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7 min

- di Lorenzo Tognacci

Considerazioni sparse post Drive to Survive - 4a stagione


Quale occasione migliore per scaldare i motori in vista del primo weekend di Formula 1, se non con l’ormai stabile appuntamento pre-season di Drive to Survive? 


- Drive to Survive, il prodotto Netflix nato con lo scopo di diffondere il verbo mediatico della Formula 1 verso quel pubblico che si addormenta appena vede un semaforo rosso, è giunto alla sua quarta stagione. Arrivato nell’ormai lontano 2019 a raccontare l’ebrezza di un campionato pressoché piatto, ma che era pronto a sancire un grande cambiamento dalla noia mortale degli anni ’10, si è sempre contraddistinto per essere quel mezzo di comunicazione emotivo che da tempo mancava alla F1. A oggi si potrebbe dire che è riuscito a rendere emozionanti - seppur con qualche licenza poetica che a qualcuno ha fatto storcere il naso (ciao Max parliamo di te sì) - dei campionati che di veramente emozionante e attrattivo avevano ben poco. Allora, io personalmente sono sempre stato un grande fan di Drive to Survive, sia perché veniva rilasciato il weekend prima dell’inizio del campionato e quindi c’era un po’ sta cosa del farsi un recap della stagione precedente e iniettarsi nuovamente gli occhi di sangue, sia perché sentivo proprio il profumo di nuovo che la (all’epoca) neo proprietà americana aveva portato in pista. E quindi, secondo voi, che tipo di aspettative potevo avere per la prima stagione di ‘sto prodotto basata finalmente su un campionato degno di essere definito di Formula 1? Esatto: “spropositate”, “inquantificabili”, “incommensurabili” e tutto il parterre di sinonimi iperbolici che la Crusca ci mette a disposizione. Perfetto, è successo che dopo le consuete 10 puntate di stagione gli stessi termini vengano utilizzati per descrivere la velocità di rotazione delle mie “scatole”, perché purtroppo quando ci sono grandi aspettative che non vengono rispettate ci sono pure grandissime e colossali rotture de cojoni;

- MA VEDIAMO UN PO’ PERCHÉ SI È ARRIVATI A TANTO, da parte di uno delicato e sensibile che gli basta vedere una foto dell’Eau Rouge per commuoversi e che monopolizza televisioni domenicali da tempo immemore. Partiamo togliendo un po’ il pacco gigante che tutti abbiamo ricevuto in pronta consegna: Verstappen, che per chi non l’avesse capito (magari qualche eremita residente in luoghi dove non arriva nemmeno la dimensione del suono) è l’ultimo Campione del Mondo, per il secondo anno consecutivo non è presente in Drive to Survive perché lui non c’ha voglia e “cos’è tutto sto drama io sono una persona seria voi siete brutti e cattivi”. E quindi un buon 50% di tutto quello che è il bagaglio emotivo di questo campionato non è presente. Dopo aver perso 5 minuti scarsi di orologio per farsene una ragione, che tanto Horner è un animale da circo che può tenere il palco per 2 e fare le veci di Versbatten, iniziamo la visione e ovviamente ci troviamo all’angolo blu Horner e a quello rosso Wolff. Entrambi colossali nella gestione dell’immagine e dei propri messaggi, entrambi con un’idea ben chiara di quello che devono trasmettere, entrambi richiamati all’infinito tanto che a una certa sembra siano gli unici con qualcosa da dire. L’unico aspetto interessante che traspare da questo dualismo è che Horner ha cambiato un po’ tono di voce rispetto a prima, è più aggressivo, un po’ come se fosse andato all-in che o la va o la spacca. Questo scontro si porta avanti lungo tutta la stagione, ovviamente, ed è un po’ la base narrativa su cui si costruiscono tutte le puntate. Netflix ci fa talmente tanta forza sopra che a un certo punto la corda si spezza assieme anche alle scatole di cui parlavo prima;

- Per edulcorare l’incontro di singolar tenzone tra i due team principal che si scannano alla vetta, Netflix ci aveva visto lungo e dalla prima stagione di Drive to Survive costruisce la storia di Guenther “The Wanker” Steiner, il povero parafulmine di una scuderia sgangherata come la Haas. Il povero parafulmine che quest’anno si è trovato incastrato tra gli sponsor e un oligarca russo che bussa alla porta. Non si è ben capito se Mazepin abbia pagato per un’intera puntata di DtS, o se Netflix era in preda al panico mentre cercava nuovi fan di terra russa, ma siamo arrivati al punto in cui un’intera puntata viene dedicata a 'sto scherzo della Formula 1. Non è una mancanza di rispetto verso gli ingegneri della Haas e chi si sbatte (Guenther sopra tutti) per tenere a galla con un complesso sistema di specchi e leve una scuderia in un ring complicato come quello della Formula 1, ma io da spettatore sinceramente di Mazepin e le sue cazzate ne faccio anche a meno. Uno dei punti più bassi della stagione si raggiunge nella quarta puntata, dove Mazepin viene ovviamente disegnato, velatamente, come un bambino stupido e viziato che non riesce a tenere il passo del suo compagno e sembra non essere all’altezza della F1. Tra le minacce del padre di togliere i finanziamenti, e le lamentele di Nikita che “a me danno la macchina peggiore” perché arriva sempre dietro a Schumacher, a un certo punto succede l’inaspettato: Mazepin viene disegnato come un prodigio della Formula 1. Questo succede a Sochi, in Russia,  dove il buon Nikita si esce con una roba tipo “eh io sono nato in Russia, quando vedo le nuvole così grigie capisco che sta per arrivare la pioggia” e quindi in piena gara dove tutti non capiscono le previsioni, lui monta le gomme da bagnato in anticipo e alla fine viene a piovere sul serio. Si iniziano quindi a vedere riprese di piloti che non controllano la macchina, top driver che si girano, e lui che tranquillo li supera tutti. La puntata finisce tra gli applausi scroscianti (2 persone) per l’incredibile senso da pilota di Mazepin, perché finalmente ha battuto il suo compagno Schumacher, e perché finalmente ha ottenuto un risultato degno in F1. Benissimo, su questo splendido panorama finisce la puntata. Un piccolo dettaglio di fondo: Mazepin è arrivato davanti a Schumacher perché quella gara, il tedesco, NON L’HA FINITA e, soprattutto, l’incredibile senso metereologico di Mazepin e le sue traiettorie pulite in piena acqua l’hanno portato a ottenere un risultato incredibile ma che poco si discosta dagli altri suoi risultati, visto che è arrivato ULTIMO. Cara Netflix, ma va un po’ in mona va;

