tennis contemporaneo.


Carlos Alcaraz lascia cadere la racchetta, si accascia al suolo, si porta le mani tra i pochi capelli ispidi che ne popolano il capo. La pallina non è ancora rimbalzata a terra due volte dopo la stop volley con cui era sceso a rete per chiudere il match, ma Ruud non ci fa nemmeno caso, e rinuncia in partenza all'idea di inseguire il rimbalzo. «È una sensazione fantastica» dice Alcaraz pochi minuti dopo essersi rialzato. Lancia una pallina sugli spalti, e poi si concede qualche lacrima nell'abbraccio con Juan Carlos Ferrero. «Quando ho vinto l’ultimo punto tutti i sogni, tutte le fatiche, gli allenamenti e i problemi mi sono tornati alla mente in quel momento. Sì, quando mi sono gettato per terra mi sono ricordato di tutto ciò».

In realtà l'estasi di Miami è solo il coronamento del percorso di crescita di Alcaraz. Se nel 2021 erano arrivati il primo trionfo in un torneo ATP (a Umag contro Gasquet) e il massacro alle Next Gen Finals (vinte perdendo un solo mini-set), le aspettative sul suo conto si erano sparse già due anni fa, quando fu premiato come miglior esordiente del circuito. Poi due settimane fa era arrivato in semifinale a Indian Wells, e la partita contro Nadal sembrava avere già i contorni del "classico".

Alla fine di una battaglia durata più di tre ore – e condizionata da una tempesta di vento durata almeno tutto il secondo set e una buona parte del terzo –, Alcaraz aveva dovuto arrendersi a Nadal, che al di là delle difficoltà fisiche (dopo la finale persa contro Fritz è emerso il fatto che fosse condizionato da una frattura costale) aveva dovuto impiegare tutto il suo miglior repertorio per battere un ragazzino di 18 anni.

In particolare nel primo set, vinto in poco più di mezz'ora, Alcaraz è quasi riuscito a farci credere di provenire dalla stessa galassia tecnica e mentale di Rafa Nadal. Ha usato i suoi colpi bruti (in quella partita ha funzionato benissimo l'attacco di rovescio incrociato, che Nadal ha spesso difeso con uno slice inefficace), ma quello che sembrava inquietare il suo avversario era la semplicità con cui Alcaraz giocava. A differenza della partita-tipo degli avversari del maiorchino, che nella maggior parte dei casi non vedono l'ora di uscire dal campo pur di porre fine a una tortura mentale e fisica, Carlos Alcaraz aveva trovato la sua comfort zone in una semifinale di un torneo contro Rafa Nadal. In questo senso è indicativa l'esultanza a cui Nadal si era lasciato andare dopo aver annullato una palla break sul 4-4 nel secondo set (00:05 del video qui sopra). Alla lunga il tennis asfittico di Nadal aveva sfiancato il murciano, ma in fondo la sua partita poteva essere considerata un successo.

Non è un caso che Rafa abbia festeggiato sul proprio account Twitter la vittoria di Alcaraz a Miami: «il primo di una lunga serie, ne sono certo». Certo, lo ha fatto perché Alcaraz ha spezzato la maledizione spagnola che agiva su Miami, ma è impossibile non scrutare in quelle poche parole una sorta di presagio, un Nadal oracolistico capace di passare il fittizio testimone della sua legacy. Poi in conferenza stampa è stato Alcaraz ad aumentare, se possibile, le aspettative sul futuro: «Ora voglio vincere uno Slam».

Io sono di Murcia, lui di Maiorca

In effetti è da quando gioca tra i professionisti che il nome di Alcaraz viene accostato e paragonato a quello di Nadal. Per rimanere in Italia: a settembre Il Corriere della Sera richiama già la parola "erede" in un pezzo sulla vita di Alcaraz, mentre due mesi dopo, a novembre, durante la telecronaca della partita tra Sinner e Alcaraz, è Paolo Bertolucci a insistere: «il suo stile di gioco non assomiglia a quello di nessun altro, sembra l’evoluzione di quello di Rafa Nadal». Da qui si dipanano due ragionamenti. Il primo riguarda qualche effettiva somiglianza nello stile di gioco così estremo dei due. La comodità nel tirare colpi mortiferi anche stando un paio di metri dietro la linea del fondocampo e la resistenza alla pressione nei punti chiave contraddistinguono infatti sia il gioco di Nadal che quello di Alcaraz.

