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10 min

- di Lorenzo Lari

Fragilità e sport, con Federico Buffa


Incontrare Federico Buffa, è sempre un piacere.


“Amici Fragili” è l’ultimo spettacolo teatrale di Federico Buffa e racconta dell’unico incontro avvenuto tra Gigi Riva e Fabrizio De André nell’estate del 1969. Qualche ora di silenzio, e poi - anche grazie all’aiuto di fumo e alcool - finalmente parte il dialogo tra i due.

Ho incontrato Federico il giorno prima della messa in scena della rappresentazione al Teatro Galli di Rimini. Abbiamo disquisito dello spettacolo, della musica italiana e, ovviamente, di sport, cercando anche di capire se in futuro potrà esistere un altro Federico Buffa.

L’intervista si è svolta nella splendida cappella Petrangolini di Rimini e questo è quello che ne è scaturito.

Ciao Fede, che bello rivederti nuovamente prima di un tuo spettacolo teatrale. Come va il battito cardiaco? L'ansia pre messa in scena è ancora quella delle prime volte?

"Guarda, io controllo il mio battito cardiaco regolarmente nei 2-3 minuti precedenti allo spettacolo. Sentire il mio battito cardiaco è proprio l'ultima cosa che faccio prima di entrare in scena e ti posso assicurare che se il mio battito è molto superiore alla media è un buonissimo segnale. In caso contrario, c'è da preoccuparsi (ride ndr)."

Parliamo di "Amici Fragili", il tuo nuovo spettacolo teatrale in cui racconti dell'unico e misterioso incontro avvenuto a Genova tra due personaggi tanto speciali quanto solitari come Gigi Riva e Fabrizio De André. Del loro incontro, mi ha particolarmente incuriosito l'emergere di questa ossessione di Rombo di Tuono per "Preghiera in Gennaio", un pezzo scritto da De André per l'amico Luigi Tenco da poco scomparso, e di cui l'ex attaccante del Cagliari vuole sapere tutto. Se te Federico Buffa, avessi mai avuto l'occasione di passare una serata insieme a Fabrizio De André, di che canzone del cantautore genovese ti sarebbe piaciuto sapere vita morte e miracoli?

"Preghiera in Gennaio" è il vero motivo per cui si incontrano. Fabrizio scrive il pezzo uscendo dal funerale di Luigi Tenco nel febbraio del 1967, in un momento in cui Gigi Riva sta iniziando definitivamente ad affermarsi. E' probabile che Gigi l'abbia sentita inizialmente in ospedale, dopo il suo primo infortunio, dove da solo nella sua stanza ha ancora più tempo per comprenderla e rimanerne infatuato. Fatto sta che lui la trova allo stesso tempo provocatoria e consolatoria, ma soprattutto la più bella cosa che sia mai stata scritta sull'amicizia ed è il motivo per cui la sente ossessivamente ad un punto tale che i suoi compagni di squadra, ormai costretti a sentirla ripetutamente in pullman, si sono trovati più volte obbligati a chiedergli "Luigi, ma un'altra magari?!".

Se io avessi avuto questa occasione comunque, sarei rimasto più sul periodo iconoclasta di Fabrizio. Però c'è un problema: Riva lo può fare solo nel '69, lui non si è sentito tutto quello che De André ha composto dopo.

No no, ma qui sta il tuo vantaggio: te hai a disposizione tutta la discografia di Faber...

"Ancora più difficile scegliere, ma come ti accennavo mi piace di più la sua parte iconoclasta. C'è un pezzo intitolato "Girotondo", che tra l'altro la RAI manda spesso quando c'è una ricorrenza deandreiana, dove lui canta con un coro di bambini e dice delle robe che un artista italiano oggi non direbbe mai. E' un'antimilitarista convinto che arriva a dire ad un certo punto "buon Dio se n'è andato". Cioè entra in un contesto talmente potente, che un artista di oggi avrebbe paura, mentre De André non aveva paura di nessuno, esattamente come Gigi Riva non aveva paura di niente una volta sceso in campo.

