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Considerazioni sparse su "The Batman" di Matt Reeves


Il Batman di Matt Reeves è un eroe neo-noir che combatte molto più con se stesso che con i criminali di Gotham. Una lotta senza speranza di salvezza.


- La prima impressione che ho avuto guardando The Batman di Matt Reeves, è che sembra un capitolo dell’antologia di Sin City. Impossibile non cogliere gli stilemi di quel genere neo-noir che piace tanto a Frank Miller: un antieroe tormentato e cupo come Humphrey Bogart; una donna viziosa, decadente, sensuale come la migliore Veronica Lake; un detective in cerca di una giustizia mesta e insensata; gangster brutali che tramano all’ombra dei vicoli della metropoli. Le silhouette si stagliano, drammatiche, su una città tentacolare e violenta, perennemente battuta dalla pioggia, fotografata a tinte contrastate;

- Questa volta è Robert Pattinson a mettere il mantello nero del giustiziere di Gotham City. Un colore indossato con disinvoltura almeno dalla sua apparizione in Cosmopolis di David Cronenberg (anche lì, un miliardario inquieto nel dedalo di una città minacciosa). Per esplicita confessione del regista Matt Reeves, Pattinson è stato l’unico Batman a essere seriamente preso in considerazione. E per quanto la magnifica interpretazione di Christian Bale sia ancora scolpita nella memoria dei fan, Pattinson si è mostrato all’altezza di questo ruolo. A dispetto del viso pulito e della fisicità tonica ma senza esagerazioni, riesce a rendere con esattezza l’abisso di dolore e paura di un passato drammatico come quello dell’orfano-milionario Bruce Wayne. Gotham City è la placenta velenosa che, mai come in questo adattamento, alimenta i demoni dell’Uomo-Pipistrello, diventando essa stessa protagonista-antagonista del film;

- Zoe Kravitz nel ruolo di Selina Kyle è una femme fatale contemporanea, con un corpo androgino che la allontana dalle colleghe Catwoman (basti pensare, su tutte, alla sinuosa Halle Berry). Quando non si arrampica sui tetti vestita di pelle nera, è la cameriera corrotta di un night club, dove lavora con una collega che chiama “baby” (quanto ci metterà a diventare un’icona LGBTQ+?). E Paul Dano, chiaramente nato per questi ruoli da semi-psicopatico, è intenso e in grado di rendere le sfumature di follia di un villain che non vedevamo da un po’ sul grande schermo, l’Enigmista. Ugualmente magnetici sono John Turturro nel ruolo del boss della mafia Carmine Falcone e Colin Farrell in quello dello sciatto ma astuto gangster Oswald Cobblepot; non indimenticabile, invece, il James Gordon di Jeffrey Wright, forse ancora troppo in debito con l’interpretazione di Gary Oldman.

- Questo microcosmo di personaggi ambigui, sofferenti, psicotici, ossessivi rende impossibile distinguere i buoni dai cattivi, i vincitori dai vinti. D’altronde, Batman non è mai stato un semplice cinecomic. Anzi, i tentativi di ridurlo a un film di mero intrattenimento (ogni riferimento a Suicide Squad e al Ben Affleck di Batman vs Superman è puramente casuale) sono falliti miseramente: perché il personaggio ideato da Bob Kane e Bill Finger è tutt’altro che il supereroe patinato a là Marvel. Questo adattamento ha il merito di dare spazio ai fantasmi che perseguitano Bruce Wayne come mai prima d’ora: la morte di Thomas e Martha Wayne è l’enorme vissuto che rende il protagonista non una sentinella incaricata di ripristinare l’ordine, ma un cacciatore oscuro e solitario, mosso da un implacabile desiderio di vendetta;

- La differenza lampante con l’amatissimo Batman di Christopher Nolan è che qui manca completamente l’aspirazione al bene del protagonista. Non c’è alcuna tensione al “fare la cosa giusta”, non c’è un inferno – né reale, né simbolico – da attraversare per guadagnare, se non la redenzione, quanto meno la pace, ma solo un baratro di rabbia da cui Bruce Wayne fatica a risalire. L’eccezionale cupezza in cui sprofonda il Batman di Matt Reeves è sottolineata da una colonna sonora – firmata da Michael Giacchino – che accompagna l’eroe con una cupa gravitas, senza slanci pomposi a sottolineare i momenti salienti, spezzata solo dalle note grunge di “Something in the way” dei Nirvana. Se dunque si avverte non poco lo stacco rispetto al Cavaliere oscuro, c’è però un precedente innegabile tra i film che gravitano intorno all’universo DC, ovvero il Joker di Joaquin Phoenix. Il film di Todd Phillips ha fatto leva sul senso di angoscia, sull’ambientazione in una metropoli violenta come quella di Taxi Driver, sulle ferite e i traumi che ottundono la mente dei protagonisti. In un mondo come questo, buoni e cattivi non sono poi tanto diversi.


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