Se non conoscesse la sua età (ha da poco compiuto 18 anni), sarebbe impossibile per uno spettatore neutrale guardare Carlos Alcaraz non notando uno stile di gioco maturo e ragionato. In finale a Miami contro Ruud, ad esempio, si è trovato sotto 4-1 nel primo set. Si sarebbe potuto pensare, appunto, alla mancanza d'esperienza, a un normale cedimento mentale dopo settimane di alto rendimento. E invece Alcaraz non solo ha triturato il suo avversario (finita in due set: 7-5, 6-4) ma lo ha fatto strappando tre volte il servizio a Ruud nei successivi quattro turni di battuta, concludendo la partita con il 40% di punti vinti in risposta sulla prima e il 47% sulla seconda.

Insomma, è vero che il talento di Alcaraz è il contrario dell'acerbità, come spesso si sottolinea per Rafa Nadal (che in effetti ha vinto il Roland Garros per la prima volta a 19 anni), ma la sua dimensione non è tattica come quello di Rafa. Il tennis di Alcaraz è qualcosa di più primordiale e animalesco, sembra cercare una supremazia fisica prima che strategica. Proprio mentre scrivevo questo pezzo è uscita un'intervista di Alcaraz al Corriere della Sera in cui è lui stesso a rifiutare il paragone, sottolineando più le differenze tra di loro: «Io sono di Murcia, lui di Maiorca, lui è mancino e io no, io da bambino ero tutto tranne che un guerriero: ero mingherlino, piccoletto, poco potente. L’opposto di Nadal?».

Zeitgeist

Ecco quindi che prende piede la seconda parte del ragionamento, che verte sull'unicità del talento di Alcaraz (come dell'irripetibilità di una leggenda come Nadal) e soprattutto sulla sua modernità.

Lo abbiamo visto vincere la sua prima finale ATP a Umago, a luglio del 2021, con il braccio destro interamente fasciato per infortunio, e come se niente fosse spingere il suo dritto brutale contro l'eleganza neoclassica e passata del rovescio di Richard Gasquet. Uno scontro generazionale in cui Alcaraz non ha solo vinto in due set piuttosto rapidi (6-2, 6-2), al contrario si è fatto testimone dell'evoluzione del tennis contemporaneo: ha allontanato sempre di più Gasquet dal campo con colpi profondi e urticanti, e appena possibile è andato a chiudere i punti a rete. Da questo punto di vista Alcaraz incarna lo Zeitgeist del tennis degli anni venti: i suoi colpi contengono un'essenzialità che sfocia nell'efferatezza, ma è anche un giocatore intelligente, capace di livellare il suo gioco sui punti deboli dell'avversario.

A guardarlo da fuori Carlos Alcaraz sembra tenere dentro di sé due anime diverse. Una che si esplica nella silhouette adolescenziale: i capelli poco più che rasati, i segni dell'acne che ancora gli rigano il volto, gli occhi piccoli e concentrati suggeriscono l'idea di un tennista acuto e sornione; mentre è l'altra anima – quella che si attiva appena finisce il riscaldamento e il suo avversario si posiziona per servire o ricevere qualche metro dietro la linea del fondocampo – che inquieta profondamente chiunque guardi Alcaraz giocare a tennis. Anche se a primo acchito si presenta come un giovane docile e aitante, in campo non diventa altro che un gladiatore chiuso in un'arena mentale dove la bestia da uccidere è il suo avversario. Un Colosseo di insidie da cui si esce solo nel momento in cui termina il punto. Come le tigri che sentono il richiamo della carne appena inquadrano la preda, Alcaraz in campo è preso da una trance aggressiva e animalesca, a tratti persino crudele.

La prima vittoria di Alcaraz in un 1000 non può passare sottotraccia. Stavolta non ha affrontato Nadal per la rivincita di Indian Wells e dovrà aspettare per cercare di detronizzare una leggenda vivente (cosa che riuscì al Federer ventenne contro Sampras nel giardino di Wimbledon, ad esempio). Intanto, però, Carlos Alcaraz può godersi il "suo" momento. Dopotutto al Roland Garros mancano due mesi: e quale teatro migliore del Philippe Chatrier potrebbe inscenare un tentativo di usurpazione?

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Nato a Giugliano (NA), classe 2000. Appassionato di cinema, letteratura e Fabrizio De André. Studia ingegneria mentre cerca di razionalizzare la sua venerazione per Diego Armando Maradona.

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