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- di Gabriele Moretti

Come si costruisce una "generazione d'oro"?


Messa di fronte all'oggettiva assenza di una nuova generazione di "fenomeni" in maglia azzurra, l'opinione pubblica si sta - ancora una volta - dividendo su quali siano le cause che hanno portato al (temporaneo e relativo) declino dell'Italia calcistica. In questo articolo proviamo a ragionare su quali siano state le condizioni socio-politiche che in passato hanno permesso la nascita di una golden generation.


Come già scritto innumerevoli volte, il coinvolgimento politico nello sport è vecchio quanto lo sport stesso. Anche gli albori del calcio sono intrinsecamente legati a politica e società e leggenda vuole che lo sport più seguito al mondo trovi le sue radici negli abitanti di un villaggio dell’Inghilterra medievale che si divertivano a giocare calciando la testa decapitata di un principe danese. 

Tornando ai giorni “nostri”, ovvero alla seconda metà del XX secolo, gli esempi restano innumerevoli: il mitico Real Madrid degli anni ‘50 era accusato di ricevere un trattamento di favore dal Caudillo Francisco Franco, che concesse loro la qualificazione automatica alle coppe europee in barba ai regolamenti, permettendo ai blancos di vincere cinque Coppe dei Campioni consecutive tra 1955 e 1959; la nazionale dell’URSS è stata accusata di doping sistematizzato per tutti gli anni ‘60; la FIFA stessa è stata ed è tuttora al centro delle polemiche per presunti favoritismi arbitrali verso le nazioni ospitanti (Cile ‘62, Inghilterra ‘66, Corea e Giappone 2002 per citare i casi più noti) o per i legami corruttivi con paesi candidati (Sud Africa 2010, Brasile 2014, Russia 2018 e soprattutto Qatar 2022). Sebbene l’intervento politico diretto nel calcio professionistico sia diminuito dai tempi di Franco o Ponedelnik e abbia virato verso un modus operandi più indiretto e finanziario, il ruolo degli stati e dei governi resta fondamentale nell’organizzazione strutturale del movimento sportivo che, nei casi più virtuosi, porta alle cosiddette “generazioni dorate”. Una golden generation è definita come «un gruppo eccezionalmente dotato di giocatori di età simile, i cui risultati raggiungono o ci si aspetta che raggiungano un livello di successo superiore a quello che la loro squadra aveva precedentemente raggiunto». Il malinteso comune con le generazioni dorate è che queste siano frutto del caso o di una serie di fortunatissime coincidenze. Nonostante la casualità abbia sempre un piccolo ruolo nelle vicende umane, è necessario andare oltre a questo pregiudizio e rendersi conto che la nascita di una generazione dorata deriva normalmente da tutta una serie di fattori sociali e politici, che oggi proveremo ad analizzare attraverso alcuni esempi anche molto diversi tra loro.

Brasile 1972-1982

Ronaldo, Rivaldo, Kakà, Ronaldinho, Roberto Carlos… la lista potrebbe riempire pagine e pagine. La generazione brasiliana nata tra 1972 e 1982 è stata la squadra da battere tra la seconda metà degli anni ‘90 e i primi 2000. In quegli anni, nella bacheca verde-oro si sono aggiunti due mondiali (‘94 e 2002, con una finale persa nel ‘98), tre Copa America (‘97, ‘99 e 2004, con finale persa nel ‘95) e due Confederations Cup (‘97 e 2005). Da dove è arrivata questa generazione di fenomeni? Per trovare una risposta soddisfacente, bisogna tornare al 1974, quando il magnate del petrolio e generale in pensione Ernesto Geisel vinse le (farlocche, era una dittatura militare) elezioni presidenziali con l’84% dei voti. Lui e i suoi successori – João Figuieredo e Tancredo Neves – sono ricordati come i primi a spingere lentamente il Brasile verso la democratizzazione ma anche per il totale disinteresse per la situazione socioeconomica delle masse in un paese che all’epoca era considerato a tutti gli effetti parte del terzo mondo. Fu proprio negli anni ‘70 e ‘80 che il futebol da rua (il calcio “di strada”) ebbe il proprio apogeo, mentre i ragazzini crescevano con il mito di Pelè e della squadra campione del 1970, e fu proprio nel calcio che la giunta militare individuò un mezzo semplice e accessibile a tutti per insegnare la tanto amata “disciplina”. Spinti dai generali, migliaia di club nelle piccole città e nelle grandi città istituirono squadre giovanili in cui i ragazzi venivano spinti a dedicarsi anima e corpo per eccellere nel calcio anziché a scuola, dal momento che la promozione dell’educazione oltre un certo livello era considerata una posizione troppo socialista. 