"Buon Dio è già scappato, dove non si sa
Buon Dio se n'è andato, chissà quando ritornerà
"

Nello spettacolo, uno dei momenti più toccanti è questo breve viaggio nel tempo in cui rappresento Gigi Riva che da una cabina telefonica chiama suo papà morto, mediante l'utilizzo del telefono del vento. Il telefono del vento è un telefono che si trova in Giappone nella cittadina di Ōtsuchi, vicino al luogo del disastro dello tsunami, e viene utilizzato per parlare con i morti, perché per la cultura giapponese se puoi ricordare qualcuno, quel qualcuno (quella persona) non è completamente scomparso. In questo caso la conversazione tra Riva padre e Riva figlio è straziante e fa ben emergere quanto sia uno sia l'altro siano stati in vita coraggiosi ai limiti dell'incredibile. Papà è andato in guerra tre volte per poi morire a causa di un incidente sul lavoro ed il figlio, come lui, vive tutto forte. Tutto al massimo."

Cosa ti ha spinto a raccontare questa storia?

"Marco Caronna, che è il regista ma è molto di più del regista perché recita, canta e suona De Andrè, ha sentito quello che dicevo durante il documentario per Sky del 2019 dedicato a Riva. Io facevo riferimento a questo incontro e lui che è un deandreiano di prim'ordine mi chiese "ma veramente si sono visti?". Una volta che gli confermai la cosa ci fu la comune volontà di fare uno spettacolo su questa notte speciale. Ed eccoci qua."

Mettiamo caso che tra 20 anni ci saranno un altro Federico Buffa ed un altro Marco Caronna, quali potrebbero essere gli "amici fragili" su cui poter raccontare una storia simile? Non è difficile oggi trovare due "amici fragili" di questa caratura?

"Amici Fragili" va interpretato come terminologia. Cioè, Marco ritiene che Luigi e Fabrizio sono due soggetti molto vicini spiritualmente e umanamente, hanno una forza spaventosa nelle loro rispettive arti, ma hanno una fragilità di fondo che deriva da qualche cosa di individualizzabile in entrambi i casi che li fa vivere in difesa. “Amico Fragile” secondo Marco è un pezzo che va bene per tutti e due perché parla di grandi attaccanti che hanno passato la vita in difesa e mi sembra una visione perfetta.

Il paragone con oggi è complicato perché la fragilità del mondo contemporaneo è impressionante rispetto a quella di quei tempi. Proprio mentre venivo qua, un amico mi chiedeva dell'intervista che ho fatto insieme a Franco Baresi al Festival della Letteratura. Franco mi raccontò che la cascina dove lui è cresciuto, che sono andato a vedere essendo un suo devoto, era stata divisa dai nonni in tanti lotti perché così ogni figlio potesse star per conto suo. E lui dice "noi siam stati più fortunati perché avevamo la stalla di fianco". Quindi la stalla con gli animali era la stanza più calda per lavarsi. Questo vuol dire che il posto dove vivevano non aveva riscaldamento. Cioè questa gente è cresciuta così, che cosa vuoi che li possa spaventare! E figurati che tipo di fragilità possano avere: ne avranno, ma le condividono pochissimo - soprattutto tra uomini - e hanno delle risorse per combattere le loro fragilità che oggi i ragazzi se le sognano.

Per trovare due personalità così forti di cui raccontare tra vent'anni, bisognerebbe poi capire quale musicista/cantautore di questa generazione sia stato o sarà in grado di diventare un poeta in musica. Secondo me sarà fatica."

A proposito di musica: non ti sembra che la musica italiana oggi abbia smesso di narrare storie?

"Beh la musica italiana oggi è totalmente egoriferita. Le storie sono quelle personali di coloro che le stanno cantando. E proprio l'opposto di De André. De André ti racconta cose che servono a te nella tua vita, ti dà delle visioni che possono essere tue. Qua siamo tutti egoriferiti quindi se non hai nulla da condividere con quella situazione specifica non hai niente da portarti via."

Per come si è sviluppata la comunicazione sportiva - e non solo quella sportiva -, considerato il fatto che i ragazzi di oggi hanno infinite possibilità di scelta e hanno sempre meno tempo per approfondire certe tematiche, credi che tra venti o trent'anni su Sky ci sarà spazio per un "nuovo” Federico Buffa?

