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3 min

- di Marco Bellinazzo

Considerazioni sparse post Indian Wells 2022


Taylor Fritz è l'eroe per caso in un torneo che ci ricorda la natura umana di Rafa Nadal.


- Ventuno anni dopo il successo di Andre Agassi nel 2001, è Taylor Fritz il primo statunitense a conquistare il torneo di Indian Wells, confermando un feeling con il suo torneo di casa (Fritz è di San Diego, California) già evidenziato nella particolare edizione autunnale dello scorso anno. Senza voler togliere meriti al classe '97, che sul cemento californiano sembra sguazzare in modo naturale, è un successo che porta con sé una bella storia, ma che ricorda vagamente la medaglia d'oro di Steven Bradbury a Salt Lake City 2002: in un tabellone dal peso specifico totalmente sbilanciato, Fritz è bravo a sfruttare l'autostrada che lo porta in semifinale, più bravo a battere Rublev per andare in finale dove trova un Nadal evidentemente provato e probabilmente infortunato, che ci ricorda che può anche perdere le partite;

- Arriva infatti la prima sconfitta del 2022 il maiorchino, dopo una surreale striscia di 20 vittorie consecutive che aveva dato a tutti l'impressione che Rafa fosse semplicemente tornato ad essere imbattibile. Nello stesso torneo di Indian Wells lo spagnolo si ritrova almeno un paio di volte in grande difficoltà, ma trova sempre il modo di uscirne, da campione, come sa fare lui. Clamorosa la rimonta con Sebastian Korda, al quale recupera due break nel terzo set, bellissimo il classico incrocio di stili con un rinato Kyrgios, e impressionante lo scontro generazionale in mezzo ai venti del deserto contro Carlos Alcaraz, probabilmente la partita più bella del torneo, per un sacco di ragioni;

- È proprio la semifinale della parte alta il match più significativo di questi dieci giorni, quello in cui Rafa si ribella ad un destino che sembra segnato, sbatte i pugni e torna a stabilire le gerarchie contro un ragazzo che ha decisamente le carte in regola per ripercorrere i suoi passi, e la stessa nazionalità e la precoce ascesa nel circuito portano già molti a sprecare i paragoni. È proprio il classe 2003 la risposta più chiara di questo Masters 1000 americano: Alcaraz finisce nella parte di tabellone più tosta e trafficata ma il suo percorso fino alla semifinale è di un immacolato dominio e di cristallina pulizia, che stride anche un po' con il suo aspetto ruspante e trasandato. Fino alla semifinale persa ma contesa ad un dio del tennis, il ragazzino non perde nemmeno un set, lasciando ai suoi avversari poco più di qualche briciola (6-2, 6-0 ad uno come Bautista, per rendere l'idea). Sì, questo è forte;

- E i nostri? Il 1000 californiano non è sicuramente il momento più esaltante della stagione per i nostri azzurri, che fanno un po' di fatica a farsi strada per ragioni diverse: Matteo Berrettini, al rientro dall'infortunio subito in Messico, non sembra ancora al top della forma e si ferma agli ottavi contro Kecmanovic, dopo aver superato due buoni turni. Sinner, frenato dall'influenza, ci toglie il piacere di gustarci la sfida tra lui e Nick Kyrgios, che sicuramente non avrebbe deluso, e dà forfait prima degli ottavi. Forfait anche per Fognini, segni di ripresa da Musetti che però, dopo un buon primo turno, non regge il confronto con il servizio killer di Opelka, mentre Sonego prosegue in un complicato inizio di stagione dove sembra spesso faticare a superare anche avversari che dovrebbero decisamente essere alla sua portata;

- Tsitsipas e Zverev vengono eliminati al secondo turno (da gente come Sock e Paul), come del resto i canadesi Shapovalov e Auger-Aliassime, buttati fuori da Davidovich Fokina e Van de Zandschlup, non proprio i turni più difficili del tabellone. Medvedev esce al terzo turno con Monfils e riconsegna il numero uno a Djokovic, che non deve nemmeno giocare per riprendersi il primato. Le rotolanti teste di serie, fragili come non le abbiamo mai viste, che escono malinconicamente di scena nei primi turni, sono il segno di un Medioevo del tennis che ha il compito di riabituarci alla normalità, dopo un periodo di insolita grandezza. I favoriti perdono, e lo fanno spesso, e questo è anche un po' il bello dello sport. Anche di uno sport che ci ha proposto un'irripetibile epoca di fenomeni quasi perfetti e che oggi, tra gli scivoloni dei nuovi numeri uno, ci fa capire quanto siamo stati fortunati a viverla.

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Nato a Biella il 30/07/93, laureato in Matematica per motivi che non riesco a ricordare. Juventino di nascita, vivo malissimo anche guardando le partite dell’Arsenal, di Roger Federer e di qualunque squadra io scelga a Football Manager (unico sport che ho realmente praticato). Fanciullescamente infatuato di Thierry Henry, sedotto in età consapevole da Massimiliano Allegri, sempiternamente devoto a Noel Gallagher.

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