Secondo molti analisti, fu proprio questo spostamento del focus dalle aule scolastiche verso i campi di calcio, l’idea che fosse più semplice e semplicemente meglio migliorare il proprio status attraverso il calcio anziché attraverso l’educazione, a far sbocciare così tanto talento nei decenni successivi.

Francia, la génération (perdu) ‘87

Un’altra golden generation, purtroppo persasi per strada, è quella francese dei nati nel 1987. Benzema, Ben Arfa, Nasri e Menez. Dopo aver stravinto l’Europeo U17 del 2004, questa generazione di bleus – per i motivi più disparati – non è mai riuscita a raccogliere quanto seminato ma è innegabile si sia trattato di un’esplosione di calciatori di enorme talento e con caratteristiche sociali abbastanza omogenee che ha in un certo modo spianato la strada ai loro “eredi” vittoriosi nel 2018. Moltissimi francesi concordano che all’origine di questo successo ci sia la figura di Jacques Chirac, sindaco di Parigi dal ‘77 al ‘95, primo ministro dall’86 all’88 e soprattutto presidente della Repubblica dal ‘95 al 2007. Chirac, fondatore e leader del partito conservatore Raggruppamento per la Repubblica, è stato una figura controversa nella relazione tra metropole banlieu e durante i suoi mandati da sindaco, da premier e da presidente nelle periferie parigine hanno avuto luogo svariate proteste e rivolte violente dovute alla crescente emarginazione delle aree svantaggiate e con alta concentrazione di immigrati arabi e centrafricani. Per quanto riguarda il calcio, però, Chirac ha portato avanti politiche di grande successo. Per contrastare la mancanza di accademie e scuole calcio organizzate nei quartieri più marginali, spinse per la costituzione di una rete capillare di campi da calcio nelle piazze, nei parchi e nei cortili delle scuole. Questo portò una generazione di adolescenti dei quartieri più emarginati a passare il proprio tempo libero giocando a calcio tra campetti in cemento e piazzette semi-abbandonate, dando modo di sviluppare grande tecnica e sensibilità ancor prima di toccare un vero e proprio campo in erba e di scoprire tattica e allenamenti.

Pausa di riflessione

Che cosa possiamo dedurre da questi primi due esempi (ai quali se ne potrebbero aggiungere molti altri, ad esempio la Svezia degli anni ‘70 e ‘80 o la Svizzera e il Belgio degli anni ‘90)? Una possibile e tutto sommato logica conclusione potrebbe essere che una golden generation nasce come risultato di una politica conservatrice, di un alto tasso di povertà, marginalizzazione e immigrazione. Ma sarebbe troppo facile. Che dire della generazione spagnola anni ‘80 e primi ‘90, dominante come poche altre nella storia e addirittura in discipline sportive diversissime tra loro? Che dire dei Paesi Bassi, dove nel corso dei decenni si sono sviluppate più generazioni dorate nonostante un benessere abbastanza diffuso e governi principalmente progressisti? O ancora la Danimarca, la cui squadra del ‘92 era “etnicamente” danese al 100% e cresciuta in un paese famoso per il suo welfare?