"Non ci sarà Sky. O meglio, non ci sarà Sky con queste caratteristiche. Ti faccio un esempio. Prendiamo uno sportivo attuale che comunica tanto, un bel tipo: Gregorio Paltrinieri, che è pure un emiliano. Secondo me sarà il portabandiera italiano alle prossime Olimpiadi perché ha tutte le carte in regola: ha vinto almeno un oro ed è in un momento molto forte dal punto di vista della sua percezione. Che cosa dirai tra vent'anni di Gregorio Paltrinieri? Sai già tutto adesso. E' tutto noto, non c'è niente che non si sappia e se non lo sai tendono a dirtelo loro. Se vai indietro negli anni '50, '60, '70, era tutto più sporadico ed occasionale e quindi hai tempo anche per lasciare a chi ascolta qualcosa da immaginare. Mentre l'adesso è basato soltanto sul sapere perché non c'è più niente da immaginare, tanto sai tutto. Quindi non esisterà più il mio modo di raccontare, perché tra 20 o 30 anni sarà tutto diverso.

In più si sottovaluta molto come è cambiata la comunicazione degli sportivi. Adesso gli sportivi ritengono di poter comunicare senza filtro. Cioè sono già loro gli artefici della loro comunicazione. Quello che dicono fuori dal loro contesto sono cose marginali. Sono loro che comunicano direttamente. Sono loro che dicono cosa piace e cosa non piace. Hanno ribaltato il tavolo del poker."

REUTERS/Dominic Ebenbichler

A proposito di comunicazione sportiva. 4 anni fa, quando ci eravamo incontrati a Ferrara, ti chiesi qual è stato l'atleta più influente anche in campo sociale e politico degli anni 2000. Mi rispondesti Lebron James. Oggi risponderesti ancora lui?

"Sì totalmente. E direi che gli ultimi 4 anni lo hanno stradimostrato. Il tema è scottante, complesso e divisivo, ma Lebron James resta uno dei pochissimi atleti al mondo che ci mette la faccia: quando dice una cosa la dice forte. La dice rivolgendosi al presidente degli Stati Uniti e la dice ad un audience mondiale. Non sono molti gli atleti di livello universale che possono dire di averci messo la faccia quanto lui.

Non dirmi che inginocchiarsi alle partite dell'Europeo può avere un significato paragonabile. Un autentico fescennino sapendo cosa c'è dietro quel gesto. Il gesto è tratto da una fotografia della fine dell'800 nel sud degli Stati Uniti ed è il gesto che fa Martin Luther King davanti all'organizzatore della marcia di Selma, quella che poi per via del fatto che vennero riprese televisivamente le azioni della polizia, porterà alla legge sui diritti civili per gli afroamericani (per approfondire, clicca qui ndr). Con tutta quella valenza che Colin Kaepernick usa per farsi sentire e lo porterà a non giocare mai più una partita di football in vita sua in America, agli Europei ci si domandava in stile Nanni Moretti "ma si nota di più se mi inginocchio o si nota di più se sto in piedi?". Ma state buoni! Che tipo di solidarietà è una solidarietà dove non dici niente? Dove non rischi niente? Mentre chi si è inginocchiato in quella posizione non gioca più. Non ci credo che tutto possa essere simbolizzato in questo modo se non c'è niente di dietro."

Altro tema caldo: lo sportwashing (pratica di un individuo, gruppo, società o stato nazionale che utilizza lo sport per migliorare la propria reputazione offuscata, ospitando un evento sportivo ndr). Non è che con questa pratica ci siamo spinti un po' oltre? Non ci siamo un po' troppo abituati ad accettare cose e situazioni che forse era meglio non accettare? Un esempio su tutti: il Mondiale in Qatar 2022. Come si è arrivati a questo punto?

"Beh se già si deve giocare a Natale, perché se no non si può giocare, qualcosa non va. E' ovvio. Ti dirò una cosa che può aiutarci da questo punto di vista. Io sono cresciuto pre Stati Uniti a Londra, abitandoci per 3 mesi consecutivi nel '75, nel '76 e nel '77, e mi piaceva da impazzire. Vivendo nel quartiere io sono diventato tifoso del Queens Park Rangers perché quello era il posto dove lavoravo e dove dormivo, per l'esattezza a 250 metri dallo stadio. Quando andavo a vedere le partite del Queens Park Rangers c'era questo giocatore fantastico Stanley Bowles e recentemente mi hanno regalato la maglia di questo calciatore. Il ragazzo che me l'ha regalata vive lì e mi ha detto che il QPR sta lottando per risalire dalla Championship, ma molti tifosi sarebbero contrari ad una sua promozione, perché poi costretti a giocare in quel calcio di plastica dove c'è il VAR e dove tutto è diverso da come sono cresciuti vedendo il Football. Noi tutti dopotutto vogliamo vedere un football che assomigli a quello che è stato l'origine della nostra passione.