- Un altro aspetto su cui la grande N si concentra è la situazione McLaren che, guarda un po’, viene descritta come una crisi esistenziale senza precedenti ma che invece a dire il vero proprio no. La partenza è anche buona, perché comunque la scuderia ha messo a contratto il sorridente Danny Ric e in casa aveva già un idolo delle folle come Landone Norris, e tutti quando abbiamo letto di questo avvicendamento ci aspettavamo grandi siparietti e grasse risate motoristiche. In realtà il binomio Ricciardo - Norris non è stato così scoppiettante come si sperava, perché Ricciardo ha fatto un po’ fatica a ingranare con la nuova macchina mentre Norris portava a casa risultati, e perché la frustrazione difficilmente porta a disponibilità mediatica, tanto che si vede un Ricciardo come mai visto prima chiedere “quanto pago di multa se non faccio le interviste?”. E ci sta, è come sono andate le cose, peccato che nella realtà di Netflix non venga descritta la frustrazione di un pilota, ma l’acerrima competizione con il suo dirimpettaio meccanico. Competizione che però nella realtà non c’è. E quindi via di microfoni parabolici a catturare quel preciso istante in cui Norris ha detto “eh però deve arrangiarsi, io non lo aiuto”, di taglia e cuci di montaggio per incastrare i pezzi del puzzle anche quando non combaciano, e di script da reality show di bassa lega. Ed è un peccato perché all’epoca, quando la McLaren ha sbancato Monza, era uscita la notizia che la troupe di Netflix proprio per quel weekend fosse in casa arancione, e tutti eravamo curiosi di vedere cosa avrebbe tirato fuori proprio da quel memorabile weekend. No, niente da fare, invece che una puntata di Drive to Survive è uscito un video della Cresima montato dal prete che la domenica dopo la messa guarda i video tutorial su YouTube (INVECE CHE GUARDARE LA FORMULA 1);

- In questo bel popò (nel senso stretto di merda) di roba subentra quel tocco da maestro che, per descriverlo a voi cari lettori di Sportellate, riassumerò tramite un “breve e circonciso” episodio. In questa stagione emerge un po’ di più la figura di Russell, il giovane di incredibili speranze (talento e prospetto) che per anni ha spinto una carretta con la stessa dedizione, dal primo all’ultimo giorno, che Davide ha usato per abbattere Golia. È un paio d’anni che si parla di Russell in Mercedes, al posto del balsamico Bottas, e finalmente quest’anno Toto gli ha fatto il contratto e ha scaricato il finlandese. Netflix ci prova a costruire pure sto dualismo, tra due che si trovano in una competizione a distanza e che hanno raggiunto la massima tensione in un brutto incidente a Imola, peccato che a un certo punto si raggiunga la stessa verve narrativa dello scontro epocale tra due scimmie che urlano nella casa del Grande Fratello. In questo specifico caso, l’apice massimo si raggiunge nel momento in cui Toto annuncia al giovane George il suo destino: in post gara, si vede un Russell in tenuta da passeggiata muoversi di soppiatto e raggiungere Toto nel suo motorhome, con le telecamere che fanno riprese nascoste tra mille angoli come se stessero svelando lo scoop del secolo, e la musica di sottofondo che carica il momento. Poi si sente Toto recitare con talento sopraffino che Brad Pitt levate: “GEORGE, HO PER TE UNA BUONA NOTIZIA E UNA CATTIVA NOTIZIA”. La musica si arresta, le telecamere si congelano, momento di suspense generale (ero talmente teso che forse stavo guardando il cellulare): “LA CATTIVA NOTIZIA È CHE CORRERAI CONTRO LEWIS HAMILTON LA BUONA NOTIZIA È CHE LO FARAI IN UNA MERCEDES”. Fuochi d’artificio, musica celebrativa, baci abbracci pianti lacrime talmente una stronzata che se avessi letto “Regia di Maria de Filippi” non mi sarei stupito. Ecco, Drive to Survive in questa stagione è 'sta roba qui: un reality show scritto da un team di scimmie che probabilmente hanno bevuto troppo successo dalle stagioni precedenti. Unica nota divertente: l’arrivo di Dark Toto, alla fine dell’ultima puntata, che invece della consueta divisa Mercedes si presenta con dolcevita nero e dichiara guerra a tutto il Paddock. Per fortuna ho chiuso con una grassissima risata.

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Rimini, 23/09/1994. Laureato in Comunicazione Pubblicitaria allo IED di Milano, freelance e multiforme. All’anagrafe porta il nome di Ayrton e la Formula 1 è appuntamento immancabile del weekend, a cui associa un passato da tennista sgangherato e anni di stadio a Cesena. Incallito e vorticoso consumatore di vinili e di cinema.

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