Spagna, 1980-1990

(AP Photo/Martin Meissner)

Tra il 2008 e il 2012, la nazionale spagnola ha vinto due europei (2008 e 2012), un mondiale (2010) e ha chiuso con un secondo e un terzo posto le Confederation Cup del 2009 e 2013. Un palmarès incredibile, tutto concentrato in un quinquennio in cui las Furia Roja sembrava semplicemente imbattibile. Inoltre, in quei quattro anni sei spagnoli sono arrivati sul podio del Pallone d’Oro, una squadra spagnola con ben pochi stranieri in campo ha vinto due Champions League e un’altra due Europa League. A ciò si aggiungono – tra gli altri successi – il dominio nella pallacanestro, nel motociclismo e nel tennis. Come ci si è arrivati? Di certo questa non era una squadra figlia dell’immigrazione o delle periferie emarginate. Dal punto di vista politico, questo gruppo di giocatori ha passato infanzia e adolescenza sotto governi conservatori (il PP ha vinto due elezioni consecutive, ‘96 e 2000) ma questo non ha portato alle stesse conseguenze di Francia e Brasile. Secondo Daniele V. Morrone, la generación dorada è figlia di una pianificazione contemporaneamente profondissima e capillare: «Tutto nasce con il CT Aragonés, che intuisce che la fragilità difensiva della sua squadra deriva dall’impossibilità di giocarsela fisicamente alla pari con le altre Nazionali. Decide allora di difendersi con il pallone, spostando la sfida dal piano fisico a quello tecnico». I principi del gioco di posizione, l’attenzione alla tecnica individuale e tutto ciò che ha portato a sviluppare il cosiddetto tiqui-taca, sono stati promossi dai dirigenti tecnici federaliin seguito al fallimento dei mondiali del 2002 come una sorta di “firma” del calcio spagnolo e da lì introiettati nella cultura calcistica fin nelle strutture giovanili delle squadre di quartiere. Questo, probabilmente, ha portato allo sviluppo e alla selezioni di calciatori con determinate caratteristiche tecniche, tattiche e fisiche e in grado di giocare “a memoria” con qualsiasi altro giocatore spagnolo della stessa generazione. Tutto questo costruito su una pregressa radicatissima cultura sportiva, in cui tutti i ragazzi sono incoraggiati a praticare sport, dove il calcio è visto come un ideale universale e dove entrare a far parte delle squadre giovanili è la normalità per quasi ogni bambino.

Paesi Bassi, varie generazioni

Quando ho provato a capire come e perché i Paesi Bassi producano costantemente, da ormai mezzo secolo, generazioni d’oro una dopo l’altra (nonostante la proverbiale povertà di trofei degli Orange) ho guardato agli esempi già citati per provare a trovare affinità sulle condizioni socio-politiche, ma anche in questo non è stato possibile trovare un modello soddisfacente. I Paesi Bassi sono un paese estremamente prospero, con elevati standard di vita anche nelle periferie e governi tendenzialmente molto progressisti per gli standard europei (anche quando si autodefiniscono conservatori). Ciò che li distingue calcisticamente dalla maggior parte degli altri paesi sono le accademie. Mentre queste istituzioni per la crescita e la selezione dei talenti hanno cominciato a diffondersi in Europa all’incirca dal 2000, ad Amsterdam e dintorni queste erano già la spina dorsale del movimento calcistico cinquant’anni fa. Da questo punto di vista, il calcio olandese è stato per decenni molti passi avanti a tutti, anche e soprattutto grazie alla lungimiranza di Johan Cruyff, che fin da calciatore ha sempre sottolineato l’importanza di mettere il settore giovanile al centro del progetto calcistico, tanto dei club quanto della nazionale. Da allora, la "scuola olandese" è diventata un sistema rinomato e una meta molto invitante per i giovani calciatori olandesi e non (si pensi, ad esempio, a Luis Suarez, che ha spesso elogiato il modo in cui Ajax e Groningen crescano i ragazzi per renderli calciatori migliori). Questo processo sistematizzato funziona così bene anche perché punta a sviluppare non solo il calciatore ma anche la persona, incorporando scuola e vita sociale al calcio, un po’ come nella famosa Masia del Barcellona, con la differenza che nei Paesi Bassi le accademie non sono riservate al top del top ma sono diffusissime e aperte sostanzialmente a chiunque. I club olandesi non si limitano a versare denaro nelle accademie giovanili come fanno i club inglesi, ma li adattano e li perfezionano per offrire una piattaforma di miglioramento e crescita a 360° secondo i valori tecnici, tattici e morali della squadra. Inoltre, la scuola olandese non ha mai disdegnato la promozione del calcio di strada: nei Paesi Bassi, le piazzette di periferia sono disseminate di campetti in cemento e persino le academies ufficiali organizzano sessioni di allenamento o piccoli tornei in piazza.

