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Generazione d'Oro
, 29 Marzo 2022

Come si costruisce una Generazione d'Oro?


Di fronte all'assenza di una Generazione d'Oro per la Nazionale azzurra, l'Italia si sta ancora dividendo.

Il coinvolgimento politico nello sport è vecchio quanto lo sport stesso. Anche gli albori del calcio sono intrinsecamente legati a politica e società: leggenda vuole che lo sport più seguito al mondo trovi le sue radici negli abitanti di un villaggio dell’Inghilterra medievale. che si divertivano a giocare calciando la testa decapitata di un principe danese. 

Ai giorni nostri, gli esempi restano innumerevoli. Il Real Madrid degli anni ‘50 era accusato di ricevere un trattamento di favore dal Caudillo Francisco Franco, che concesse loro la qualificazione automatica alle coppe europee in barba ai regolamenti, permettendo ai blancos di vincere cinque Coppe dei Campioni consecutive tra 1955 e 1959.

La nazionale dell’URSS è stata accusata di doping sistematizzato per tutti gli anni ‘60. La FIFA stessa è tuttora al centro delle polemiche per presunti favoritismi arbitrali verso le nazioni ospitanti (Cile ‘62, Inghilterra ‘66, Corea e Giappone 2002) o per i legami corruttivi con paesi candidati (Sud Africa 2010, Brasile 2014, Russia 2018 e, soprattutto, Qatar 2022). 

Sebbene l’intervento politico diretto nel calcio professionistico sia diminuito e abbia virato verso un modus operandi più indiretto e finanziario, il ruolo degli stati e dei governi resta fondamentale nell’organizzazione strutturale del movimento sportivo che, nei casi più virtuosi, porta alla Generazione d'Oro 

Una Generazione d'Oro è definita come «un gruppo eccezionalmente dotato di giocatori di età simile, i cui risultati raggiungono o ci si aspetta che raggiungano un livello di successo superiore a quello che la loro squadra aveva precedentemente raggiunto». Il malinteso comune con le generazioni dorate è che queste siano frutto del caso o di una serie di fortunatissime coincidenze: nonostante la casualità abbia sempre un ruolo nelle vicende umane, è necessario andare oltre e rendersi conto che la nascita di una Generazione d'Oro deriva normalmente da tutta una serie di fattori sociali e politici. Per esempio?

Brasile 1972-1982

Ronaldo, Rivaldo, Kakà, Ronaldinho, Roberto Carlos… la lista potrebbe riempire pagine e pagine. La Generazione d'Oro brasiliana nata tra il '72 e l'82 è stata la squadra da battere tra la seconda metà degli anni ‘90 e i primi '00. In quegli anni, nella bacheca verdeoro si sono aggiunti 2 Mondiali (‘94 e 2002, e finale persa nel ‘98), 3 Copa America (‘97, ‘99 e 2004, finale persa nel ‘95) e 2 Confederations Cup (‘97 e 2005). 

Da dove è arrivata? Occorre tornare al 1974: il magnate del petrolio Ernesto Geisel vince le - farlocche, era una dittatura militare - elezioni presidenziali con l’84% dei voti. Lui e i suoi successori – João Figuieredo e Tancredo Neves – sono ricordati come i primi a spingere lentamente il Brasile verso la democratizzazione ma anche verso il totale disinteresse per la situazione socioeconomica delle masse, in un paese che era considerato del terzo mondo. 

Proprio negli anni ‘70 e ‘80, il futebol da rua, “di strada” ebbe il proprio apogeo: i ragazzini crescevano con il mito di Pelè e della squadra campione del 1970, e fu proprio nel calcio che la giunta militare individuò un mezzo semplice e accessibile a tutti per insegnare la tanto amata “disciplina”. Spinti dai generali, migliaia di club nelle piccole e grandi città istituirono squadre giovanili in cui i ragazzi venivano spinti a dedicarsi anima e corpo per eccellere nel calcio anziché a scuola: la promozione dell’educazione oltre un certo livello era considerata una posizione troppo socialista. 

Secondo molti analisti, fu questo spostamento del focus dalle aule scolastiche verso i campi, l’idea che fosse più semplice migliorare il proprio status attraverso il calcio anziché attraverso l’educazione, a far sbocciare così tanto talento nei decenni successivi.

Francia, la génération (perdu) ‘87

Un’altra Generazione d'Oro, purtroppo persasi per strada, è quella francese dei nati nel 1987: Benzema, Ben Arfa, Nasri e Menez. Dopo aver stravinto l’Europeo U17 nel 2004, questa generazione bleus – per i motivi più disparati – non è riuscita a raccogliere il seminato. 

