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4 min

- di Giuseppe Menzo

Considerazioni sparse su "Lol 2 - Chi ride è fuori"


È difficile trovare una premessa intelligente ed interessante a queste mie considerazioni sulla seconda edizione di Lol - Chi ride è fuori. È difficile perché - piccola nota personale - non è sempre facile schierarsi dalla parte di chi non se la gode quasi mai, anche quando si siede a vedere un programma che ha come scopo quello di far sì che dieci bravi comici, almeno così ci si aspetterebbe, si eliminino a vicenda strappandosi delle risate a forza di sketch, battute ed estemporanee “sparate” più o meno caustiche. Ma il piatto è troppo succoso per lasciarlo sul tavolo e dunque la voglia di dargli un morso tanta. Assaggiamolo.


- Lol è un format che, secondo me, mal si sposa con il concetto di divertimento. Almeno guardandolo da casa. Quando prendi degli autentici fuoriclasse della risata - alcuni (non tutti) autentici fuoriclasse della risata - e li chiudi per un dato tempo (6 ore, dicono) dentro uno studio, con lo scopo preassegnato di non ridere (loro) e di far ridere (gli altri), nutri sempre la non troppa nascosta speranza di trascorrere ogni singolo secondo della tua esperienza da spettatore con i crampi allo stomaco e le lacrime agli occhi per l’eccesso di risate. Beh, non è così. Capisco che l’esperienza della stagione passata poteva preparare ad un minor carico di aspettative, ma l’essere umano è un animale strano che in cuor suo si augura sempre di essere positivamente sorpreso. Lol 2 regala momenti di ilarità riconducibili prevalentemente ai numeri comici dei bravi professionisti che li eseguono, ma che non mi pare trovino una cittadinanza speciale all’interno di questo contenitore. Sono pronto ad aprire il dibattito se vorrete. I Social ci offrono questa possibilità;

- Ho recentemente letto un articolo che conteneva alcune dichiarazioni di Federico Lucia, aka Fedez, nelle quali il conduttore - o Host seconda l’esterofila definizione che compare nei crediti del programma - dichiarava di considerare non del tutto veritiero il montaggio finale delle sei puntate. L’attenzione della parte maschile della coppia Ferragnez era rivolta prevalentemente al fatto che da quanto è stato trasmesso sembrava che lui e il suo comandante in seconda - o Co-Host, altra definizione sdoganata da Amazon Prime almeno in quest’occasione - Frank Matano ridessero ad ogni battito di ciglia. Beh, caro Fedez, è effettivamente così. Sembrava proprio che tu e il tuo sodale campano (partecipante abbastanza ambiguo della scorsa edizione) ve la faceste sotto dall’ilarità per qualsiasi cosa accadesse in Teatro e il fatto che tu abbia avvertito la necessita di effettuare questa specifica mi fa sentire - pensa te - un po’ sollevato. Vuol dire che non sono io quello insoddisfatto in ogni occasione, ma che probabilmente il programma ha grossi margini di perfettibilità;

- Il regolamento del programma, che è abbastanza semplice, prevede pochi punti. E come in tutti i casi in cui sono poche le regole - ammonizione ad ogni risata della quale ci si rende autori (e non fautori, attenzione) e ad ogni tentativo di inibirsi lo sfogo divertito ed espulsione alla somma di cartellini gialli -, le falle sono tante e variegate. Nella penuria di situazioni che conducono a somministrare le sanzioni, ci si aggrappa a smorfie risultato di tentativi cabarettistici dei quali gli stessi concorrenti si fanno interpreti. A naso, sono più questi atteggiamenti propri del lessico attoriale a far andare avanti il gioco ed il programma che non le grasse risate di qualcheduno colpito senza scampo dalla simpatia degli avversari. Inevitabile, dunque, un persistente senso di stagnazione, interrotto qua e là dal repertorio degli scritturati che appartengono a varie categorie di bravura. Ci sono i bravi, i bravissimi e – in una scala valoriale sovvertita - i meno convincenti (avrei voluto scrivere gli “impresentabili”, ma non vi va di infilarmi in un antipatico ginepraio, qualora fosse);

- Tess Masazza – che non conoscevo prima della visione di questo programma-, Diana Del Bufalo e Giammarco Pozzoli sono rimandati a settembre, in un ipotetico sviluppo scolastico della cosa. Poco incisivi e di scarso appeal nell’arco delle puntate, non graffiano. Nei gruppi esistono dinamiche che premiano alcuni e scontentano altri e loro tre, per quanto mi riguardano, non marciano in testa al plotone, quanto piuttosto lo chiudono. In affanno. Maria Di Biase, Alice Mangione e Max Angioni veleggiano a metà classifica. Salvi a metà campionato sperano magari in un colpaccio per andare oltre le più rosee aspettative, ma le corazzate che hanno davanti non si sfaldano. Loro 3 ci provano, accettano il ruolo di subalterni ai primi della classe - e lo fanno con intelligenza - ma il loro momento non è questo. Arriverà, se ne è abbastanza sicuri, ma “attendere, please”. E infine i quattro capitani di ventura, ciascuno con il proprio personalissimo bagaglio e il proprio personalissimo talento, favoriti sin dalla vigilia non tanto per la vittoria finale - che non spoileriamo - ma per la conquista delle più alte vette del Risatometro: Mago Forest, Maccio Capatonda, Virginia Raffaele e Corrado Guzzanti. Sono loro i mattatori attesi più di ogni altro e che non deludono. Quattro personalità che illuminano il programma più di quanto il programma non illumini loro e che portano le sei puntate ad un livello di godibilità che l’anno scorso non sembrava così elevata. Si stuzzicano i quattro cavalieri e si divertono (con pochi sorrisi ovviamente) e non lesinano i pezzi migliori del loro repertorio, alcuni addirittura lucidati e rivisti per l’occasione - vedasi il Venditti del Corradone Nazionale;

- Insomma, tra migliorie da studiare e picchi di qualità dei quali si può andare orgogliosi in termini meramente patriottici, 3 ore di montato che accompagnano più che bene se ci si dimentica di volere (e parlo dell’autore di quest’articolo e quindi di me medesimo) sempre quello che non c’è. Anche perché quando qualcosa non c'è, basta richiamare Lillo. Lui provvede anche ai bisogni più difficili con una bravura bagnata da grande umiltà. Vera ciliegina di una torta agrodolce.

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Mi diplomo al Centro Internazionale “La Cometa”, dopo un intenso triennio di studi, nell’ottobre del 2016, aggiudicandomi la patente dell’attore, del “ma che lavoro fai? “e di appartenente al gruppo “dei nostri amici artisti che ci fanno tanto ridere e divertire” (cit.). Appassionato di sport, ottimo tennista da divano, calciatore con discrete potenzialità in età pre puberale, se non addirittura adolescenziale, mi appassiono anche al basket Nba e alla Spurs Culture. Discepolo non riconosciuto di Federico Buffa, critico in erba, ingurgitatore di calorie senza paura, credo che il monologo di Freccia nel film di Ligabue sia bello, ma che Shakespeare ha scritto di meglio. Molto meglio. Mi propongo di unire i tanti puntini della mia vita sperando che alla fine ne esca fuori qualcosa di armonioso. Per me e gli altri.

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