La ricetta

Quindi, esiste una ricetta per il successo? Evidentemente, no. Non è installando un regime militare, né ghettizzando le minoranze e neanche semplicemente creando accademie che si crea una squadra di fenomeni. Ogni chiave funziona solo nella giusta serratura. Possiamo, tuttavia, provare a trovare alcuni tratti comuni. Le accademie, al giorno d’oggi, sono probabilmente il fattore più importante: qualunque paese con una rete altamente avanzata e sviluppata in modo intelligente può e farà bene. Ciò significa aprire le accademie a un numero maggiore di bambini, integrare lo sport con l'istruzione, costruire le infrastrutture necessarie e assumere allenatori competenti. L’immigrazione su vasta scala può essere un altro fattore rilevante, visto il basso tasso di natalità dei paesi europei: più immigrati significa una popolazione mediamente più giovane e quindi più possibilità di scoprire e coltivare talenti. Le giungle urbane del nord di Parigi, del sud-est di Londra, del centro di Malmö e di molte altre città si stanno rivelando serbatoi ampissimi di talenti cresciuti in strada e in relativa povertà, che una volta inseriti in un sistema di accademie danno un enorme contributo. Sulla carta, quindi, sembra che lo sviluppo di una generazione dorata derivi da due possibili estremi opposti: povertà, emarginazione e mancanza di coesione sociale o programmazione e investimenti a lungo termine con metodi educativo-pedagogici di livello molto avanzato. Sebbene lo sviluppo di puri talenti tecnici, dei figli della povertà e del fuetbol da rua, resti un topos affascinante per chi ama il calcio, questo è ovviamente un percorso che si spera di riuscire a eradicare dalle città di tutto il mondo. D'altra parte, in un mondo più sviluppato, dove sempre più paesi danno priorità all'istruzione, forse l'industria del calcio dovrà apportare grandi cambiamenti. Un mondo più sviluppato potrebbe significare un mondo del calcio meno competitivo, oppure più strutturato nello sviluppo giovanile sul modello olandese, o ancora potrebbe anche significare l'improvvisa rinascita di nazioni fin’ora marginali nei quali il calcio rimarrà uno dei principali mezzi di emancipazione sociale.

L'unica certezza che rimane, è che nello sviluppo di una generazione dorata non c'è spazio per la fortuna: il contesto socio-economico e le scelte politiche, ancora una volta, sono la chiave di lettura fondamentale per capire cosa succede dentro e intorno al calcio e allo sport in generale.


Questo articolo è uscito in anteprima su Catenaccio, la newsletter di Sportellate.it.

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Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce con tempismo perfetto per perdersi lo scudetto del 1991 e godersi la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio ossessivamente nel 1998, coronando la prima stagione da tifoso con la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua a seguire il calcio e cresce tra Marassi e trasferte. Diplomato al liceo classico, si laurea in Storia e intraprende la via del nomadismo, spostandosi tra Cadice, Francoforte, Barcellona e l’Aia. Per coerenza, decide di specializzarsi in storia globale e migrazioni e, nel frattempo, co-dirige il blog SPI – Storia, Politica e Informazione. Crede fortemente nel valore del giornalismo indipendente, sportivo e non, come argine al declino deontologico dei colleghi professionisti.

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