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8 min

- di Michele Cecere

Scamacca è sempre più punk


Dopo anni difficili nelle giovanili del PSV e i prestiti in Serie B, dove più il tempo passava e più il suo talento veniva messo in discussione, Gianluca Scamacca è tornato a fiorire nel contesto che merita. E lo ha fatto senza rinunciare a uno stile di gioco ribelle e spontaneo, che lo associa all'albero genealogico a cui appartengono gli attaccanti più "artistici".


«Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane»
- Italo Calvino, Il visconte dimezzato

Il momento è il ventiquattresimo della partita contro il Milan. La squadra di Pioli è in fase di costruzione bassa, e Bakayoko scende quasi sulla linea dei difensori per rendere più pulita l'uscita del pallone. A un certo punto, però, pressato da Frattesi sul lato cieco e costretto a girarsi a destra, il passaggio in verticale per Saelemaekers diventa l'unica scelta possibile. L'intuito difensivo di Raspadori è sorprendentemente alto, e dopo una breve conduzione, il pallone arriva nella zona dei 35 metri, dove c'è Gianluca Scamacca. Arpionato il passaggio di Raspadori con un movimento armonioso che in una frazione di secondo lo porta da dare le spalle alla difesa del Milan a guardare negli occhi la porta di Maignan, Scamacca potrebbe passarla a Berardi, che è libero sulla destra, o provare un filtrante ambizioso per l'inserimento di Frattesi.

A questo punto avviene una di quelle scelte "alla Scamacca", una particolare legge dell'universo che potrei riassumere così: affinché un evento eccezionale possa compiersi è necessario che chi ne è protagonista rinunci ad almeno un paio di soluzioni più facili. Allora è riducibile a questo, il talento così unico e ribelle di Gianluca Scamacca? A un attaccante che nei momenti clou semplicemente vuole complicarsi la vita per fare la figura del coatto? A queste domande credo risponda bene il tiro violentissimo con cui dopo pochi secondi Scamacca inchioda Maignan, che non può fare altro che piantarsi con il corpo e guardare la palla baciare l'incrocio e depositarsi in rete.


Nel video di highlights della Serie A, il telecronista reagisce al gol urlando: "Calcia fortissimoooooo"; e poi ancora: "che gol di Scamacca, ha spaccato la porta!". E se proprio la violenza con cui a volte sembra che voglia bucare il pallone riassume la parte più visibile del suo talento, è solo una tecnica fine e efficace che permette a Scamacca di prendere scelte così punk (che pure a volte sconfinano nella vanità, o meglio nel kitsch), come provare a fare gol a uno dei migliori portieri del campionato da quasi trenta metri.

Il tempo vola

Alla stregua di una particolare genealogia di attaccanti fisici ma allo stesso tempo capaci di usare la palla come strumento di elevazione del calcio ad arte performativa, e di cui l'esponente principale è sicuramente un genio come Zlatan Ibrahimovic, Scamacca riesce ad associare un naturale istinto per le grandi giocate alla concretezza e alla forza tipici di un attaccante d'area. Quest'anno ha già segnato tredici gol in ventotto partite, e per la prima volta è riuscito ad andare in doppia cifra (non c'era riuscito nemmeno nella stagione di Ascoli in Serie B).

Il modo di giocare di Scamacca, così spontaneo e quindi in qualche modo anche sovversivo, è quasi una provocazione per le prospettive statiche, da Ancien Regime, del calcio italiano. Basti pensare che fino all'inizio di questa stagione, ovvero quando Dionisi ha spostato Raspadori a sinistra per dare a lui la maglia da titolare, a ventidue anni aveva giocato ventisei partite con il Genoa, di cui almeno la metà da subentrato. In un certo senso la sua atipicità lo ha limitato prima che arrivasse alla completa maturazione, e i frutti del lavoro che Scamacca sta raccogliendo non sono altro che quello che ci si aspettava da lui già a 16 anni, quando lasciò le giovanili della Roma per trasferirsi al PSV.


