Article image
,
3 min

- di Andrea Ebana

Considerazioni sparse su "Il Filo Invisibile"


Fare un film sulle famiglie arcobaleno in Italia è possibile? Simon M. Puccioni ci prova in modo "poco italiano" dissacrando e senza cedere a troppa retorica, grazie ad un bel cast, una solida sceneggiatura e una sana spruzzata millennials.


- Fare un film sulle famiglie arcobaleno in Italia è un rischio grande, e su questo credo non ci possano essere grandi dubbi da parte di nessuno: perché i buchi legislativi in cui arenarsi non mancano, perché c’è il rischio di toccare con retorica e senza la delicatezza giusta tasti ancora iper-delicati (benchè faccia poco piacere scriverlo, è così), perchè il momento sociale è ricco di sfaccettature e di grigi difficili da cogliere, e infine perché, semplicemente, pochi prima hanno tentato di farlo (e forse questo è un effetto dei perché precedenti). Simon Maria Puccioni ci prova, mettendo in scena una pellicola parzialmente autobiografica che sa un po' di commedia francese (ma meno pretenziosa), spruzzando una sana e fresca ventata millennials che permette di non cedere a dogmatismo e retorica: per dirla con Stanis, riesce a farlo in modo decisamente “poco italiano”, facendo passare indubbiamente 90’ piacevoli;

La storia è raccontata con gli occhi giovani di Leone (il bravissimo Francesco Gheghi), e questa è forse la trovata cardine della riuscita del film: perché dà al film la visione di un ragazzo di 16 anni, figlio di due padri (Filippo Timi e Francesco Scianna), nato in California grazie a Tilly (Jodhi May) che ha aiutato i genitori nel percorso per metterlo al mondo, ma pur sempre di un ragazzo di 16 anni.  Il film si poggia sul video scolastico in cui Leone deve raccontare la sua famiglia, tra le vicissitudini burocratiche e i momenti da “famiglia Mulino Bianco Arcobaleno”: ad un certo punto però la vita reale fa il suo corso, con un tradimento che mette Paolo e Simone di fronte ad una resa dei conti dolorosa che si avvierà rancorosamente verso una separazione non esente da vendette reciproche sulla pelle del figlio stesso. Proprio le imperfezioni, le cadute, gli errori di questo nucleo familiare sono l’altro tassello che rende il film riuscito, perché consente di non cadere nella retorica patetica della diversità e nelle rivendicazioni di genere dure e pure;

- Era difficile toccare tanti elementi di contemporaneità di tale spessore con leggerezza e cuore: il tema bioetico per cui l’amore genitoriale non possa esser messo in discussione dalla cavillosa burocrazia (quanta burocrazia), i diritti in discussione sociale per le famiglie omogenitoriali (quanta fatica), nondimeno l’occhio con cui i millennials guardano il mondo, decisamente diverso da quello dei genitori. La quota dissacrante e quanto mai necessaria quando si parla di temi tanto complessi viene poi garantita dalle figure marginali della famiglia di Anna: esempio ne sia la mamma (Alessia Giuliani) icona di un progressismo solo di facciata, stupita dall’anniversario della coppia gay, derisa per i suoi slogan, messa alla berlina dall’omosessualità del figlio, che in molti momenti riesce a far ridere amaro per la sua realistica contemporaneità; oppure il fratello, respinto da Leone (“non è che perché i miei genitori sono gay debba essere gay pure io” resta una battuta memorabile nella sua semplicità) e poi capace di fare outing; e infine Anna stessa, vero grandangolo con cui i millennials vedono l’amore oggi, senza i filtri dell’età adulta;

- SPOILER – Non leggete questa considerazione - Detto di ciò che è stato fatto molto bene, dal finale ci si poteva aspettare di più: l’escamotage dell’incidente di Leone dopo l’ennesima vendetta compiuta sulla sua pelle, che rimette però tutti d’accordo di fronte a letto di ospedale in cui è ricoverato, ha il sapore di qualcosa di già visto: il riscatto parziale è fornito dal coupe de theatre relativo alla reale paternità di Leone e dalle esilaranti scene all’ingresso dell’ospedale. Insomma, si è optato per un mezzo lieto fine, ma la maniera per farlo poteva essere meno banalizzante;

- La buona riuscita del film è garantita infine dalle ottime performances del cast: che Filippo Timi in questi panni fosse a suo agio era abbastanza scontato, ed il realismo della sua recitazione è una piacevole conferma. Francesco Scianna, il papà quello bello, riesce a restituire credibilità ad una figura che è quella più ricca di errori e più in evoluzione nel corso dei 90’ di pellicola. Sopra a tutti, Francesco Gheghi, che riesce a tener testa ai personaggi interpretando alla perfezione il ruolo di un sedicenne che, in nome di ciò che sta vivendo, si sente sempre giudicato da chi lo circonda. La sceneggiatura solida tiene assieme la squadra quanto basta per rendere il film, insieme ai temi trattati, un prodotto su cui cliccare indubbiamente il + nella propria lista Netflix.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE...

Torinese e granata dal 1984, dopo una laurea in Filosofia, opto per diventare allenatore professionista di pallavolo, giusto per assicurarmi una condizione di permanente precarietà emotiva e sociale. Questa scelta, influenzata non poco dalla Generazione di Fenomeni che vinse tutto a cavallo degli anni 90', mi porta da anni a girovagare per l'Europa inseguendo sogni e palloni, ma anche a rinunciare spesso a tutto il resto di cose che amo fare nella vita: nei momenti di sconforto per fortuna esistono i libri, il mare, il cioccolato fondente e le storie di sport in cui la classe operaia va in paradiso.

Cos’è sportellate.it

Dal 2012 Sportellate interviene a gamba tesa senza mai tirarsi indietro. Sport e cultura pop raccontati come piace a noi e come piace anche a te.

Newsletter
Canale YouTube
clockcrossmenu