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6 min

- di Francesco Paissan

Il ritorno della Haas così come l'avete visto


Una storia di redenzione e di restaurazione, scritta a due mani da due improbabili protagonisti come Gunter Steiner e Kevin Magnussen.


Al termine del GP del Bahrein, nell’HQ della Adidas devono essersi dati diversi colpetti col gomito dopo aver visto la gara di Kevin Magnussen in Haas. Nemmeno i responsabili del marketing del celebre brand a tre strisce, coloro che hanno reso indimenticabile un pay-off tanto semplice quanto profondo come “Impossible is Nothing”, potevano credere alla favola che si stava sviluppando davanti ai loro occhi. Lo zimbello della categoria che diventa terza forza, il più classico dei brutti anatroccoli che si trasforma insospettabilmente in cigno. Una storia di redenzione, autografata a due mani da Guenther Steiner e K-Mag, due personaggi che sembravano condannati a vivere fianco a fianco le proprie miserie e che, invece, intravedono un lieto fine in fondo a questa allucinante storia di motor-sport.

Tra i due, Kevin Magnussen sembrava essere quello che meno aveva da perdere in questa stagione. Lui, d’altronde, un sedile se l’era già visto portar via, per di più da un rookie che nella migliore delle ipotesi poteva essere Mick Schumacher e nella peggiore Nikita Mazepin. Nel primo caso, alla solidità del danese la Haas avrebbe preferito la suggestione del più grande cognome della F1 moderna, nel secondo sarebbero bastati i soldi e la promessa di un futuro (non necessariamente più roseo ma, quantomeno, un futuro ci sarebbe stato) da parte di un oligarca russo.

Insomma, sia per Magnussen che per Grosjean la bocciatura riguardava solo in parte il rendimento in pista, reso sempre più complesso da valutare a causa di una vettura sempre meno competitiva. Il francese, per di più, se ne andava dopo essere scampato a un finale ancora più tragico, uscendo dalle fiamme come un eroe classico e lasciando libero sfogo all’immaginazione delle penne di tutto il mondo. Quanto facile era immaginare Grosjean che, dopo anni di tormenti in una Haas sempre più simile a un girone infernale, se ne andava via con le sue gambe verso una Indycar più clemente con il suo stile di guida.

In quanti possono concedersi il lusso di dare l'addio alla Formula 1 con queste esatte parole?

L’addio di Magnussen era semplicemente stato triste. Una parentesi all’IMSA con una vittoria a Detroit, la partecipazione alla 24 Ore di Le Mans e un altro breve test in Indycar non bastano a far decollare un 2021 in cui c’era ancora da metabolizzare l’addio al campionato più famoso al mondo. Proprio di un addio sembrava trattarsi, in un contesto come quello della F1 nel quale ogni anno nuovi talenti si affacciano dalla F2 a caccia di sedili traballanti, in un mondo in cui quegli stessi vincitori della categoria cadetta non trovano spazio per motivi legati puramente ad argomenti finanziari, con le scuderie sempre a caccia di sponsor adeguati.

Così, in fondo, era successo anche in Haas, dove l’omonimo proprietario e Steiner avevano accolto a braccia aperte l’arrivo di Mazepin-padre, proprietario del colosso Uralchem, leader nella produzione di fertilizzanti, e conseguentemente anche di Mazepin-figlio, pilota modesto e aggressivo, un mix che alla scuderia americana evidentemente va a genio.

Il complesso rapporto tra la Haas e le livree sponsorizzate; primo atto.

Un anno dopo la situazione si è completamente ribaltata ma per comprenderne le complesse dinamiche dobbiamo spostare la nostra attenzione sull’altro vero protagonista di questa vicenda.

Prendete un foglio e scrivete i nomi di tre team principal della Formula 1. Fatelo con i vostri amici e scoprirete che il nome di Günther Steiner comparirà molto più di quanto non ci si possa aspettare. Originario dell’Alto Adige, Steiner ha saputo rubare la scena a colleghi del calibro di Wolff e Horner grazie al clamoroso exploit su Drive to Survive e grazie alla sua straordinaria dote di essere una di quelle persone che dice esattamente quello che pensa, anche se quello che pensa non si dovrebbe mai dire davanti a una telecamera.

La storia di Günther e della Haas sembrava essere arrivata a una svolta nel 2018 con il quinto posto costruttori. Nei tre anni successivi, tuttavia, appena 31 sono stati i punti raccolti dalla scuderia americana che, anche per via della motorizzazione Ferrari, ha condiviso con la casa automobilistica di Maranello (poche) gioie e (tanti) dolori. L’arrivo dei Mazepin si inseriva nella dinamica di ricerca di nuovi fondi e di sviluppo di una monoposto più competitiva ma il prezzo da pagare si traduceva nella scelta dei piloti e nell’inserimento del padre nell’organigramma decisionale della scuderia.

Dopo aver mostrato in diretta tv (per una volta, grazie a Drive to Survive) il fallimento dell’accordo con Rich Energy nel 2019, chiunque avrebbe voluto evitare un altro disastro comunicativo simile. Chiunque. Tranne Günther Steiner che, con fiuto non indifferente, ha trasformato una crisi mondiale in una opportunità per sé e per Gene Haas.