D'altronde anche quell'avventura in Olanda non è andata bene (nonostante un buon torneo di Viareggio nel 2015, collezionerà 3 presenze in un anno mezzo nel Jong PSV), ma può essere vista come il suo primo atto di rottura con il calcio italiano. Il primo momento in cui Scamacca ci ha tenuto a mostrarci la sua originalità, quasi il suo sentirsi un corpo estraneo. Come quando, nel 2015, poco dopo il suo passaggio al PSV, disse alla Gazzetta: «Uno all’età mia deve giocare, per crescere e migliorarsi. In Italia nei giovani credono poco, all’estero è tutto diverso».

Tra i 16 e i 22 anni Scamacca ha dovuto affrontare non solo il peso delle aspettative, ma anche il fatto che più il tempo passava e più le tacche dell'hype che aveva creato intorno a sé scendevano. Dal prestito alla Cremonese, a quello con il PEC Zwolle, all'Ascoli. A parte qualche timido accostamento alla Juventus in chiave mercato, anche già solo l'anno scorso si parlava di Scamacca per le cose che non andavano.

Il suo allenatore al Genoa, Davide Ballardini, disse alla Gazzetta: «Deve lavorare sui movimenti per sé e per la squadra. Non conosce ancora bene l’arte dello smarcamento, deve automatizzare gli attimi in cui venire incontro e quelli in cui andare in profondità». E anche se nell'intervista continuava dicendo che «è così forte che non deve cercare l’appoggio sul difensore: non ne ha bisogno, può scappare via quando vuole. Devono essere gli avversari a corrergli dietro», in qualche modo queste parole danno la misura di quanto lavoro abbia dovuto fare Scamacca per evidenziare le sue qualità più che i suoi (presunti) difetti.

Continuità

Con i calciatori come Scamacca, ovvero a quelli che prima ho definito come appartenenti a una speciale discendenza di centravanti più "artistici", il meccanismo dell'hype non solo ingigantisce le pressioni, in un periodo in cui dovrebbe essergli concesso di sbagliare, ma diventa persino scorretto. Il talento di Scamacca è qualcosa di molto simile a un istinto animalesco, irrazionale. E in quanto tale necessita dell'esperienza affinché possa adattarsi, con il passare del tempo, a palcoscenici più complessi del campionato Allievi, definito dallo stesso Scamacca ai tempi del PSV come «poco allenante».


Ma come fai esperienza se nei pochi minuti in cui giochi tutti si aspettano da te tutto? A una certa età è più complicato. Non è un caso che, in un'intervista a Inside Serie A, Scamacca indichi il suo attuale allenatore al Sassuolo, Alessio Dionisi, come «il primo a credere veramente tanto in me». Da qui vediamo come per il suo miglioramento siano stati centrali due elementi: la fiducia, innanzitutto, e poi il coinvolgimento in un progetto tecnico che ruoti anche intorno a lui.

Da quando ha giocato la prima partita da titolare contro il Genoa il 17 ottobre (condita da una doppietta, con un primo gol meraviglioso in cui calcia sotto la traversa allungando la gamba nei pochi centimetri di distanza tra i corpi di due difensori rossoblu), Scamacca è diventato il fulcro del gioco offensivo del Sassuolo. Non solo grazie ai gol e al contributo alla manovra offensiva, ma anche e soprattutto per il contributo che offre quando scende a pulire il pallone a centrocampo o quando permette ai difensori di giocare lungo su di lui sfruttandone l'impatto fisico.

Prendiamo il gol che segna il primo dicembre al Napoli.


Dopo un breve inserimento tra le linee Kyriakopoulos è costretto ad allargarsi, e crossa un pallone un po' sciatto: troppo basso per essere colpito di testa, ma anche troppo forte per essere agganciato con facilità. Ancora una volta, però, una "scelta alla Scamacca" gli fa arpionare il pallone con i pettorali, deviandone la traiettoria verso destra. A quel punto, Scamacca sfrutta il suo fisico potente, certo, ma anche incredibilmente agile per ruotare il busto senza essere chiuso da Koulibaly e calciare al volo. Ancora una volta, il tiro è brutale più che preciso. Lo stesso Scamacca ne parla come di un'ossessione: «L'unica cosa che amavo da bambino era calciare in porta».

