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3 min

- di Andrea Ebana

Considerazioni sparse post Italia-Macedonia del Nord (0-1)


Qualche mese fa eravamo campioni d'Europa, oggi siamo, nuovamente, fuori dal Mondiale: l'ennesima occasione sprecata ci rimanda ad un deja-vu che avremmo voluto dimenticare.


- Qualche mese fa eravamo campioni d’Europa, oggi siamo fuori dal Mondiale. Per la seconda volta consecutiva non riusciamo a qualificarci alla massima rassegna intercontinentale, ma se il primo disastro sembrava la fotografia perfetta di ciò che il calcio italiano stava vivendo e la fine di un ciclo, questa volta appare quasi come un fulmine a ciel sereno per quella nazionale che un ciclo lo stava aprendo. “I campioni dell’Europa siamo noi”, cantava il Renzo Barbera al 100% della capienza (per la prima volta post-pandemia) al fischio d’inizio, quasi ad auto-convincersi che tutto questo fosse solo un purgatorio necessario per tornare ai paradisiaci fasti estivi: ed invece proprio stasera siamo andati dritti all’inferno;

- Alzi la mano chi nei primi 20’ non ha pensato che la Macedonia fosse poca cosa: ed in effetti lo è, ma la sensazione è che, fuor di una brutta battuta, anche noi siamo alla frutta. Gli uomini di Milevsky non brillano certo per curricula e per “pulizia” tecnica, e d’altra parte non a caso sono 67esimi nel ranking FIFA,  ma si schierano in difesa in modo più o meno ordinato, sperando in qualche errore nostro per lanciarsi in ripartenza (come quella sventata da un prodigioso recupero di Florenzi). Ne centrano una, decisiva, quasi insperata, al 92’, con un tiro del carneade Trajkovsky, che ora smetterà di esser tale e raggiungerà coreani e svedesi nell'album dei nostri fustigatori sportivi: basta quello a tagliarci le gambe fuori tempo massimo, premiar i macedoni sicuramente al di là di ogni ragionevole merito e condannarci ad un deja-vu a tinte fosche;

- In realtà la partita è stata abbastanza a senso unico: sin dall’inizio la nostra nazionale, forse impaurita dallo spettro di doversela giocare con la pesantezza dei minuti che passano, ha fatto pressione e prodotto un gran possesso palla, ma non ha mai concretizzato. La densità difensiva macedone ha retto, non abbiamo trovato nessuna giocata e nessuno spunto per scardinarla e abbiamo fallito le “poche” occasioni prodotte: con i minuti che passavano, questa sterilità offensiva era una fonte d’ansia sempre più grande, e quella fresca spensieratezza che ci consentiva giocate, fantasia e spunti solo qualche mese fa sembrava semplicemente sparita, finchè il calcio ha dimostrato di esser stato inventato dal diavolo, con l’epilogo più atroce;

- Le scelte di Mancini hanno ballato tra la riconoscenza e la necessità, e col senno di poi non han pagato: se il centrocampo e l’attacco sono quelli che ci hanno regalato le notti magiche della scorsa estate, la difesa è rivoluzionata per tre quarti con gli ingressi di Bastoni, Mancini e Florenzi in luogo degli indisponibili Chiellini, Bonucci e Di Lorenzo. L’Italia di stasera  però è molto più vicina a quella vista con l’Irlanda del Nord che a quella vista in estate: se il fraseggio sembra meno lento di quello imbolsito visto nelle ultime uscite, grazie più a Verratti che a Jorginho, è davanti che la qualità stenta a decollare. Insigne dà ragione a chi lo ritiene in pre-pensionamento confermando uno scarso stato di forma (ma Pellegrini e Zaniolo proprio no?) e Immobile rinsalda i dubbi che si affacciano repentini quando indossa la maglia della nazionale: l’unico a dar luce nel buio è Berardi, che però è impreciso sotto porta in più di una occasione. Infine, anche i cambi sono sembrati decisamente poco lucidi, con Joao Pedro come arma della disperazione: in partite bloccate come queste, siamo proprio sicuri che attaccanti fisici come Scamacca e Belotti non potessero essere un grimaldello decisivo?;

- Se facciamo una analisi lucida però, la qualificazione non è stata gettata al vento stasera, o quantomeno stasera è solo l'ultima puntata di una serie tragica: sembrava francamente in tasca quando abbiamo fallito ben tre occasioni per centrarla, dapprima con la Bulgaria, poi con la Svizzera (ed il famoso rigore fallito da Jorginho allo scadere), ed infine con l’Irlanda del Nord. Che dopo l’Europeo qualcosa si fosse rotto era evidente, ma si deve cercare di guardare la “big picture”: da una parte abbiamo una nazionale ricca di qualità e futuro perché giovane, ma dall’altra forse proprio la carta d’identità ha portato a sottovalutare la situazione in un momento di comprensibile “pancia piena", e se forse l’Europeo ci aveva dato più di quanto meritassimo, questa beffa ci ha punito oltre i nostri demeriti. L’equilibrio e la ragione dicono che il futuro può esser dalla nostra, facendo tesoro di questa terribile serata, a cominciare da mister Mancini.

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Torinese e granata dal 1984, dopo una laurea in Filosofia, opto per diventare allenatore professionista di pallavolo, giusto per assicurarmi una condizione di permanente precarietà emotiva e sociale. Questa scelta, influenzata non poco dalla Generazione di Fenomeni che vinse tutto a cavallo degli anni 90', mi porta da anni a girovagare per l'Europa inseguendo sogni e palloni, ma anche a rinunciare spesso a tutto il resto di cose che amo fare nella vita: nei momenti di sconforto per fortuna esistono i libri, il mare, il cioccolato fondente e le storie di sport in cui la classe operaia va in paradiso.

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