Il complesso rapporto tra la Haas e le livree sponsorizzate; secondo atto.

Lo scenario di guerra in Ucraina alimentato dalla Russia di Putin ha causato una serie di ripercussioni che hanno travolto anche lo scenario sportivo globale. In Formula 1, oltre alla cancellazione del GP di Russia a Sochi, Mazepin senior e junior si sono trovati a dover fronteggiare uno scenario alquanto scomodo. Dmitrij Mazepin si era, tra le altre cose, distinto per essere stato uno degli uomini che Putin ha consultato nell’immediato post-invasione. Nikita, dal canto suo, doveva schivare le sanzioni che stavano colpendo gli atleti russi, peraltro già privati di nome e bandiera nazionale dopo lo scandalo doping di qualche anno prima.

Ad ogni modo, già dai test di Barcellona la Haas aveva iniziato a prendere le distanze dal suo main sponsor Uralkali, rinunciando alla livrea rossa, blu e bianca (colori che richiamavano la bandiera della Federazione russa in maniera piuttosto evidente) e ritornando alla sobrietà del solo bianco. La decisione della Federazione Internazionale di non sospendere i piloti russi, tuttavia, sembrava lasciar presagire un proseguimento del rapporto tra Mazepin e la scuderia statunitense ma l’illusione è durata poco. Con un comunicato stampa la Haas ha confermato prima dei test in Bahrain, gli ultimi prima dell’inizio ufficiale della stagione, di aver annullato il contratto con Uralkali e di aver licenziato Nikita Mazepin, lasciando temporaneamente il volante a Pietro Fittipaldi.

Con un colpo di scena da prestigiatore navigato, Steiner a quel punto coglie l’occasione per richiamare all’ovile Kevin Magnussen, restituendo al danese un volante e la credibilità per la F1. Le critiche diventano pioggia dal cielo ma entrambi questi personaggi sanno come fare a non bagnarsi sotto un tale diluvio. Magnussen si trasfigura nel termine “usato sicuro” e in molti ritengono la scelta di Steiner come fin troppo priva di rischi, ignorando che appena un anno prima aveva dato una macchina (per sua scelta o meno) a due piloti privi di alcuna esperienza in F1. In realtà l’intero sistema non ha troppo tempo per metabolizzare il rientro del danese poiché è già tempo di correre in Bahrain, ed ecco dove accade l’imponderabile.

Alla bandiera a scacchi, dopo le Rosse di Maranello e le Frecce d’Argento, approfittando del disastro Red Bull c’è proprio l’”usato sicuro”, quasi cannibalesco nel riprendersi il palcoscenico e, cosa che non guasta mai, a surclassare il compagno di squadra. Dopo la tragedia sfiorata da Grosjean e i disastri di un anno da zero punti, proprio in Bahrein, dalle fiamme infernali accese dall’ex-compagno di scuderia francese rinascono in un sol colpo Magnussen, Steiner e la Haas, godendosi una settimana nel paradisiaco terzo posto costruttori.

Le reazioni di Magnussen e Steiner dopo il quinto posto in Bahrein. Aspettatevi tante parole con la f.

La magia non è durata molto e solo una settimana dopo l’intero team ha dovuto nuovamente fare i conti con la paura. Schumi jr., nel weekend saudita in cui era a caccia di una buona qualifica per poi andare a caccia del primo punto in F1, ha subito un botto violento che ha tenuto col fiato sospeso, un’altra volta ancora, l’intera Haas.

La vettura, distrutta in almeno tre pezzi (di nuovo, grazie Dallara), era comunque riuscita a proteggere il giovane tedesco da un destino ben peggiore della semplice rinuncia alla gara della domenica. E allora, chi chiamate per salvare una corsa in cui siete costretti a schierare una macchina su due? L’”usato sicuro”, siete sicuri? Steiner non ha mai avuto un dubbio ed ecco, sotto le bandiere e le contraddizioni saudite, K-Mag si prende altri due punticini che, solo un anno fa, sembravano valere più dell’oro ed erano più inafferrabili dell’acqua.

Così, nella macro-narrativa del Mondiale delle rivoluzioni tecniche, il ritorno all’ovile di Magnussen ha più il sapore di una buona vecchia restaurazione, di quelle fatte a dovere però. I dodici punti in due gare sono l’unico numero che sembra contare, in questo momento, all’interno di una Haas rinvigorita. In attesa del ruggito di Mick Schumacher, Steiner può godersi il suo ruolo di attore protagonista all’interno di una delle migliori storie di questo nuovo ciclo di Formula 1, sorseggiando un caffè col suo Vichingo preferito. E siamo solo alla seconda gara…

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Nato nel 1997 a Udine e cresciuto, come tanti, inseguendo un pallone con alterni successi. Studente (ancora per poco), difensore in una squadra di bassa categoria in Friuli, difficilmente esiste uno sport che non apprezzi. Segue con grande passione il mondo dei motori e la F1, il carrozzone più famoso al mondo. Oltre allo sport tanto cinema (Lynch grazie per tutto) e qualche buon libro, il tutto innaffiato da un buon vino friulano.

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