Moltissimi francesi concordano che all’origine di questo successo ci sia la figura di Jacques Chirac: sindaco di Parigi dal ‘77 al ‘95, primo ministro dall’86 all’88 e soprattutto presidente della Repubblica dal ‘95 al 2007, Chirac - fondatore e leader del partito conservatore Raggruppamento per la Repubblica - è stata figura controversa nella relazione tra metropole banlieu. Durante i suoi mandati, nelle periferie parigine hanno avuto luogo svariate proteste violente per la crescente emarginazione delle aree svantaggiate e con alta concentrazione di immigrati arabi e centrafricani.

Per quanto riguarda il calcio, però, Chirac ha portato avanti politiche di grande successo. Per contrastare la mancanza di accademie e scuole calcio organizzate nei quartieri più marginali, spinse per la costituzione di una rete capillare di campi nelle piazze, nei parchi e nei cortili delle scuole. Questo portò una generazione di adolescenti dei quartieri più emarginati a passare il tempo libero giocando a calcio tra campetti in cemento e piazzette semi-abbandonate, dando modo di sviluppare grande tecnica e sensibilità ancor prima di toccare un vero e proprio campo in erba e scoprire tattica e allenamenti.

Pausa di riflessione

Cosa possiamo dedurre da questi primi due esempi di Generazione d'Oro (ai quali si potrebbero aggiungere la Svezia degli anni ‘70 e ‘80, la Svizzera o il Belgio dei ‘90)? Una tutto sommato logica conclusione potrebbe essere che una Generazione d'Oro nasce come risultato di: politica conservatrice, alto tasso di povertà, marginalizzazione e immigrazione. Troppo facile. 

Che dire della Spagna anni ‘80 e primi ‘90, dominante come poche altre nella storia e addirittura in discipline sportive diversissime tra loro? Che dire dei Paesi Bassi, dove nel corso dei decenni si sono sviluppate più generazioni dorate nonostante un benessere abbastanza diffuso e governi principalmente progressisti? O ancora la Danimarca, la cui squadra del ‘92 era “etnicamente” danese al 100% e cresciuta in un paese famoso per il suo welfare?

Spagna, 1980-1990

Tra il 2008 e il 2012, la nazionale spagnola ha vinto 2 europei (2008 e 2012), 1 mondiale (2010) e ha chiuso con un 2° e un 3° posto le Confederations Cup 2009 e 2013. Un palmarès incredibile, concentrato in un quinquennio in cui la Roja sembrava semplicemente imbattibile. Inoltre: in quei 4 anni 6 spagnoli sono arrivati sul podio del Pallone d’Oro; una squadra spagnola con pochi stranieri in campo ha vinto due Champions League, un’altra due Europa League. 

Come ci si è arrivati a questa Generazione d'Oro? Dal punto di vista politico, questo gruppo di giocatori ha passato infanzia e adolescenza sotto governi conservatori (il PP ha vinto due elezioni consecutive, ‘96 e 2000) ma questo non ha portato alle stesse conseguenze di Francia e Brasile.

I principi del gioco di posizione, l’attenzione alla tecnica individuale e tutto ciò che ha portato a sviluppare il cosiddetto tiqui-taca, sono stati promossi dai dirigenti tecnici federali in seguito al fallimento dei mondiali 2002 come una sorta di “firma” del calcio spagnolo, da lì introiettati nella cultura calcistica fin nelle strutture giovanili delle squadre di quartiere. 

(AP Photo/Martin Meissner)

Questo, probabilmente, ha portato allo sviluppo e alla selezioni di calciatori con determinate caratteristiche tecniche, tattiche e fisiche e in grado di giocare “a memoria” con qualsiasi altro giocatore spagnolo della stessa generazione. Tutto questo costruito su una pregressa radicatissima cultura sportiva, in cui tutti i ragazzi sono incoraggiati a praticare sport, dove il calcio è visto come un ideale universale e dove entrare a far parte delle squadre giovanili è la normalità per quasi ogni bambino.

Paesi Bassi, varie generazioni

Quando ho provato a capire come e perché i Paesi Bassi producano costantemente, da mezzo secolo, una Generazione d’Oro una dopo l’altra (nonostante la proverbiale povertà di trofei) ho guardato agli esempi già citati per provare a trovare affinità sulle condizioni socio-politiche. 

