Article image
,
4 min

- di Lorenzo Tognacci

Considerazioni sparse sulla seconda stagione di "Euphoria"


Euphoria è un teen drama. Euphoria non è un teen drama. Euphoria è l’onirica distillazione del teen drama. E io non so da che parte farmi.


- Secondo me è molto complicato trovare un punto di partenza da cui iniziare a descrivere Euphoria, seguendo un’ipotetica consecutio temporum con cui analizzare e decifrare la seconda stagione, quindi cerco di parlarne a briglia sciolta nella speranza di rimanere comprensibile. Culturalmente un teen drama è un prodotto televisivo cheap, un prodotto che parla agli adolescenti come se fosse un passatempo, come se l’adolescenza fosse un passatempo, fatta di high school americane e dinamiche d’oltreoceano di bullismi e conoscenza di sé ma che alla fine della fiera rappresenta un semplice momento di passaggio verso l’età adultà. Euphoria è, in soldoni, niente di più e niente di meno di questo. Euphoria è, alla fine di tutto, mani sporche di sangue e realtà alterate. Se il percorso del teen drama classico va dalle case dei protagonisti verso l’high school, il luogo dove ogni personaggio si definisce in relazione ai propri simili, Euphoria si gira dall’altra parte e cammina verso le case, verso il passato e verso l’esperienza di ogni singola persona, scava all’origine invece che cercare una giustificazione all’arrivo. Che il focus della stagione siano le famiglie lo capiamo nei primissimi secondi della prima puntata, dove conosciamo la Madonnica nonna di Fez e l’origine del rapporto con Ashtray, nella loro complicata e criminale dimensione;

- Che in Euphoria ci trovassimo davanti a una profonda caratterizzazione emotiva dei suoi personaggi l’avevamo già capito nella prima stagione, l’avevamo soprattutto capito negli speciali su Rue e Jules, ma in questa stagione Sam Levinson alza in modo rilevante l’asticella e amplifica la risonanza psicologica ed emozionale dello spettacolo. Per rendere tutto possibile costruisce un ecosistema a tenuta stagna studiato appositamente per East Highland: cura attentamente la parte musicale, disegna una fotografia sporca e rumorosa, colora i suoi fondali di tinte acide e luci al neon. Come ultimo passo rifinisce al bisturi i tratti dei personaggi, per renderli da una parte più nitidi e dall’altra più affini agli attori che li interpretano, solidificando la crasi tra attore e performance. È così che nascono i “bro…” di Fez, i pianti isterici di Cassie, i balli orgogliosi di Cal o i jingle di Elliot. È così che nascono performance magari non memorabili ma sicuramente cariche di pathos e sicuramente credibili. Ed è così che nasce la quinta puntata di Zendaya, una pièce quasi teatrale in cui la giovane attrice (che io stesso appena qualche mese fa ho criticato per mancanza di verve in Dune) libra come mai prima d’ora le proprie capacità in una puntata per cui (spoiler) vincerà premi lungo tutto il 2022, e forse oltre;

- Euphoria parla di droga, parla di violenza (non solo fisica), parla di ragazzini di 17 anni. E come un diciassettenne sogna, si lascia trasportare, sperimenta. Un tratto marcatissimo che distacca questa seconda stagione dal resto di Euphoria è il momento del sogno, della rappresentazione del subconscio, che quasi in ogni puntata si erge prepotentemente nel racconto. Lo fa in un modo quasi didascalico, senza troppi margini di interpretazione da parte dello spettatore, utilizzando l’onirico come uno strumento che dà ulteriore forza allo stato emotivo dei personaggi. Il punto di partenza per questi viaggi introspettivi sono le fragilità dei protagonisti, mostrati uno dopo l’altro, e che aprono quella crepa necessaria a stabilire un momento di empatia e di connessione tra noi e loro. Fragilità in cui siamo portati a identificarci: sostenuti dalle arie quasi sacre dell’organo di Labrinth, ogni viaggio rappresenta un punto di contatto tra spettatore e spettacolo, che ci porta verso uno scambio interiore a due vie. Questo tipo di rapporto che si crea con il pubblico è un dialogo costante tra noi e loro, a volte estremizzato dalla rottura della quarta parete, su cui Levinson e soci lavorano molto attentamente;

- Poi, dopo le prime 6 puntate, si arriva alle ultime 2: il finale. Nel gruppo di pseudo amici che conosciamo in Euphoria c’è sempre una presenza, quasi in secondo piano, che un po’ rappresenta i nostri occhi attenti e un po’ incarna la vera essenza di Euphoria. Zendaya è la nostra narratrice onnisciente ed è la nostra protagonista ma Lexi è la chiave di volta che tiene per mano da una parte East Highland e dall’altra il pubblico. Il suo spettacolo innesca un processo di metanarrazione che ci fa sedere dritti nelle sedie del teatro assieme a tutti gli altri, a suggellare il nostro rapporto con loro, e ci fa diventare cittadini attivi di Euphoria. Questo show nello show è l’espediente narrativo che Sam Levinson sceglie per evolvere i personaggi, mettendoli di fronte a loro stessi, mettendoli di fronte a quelle crepe e a quei viaggi in cui ci siamo addentrati nelle puntate precedenti. In queste ultime due puntate la narrazione diventa un po’ caotica, forse volutamente, ma in ogni caso il piacere di vedere riuscita un’operazione del genere è appagante. Per 2 ore ci troviamo nella stessa situazione dei 3 Spider-Man che si indicano - noi spettatori, i protagonisti di Euphoria, lo spettacolo di Lexi - e alla fine ne usciamo con uno show radicalmente cambiato. Forse in ottica di una terza stagione, forse no: intanto l’esperienza ce la siamo portata a casa;

- HBO firma, ancora una volta a confermare il suo filone qualitativo, una serie non convenzionale che si espone con coraggio e intensità. Euphoria parla di temi delicati senza usare mezzi termini, usando la violenza quando serve e usando la sessualità quando ce n’è bisogno, una scelta molto criticata da una folta frangia di perbenisti probabilmente offesi dal fronteggiare la realtà anche in televisione. Euphoria è una serie che non è accademicamente perfetta, con i suoi punti di forza e i suoi punti di debolezza, ma che cerca di innovare dopo 30 e passa anni di rancidi spettacolini un format che puzzava di muffa già quella volta. Euphoria è una serie che ci chiede fiducia quando iniziamo la prima puntata, come se pagassimo una sorta di biglietto per entrare a East Highland, perché se le diamo la fiducia di ascoltarla abbiamo tantissimo da sentire. 

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE...

Rimini, 23/09/1994. Laureato in Comunicazione Pubblicitaria allo IED di Milano, freelance e multiforme. All’anagrafe porta il nome di Ayrton e la Formula 1 è appuntamento immancabile del weekend, a cui associa un passato da tennista sgangherato e anni di stadio a Cesena. Incallito e vorticoso consumatore di vinili e di cinema.

Cos’è sportellate.it

Dal 2012 Sportellate interviene a gamba tesa senza mai tirarsi indietro. Sport e cultura pop raccontati come piace a noi e come piace anche a te.

Newsletter
Canale YouTube
clockcrossmenu