La loro passione.

Ed è innegabile: da quando è stata messa la tecnologia è sorto qualche problema in più. Perché gli americani che l'hanno inventata non la utilizzano così? Perché se lo facessero direbbero a tutti i loro sponsor che la partita è arbitrata da quelli di sopra e non da quelli in campo. Ora ogni volta che non vai a vedere qualcosa che dovresti chiaramente andare a vedere, crei un problema. Il VAR, se non usato continuamente, è diventato uno strumento completamente deflagrante e a questo punto ti sei costretto ad usarlo solo in maniera continuativa. E quindi adesso tu giocatore, vivi nel terrore che ti scoprano: facci caso, ci sono momenti integrali delle partite, completamente diversi da 10 anni a questa parte, dove i difensori giocano con la paura di essere visti."

Soluzione? Fare come nella NBA trasformandola a chiamata?

"Certo! Certo che dovrebbe essere così. Dovrebbe essere a chiamata tranne su alcuni aspetti logistici del gioco come l'offside."

Parlando di sport giocato, credo che la vittoria di Nadal agli Australian Open sia stato il trionfo più bello di questi ultimi 3-4 mesi e lo crede uno che non è mai stato un suo tifoso. A 35 anni, dopo una serie infinità di infortuni, come te la spieghi?

"Probabilmente Nadal è tra gli atleti contemporanei quello con la migliore mente applicata allo sport che esista. Nadal più sale la pressione, più innalza il livello di gioco. Vuol dire che nell'ora e mezza prima di una qualsiasi finale, tipo quella degli Australian Open, lui vince la partita. Cioè non è tanto sul campo ma è nell'ora e mezza prima che Nadal fa veramente la differenza. Quello che fai in quell'ora e mezza prima di servire la prima palla del match, è quello che secondo me incide più di tutto. Come tu sei in grado di gestire la tensione che genera un evento del genere.

Nel Mondiale dell'82, Bearzot non riusciva ad impedire a Conti e Tardelli di stare svegli. Avevano troppa adrenalina e non a caso erano stati soprannominati i Coyotes. Non poteva dirgli niente della partita, perché loro stando svegli l'avevano già giocata. Conti e Tardelli le partite di quel Mondiale, le avevano giocate prima. Le avevano già giocate nella testa. E' un vantaggio ed uno svantaggio, ma a livello di energie nervose secondo me Nadal è questa roba qua. Nadal è uno che è in grado di lavorare emotivamente sulla partita che verrà e quindi è più pronto nei momenti in cui la partita si decide. Come se l'avesse già vista. Come se l'avesse già immaginata."

Ultima domanda che sono solito farti, ma che a questo giro mi viene un po' più più difficile porti. Per caso hai un nuovo viaggio da consigliare?

"Allora, l'ultimo viaggio che ho fatto risale per ovvie ragioni a Marzo 2020. Ho passato un mesetto in Cile, visitando l'isola di Pasqua, cioè Rapa Nui, e poi sono andato nel Deserto di Atacama: due dei posti più evocativi che abbia mai visto.

L'Atacama è praticamente un deserto secco a 3500 metri d'altezza completamente lunare. Rapa Nui invece mi ha fatto finalmente capire perché non sono mai andato alle Hawaii, stato che non ho mai considerato parte dell'America. Molto semplice: le Hawaii morfologicamente non appartengono all'America, ma al triangolo polinesiano che è composto appunto da Hawaii/Nuova Zelanda/Rapa Nui. Ora che mi è chiara questa cosa posso andare nelle Hawaii più a cuor leggero. E' stato comunque un viaggio fantastico, che mi sento di straconsigliare."

Il deserto di Atacama.

Fede, come sempre grazie.

"Grazie a te."

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Nato a Rimini l’11/06/1990. Laureato in Giurisprudenza, adora disquisire di sport ed America. Ogni tanto scrive, solitamente legge. Sogna un giorno di poter assistere ad una partita allo Staples al fianco di Jack Nicholson.

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