I Paesi Bassi sono un paese estremamente prospero, con elevati standard di vita anche nelle periferie. Governi tendenzialmente molto progressisti per gli standard europei (anche quando si autodefiniscono conservatori).

Ciò che li distingue calcisticamente sono le accademie. Mentre queste istituzioni per la crescita e la selezione dei talenti hanno cominciato a diffondersi in Europa all’incirca dal 2000, ad Amsterdam e dintorni erano già la spina dorsale del movimento 50 anni prima. Da questo punto di vista, il calcio oranje è stato per decenni molti passi avanti a tutti, anche e soprattutto grazie alla lungimiranza di Johan Cruyff: fin da calciatore, il #14 ha sempre sottolineato l’importanza di mettere il settore giovanile al centro del progetto calcistico, tanto dei club quanto della nazionale.

Da allora, la scuola nederlandese è diventata un sistema rinomato e una meta molto invitante per i giovani calciatori olandesi e non (Luis Suarez ha spesso elogiato il modo in cui Ajax e Groningen crescano i ragazzi per renderli calciatori migliori). Questo processo sistematizzato funziona così bene anche perché punta a sviluppare non solo il calciatore ma anche la persona, incorporando scuola e vita sociale al calcio, un po’ come nella Masia del Barcellona.

Nei Paesi Bassi le accademie non sono riservate al top del top ma sono diffusissime e aperte sostanzialmente a chiunque: i club olandesi non si limitano a versare denaro nelle accademie giovanili, ma li adattano e perfezionano per offrire una piattaforma di miglioramento e crescita a 360° secondo i valori tecnici, tattici e morali della squadra. Inoltre, la scuola nederlandese non ha mai disdegnato la promozione del calcio di strada: le piazzette di periferia sono disseminate di campetti in cemento, persino le academies ufficiali organizzano piccoli tornei in piazza.

La ricetta

Esiste, per la creazione di una Generazione d'Oro? Evidentemente, no. Non è installando un regime militare, né ghettizzando le minoranze e neanche semplicemente creando accademie che si crea una squadra di fenomeni. Ogni chiave funziona solo nella giusta serratura. 

Possiamo, tuttavia, provare a trovare alcuni tratti comuni. Le accademie, al giorno d’oggi, sono probabilmente il fattore più importante: qualunque paese con una rete altamente avanzata e sviluppata in modo intelligente può e farà bene. Ciò significa aprirle a un numero maggiore di bambini, integrare lo sport con l'istruzione, costruire le infrastrutture necessarie e assumere allenatori competenti. 

L’immigrazione su vasta scala può essere un altro fattore rilevante, visto il basso tasso di natalità dei paesi europei: più immigrati significano una popolazione mediamente più giovane e più possibilità di scoprire e coltivare talenti. Le giungle urbane del nord di Parigi, del sud-est di Londra, del centro di Malmö e di molte altre città si stanno rivelando serbatoi amplissimi di talenti cresciuti in strada e in relativa povertà, che una volta inseriti in un sistema di accademie danno un enorme contributo. 

Sulla carta, quindi, sembra che lo sviluppo di una Generazione d'Oro derivi da due possibili estremi opposti: povertà, emarginazione e mancanza di coesione sociale o programmazione e investimenti a lungo termine con metodi educativo-pedagogici di livello molto avanzato. 

Sebbene lo sviluppo di puri talenti tecnici, dei figli della povertà e del futebol da rua, rimanga un topos affascinante per chi ama il calcio, questo è ovviamente un percorso che si spera di riuscire a eradicare dalle città di tutto il mondo.

D'altra parte, in un mondo più sviluppato, dove sempre più paesi danno priorità all'istruzione, forse l'industria del calcio dovrà apportare grandi cambiamenti. Un mondo più sviluppato potrebbe significare un mondo del calcio meno competitivo, oppure più strutturato nello sviluppo giovanile sul modello nederlandese, o ancora potrebbe anche significare l'improvvisa rinascita di nazioni finora marginali nei quali il calcio rimarrà uno dei principali mezzi di emancipazione sociale.

L'unica certezza che rimane è che nello sviluppo di una Generazione d'Oro non c'è spazio per la fortuna: il contesto socio-economico e le scelte politiche, ancora una volta, sono la chiave di lettura fondamentale per capire cosa succede dentro e intorno al calcio e allo sport in generale.


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  • Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce in ritardo per lo scudetto ma in tempo per la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio nel 1998, puntuale per la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua imperterrito a seguire il calcio e a frequentare Marassi su base settimanale. Oggi è interessato agli intrecci tra sport, cultura e società.

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