Questo suo modo di calciare in porta non è però solo bello esteticamente. Il gol al Napoli, come quello in acrobazia al Verona, non sono gesti tecnici fini a sé stessi, bensì la soluzione più naturale che Scamacca trova per essere pericoloso, anche quando è posizionato male o è lontano dalla porta. Secondo le statistiche di WhoScored, infatti, calcia 0.9 volte ogni novanta minuti da fuori area, il che è piuttosto curioso per un attaccante centrale (mentre i tiri totali sono 3.6 a partita, quinto tra tutti i calciatori di A).

Spigoli

È possibile che l'ossessione, come la definisce lui, del tiro in porta derivi da alcuni limiti del suo stile di gioco. Scamacca sembra ancora a disagio quando deve cercare soluzioni più riflessive; non capita spesso vederlo gestire i tempi della giocata e dell'azione (ovvero rallentare per capire quando affondare il colpo, cosa sempre più importante in un calcio cinetico come quello contemporaneo), e anche se produce 0.5 passaggi chiave ogni novanta minuti non ha ancora effettuato nessun assist.

Nonostante questo, Scamacca ci tiene a chiarire l'intesa con Raspadori e Berardi, che spesso agiscono ai suoi lati (mentre quando gioca Traoré a sinistra, è Raspadori a fare la seconda punta): «il mio rapporto con Raspadori e Berardi è ottimo, in campo ci capiamo. Credo che quando si trovi un’intesa tra tre giocatori di qualità poi vadano da soli».

E di certo è anche grazie al fatto che Dionisi ha trovato il modo di far coesistere tre attaccanti così talentuosi che ognuno dei tre ha potuto migliorare in qualcosa. Nel caso di Scamacca, l'aura da bomber che gli consente di affrontare anche le migliori difese della Serie A da pari è una cosa assolutamente inedita e non prevista. Insomma, ok il talento acrobatico e artistico delle sforbiciate o dei tunnel ai difensori malcapitati, ma quante volte Scamacca negli scorsi anni avrebbe segnato un gol come quello all'Inter, sempre a San Siro?


Ho scelto questo gol come prova definitiva della completezza a cui Scamacca ci sta dimostrando di poter arrivare in futuro. Prima gioca a nascondino con la difesa dell'Inter, allargandosi alle spalle di Dimarco per offrire una soluzione sulla fascia, poi, quando la palla arriva a Traoré sulla sinistra, Scamacca parte come se gli fosse già arrivato il pallone, e attacca la porta. Se aggiungete che il cross che gli arriva è lento, ed è lui a dovergli dare forza saltando da fermo con entrambe le gambe e incornando il pallone sul secondo palo, ecco che un gol del genere avremmo potuto vederlo segnare a un centravanti di un'epoca passata, in cui essere attaccanti significa innanzitutto sgomitare contro i difensori e colpire la palla di testa.

Nella crescita di Scamacca, e in un certo senso nell'introiezione di quei concetti tattici del calcio italiano a cui comunque ha dovuto adattarsi per migliorare appunto nel gioco in area o (come diceva Ballardini) a smarcarsi meglio, la stonatura rispetto agli altri ventuno giocatori in campo più che affievolirsi si è fatta prorompente. Oggi Gianluca Scamacca non ha rinunciato ai suoi spigoli, alla sua naturale tendenza a passare la palla con un colpo di tacco invece che proteggerla per prendere una punizione, o al suo bisogno fisico di sentire il pallone bruciare come una palla di cannone mentre viaggia verso la porta avversaria. Anzi sono proprio questi "spigoli", e gli atteggiamenti che lo fanno passare per uno che vuole farsi notare (e che invece non sono altro che la sua natura, il suo essere pienamente se stesso) o che non sa gestire la palla sotto pressione (e quindi che fai? tiri) che rendono Scamacca uno degli attaccanti più interessanti da guardare e, allo stesso tempo, uno dei più decisivi in Serie A.

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Nato a Giugliano (NA), classe 2000. Appassionato di cinema, letteratura e Fabrizio De André. Studia ingegneria mentre cerca di razionalizzare la sua venerazione per Diego Armando Maradona.

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