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8 min

- di Michele Cecere

Gianluigi Lentini, potevo essere molto di più


L'orecchino di diamanti, i gol dopo un tunnel, le finali europee, la Porsche, il calcio, il Milan di Berlusconi, Mondonico, le delusioni, la vita. La storia di Gianluigi Lentini è stata segnata dai miliardi e dall'incidente, dai rimpianti e dalle rinascite.


In “This Must Be The Place” c’è una scena in cui il protagonista, Cheyenne, un’ex rockstar depressa e senza obiettivi, dice alla commessa di un fast food che lo aveva riconosciuto: “Lo sai qual è il vero problema, Rachel? Che passiamo senza neanche farci caso dall’età in cui si dice: un giorno farò così, all’età in cui si dice: è andata così”. In questo senso la storia di Gianluigi Lentini è piena di domande inevase, di what if assurdi e malinconici, di momenti in cui ci si chiedeva dove sarebbe potuto arrivare (momenti che durano tuttora che la sua carriera è terminata da più di vent’anni), una storia di rimpianti e sensi di colpa. Una di quelle storie, insomma, in cui si finisce sempre per dire: alla fine, è andata così.

Lentini con gli occhi fissi sul pallone incollato al piede, sempre con il corpo in obliquo aspettando il momento giusto per il dribbling. Lentini in Porsche, con l’orecchino di diamanti e le scarpe con gli strass. Lentini di solo gol d’autore, in rovesciata o dopo un tunnel, con un tiro a giro nel derby o di testa su un cross di Maldini (assurdo ma vero).

“Credo di essere rimasto il ragazzo di prima, anche se adesso posso concedermi privilegi che neppure sognavo. Non ho abbandonato gli amici d’infanzia e per il resto faccio cose normalissime per un ragazzo poco più che ventenne. Per sopravvivere in questo mondo è importante non perdere di vista la realtà”.

L’italiano più forte a giocare a pallone

A cavallo tra il 1991 e il 1992 per Gianluigi Lentini sarebbe facile perdere il contatto con la realtà. Rientrato più maturo dal prestito in Serie B all’Ancona, è il talento più prezioso del calcio italiano e gioca in un Torino tornato grande. Oltre a lui c’è una squadra interessante. Cravero, Casagrande, Vazquez, Dino Baggio rappresentano l’intelaiatura grazie alla quale i granata raggiunsero il terzo posto in campionato (stagione 1991-92), il miglior risultato degli ultimi 30 anni. Per trattenere Lentini il presidente del Torino, Gian Mauro Borsano, diceva di aver rifiutato un’offerta di 22 miliardi del Milan di Berlusconi. “Mi pare folle si possa spendere tanto per un giocatore. Ringrazio il presidente per non avermi ceduto, devo tutto al Toro ed è qui che voglio iniziare a vincere” dice Lentini.

Questa “strana” umiltà mista a consapevolezza, sarà una costante della sua carriera. Non è un caso che ripensando a quegli anni, oggi Lentini dica cose tipo “se avessi seguito il cuore sarei rimasto a vita al Torino”.

Trent’anni dopo, è come se si sentisse ancora estraneo a quel modo di pensare lo sport: per Lentini il calcio esiste solo in quanto gioco, fuori dal campo c’è la vita. In un’intervista a La Stampa del 24 giugno 1991 dice: “Ora ho i soldi, tanti come non avrei mai immaginato di possederne. Posso soddisfare i sogni della mia età, possedere questa macchina, per esempio. Ma il gusto del successo l’ho assaporato il giorno che ho comprato l’appartamento ai miei. Mi sono sentito importante e fortunato. I miei fratelli me lo ricordano spesso: tu, a divertirti, guadagni cinquanta volte più di noi che lavoriamo. Ma poi vengono a vedermi e si divertono anche loro”.

Dal punto di vista calcistico Lentini è stato il primo esterno offensivo moderno in Italia, capace non solo di sfidare nell’uno contro uno il proprio marcatore per arrivare sul fondo e crossare per il centravanti, ma anche di tagliare verso l’interno del campo palla al piede per creare disordine nel sistema difensivo avversario, con un dribbling o un’imbucata. Prendiamo ad esempio il gol che segna all’Inter il 23 settembre del 1990, il suo primo in Serie A. Dopo aver ricevuto sulla destra un pallone troppo corto per essere controllato e gestito sulla fascia, con un tocco secco e immediato Lentini fa un tunnel a Battistini e si invola verso la porta difesa da Zenga.

"Sì, devo dire di aver fatto un bellissimo gol” dice al giornalista nel post partita.

Ma se fino a quel momento è considerato un grande talento, la stagione 91-92 è quella della consacrazione anche in campo internazionale, della finale di Coppa UEFA contro l’Ajax, ottenuta eliminando in semifinale il Real Madrid. Dopo la sconfitta per 2-1 al Bernabeu, al ritorno il Torino vince per 2-0 con l’autogol di Rocha e il gol di Fusi (due assist di Lentini).  In quei giorni anche il suo allenatore, Emiliano Mondonico, parla di Lentini: “Questo ragazzo è l’unico della squadra che sappia fare la differenza in attacco. Lui ha capito che può essere il numero uno e questa idea lo affascina molto”.

Poi c’è la delusione della finale contro l’Ajax. Dopo il pareggio per 2-2 dell’andata, ad Amsterdam la partita è giocata meglio dal Toro, che la domina e crea più azioni pericolose. La “Finale dei tre pali” (tutti colpiti dal Torino) finisce 0-0 e in virtù della differenza di gol segnati fuori casa sono i lancieri ad alzare la Coppa. È un momento in cui la carriera di Gianluigi Lentini e il destino del Torino sembrano legati in modo indissolubile attraverso il filo della sofferenza. Nulla lo districa, neanche il passaggio di Lentini al Milan (dopo un viaggio in elicottero ad Arcore), di lì a qualche settimana.

Frainteso e decisivo

L’affare che porta Lentini al Milan è uno dei più oscuri degli ultimi anni. Borsano parlò di un costo complessivo di 65 miliardi tra cartellino e stipendio di Lentini, ma le cifre ufficiali ne rintracciano “solo” 7. Non bastò un processo per falso in bilancio ad accertare che non ci fossero stati dei versamenti in nero su conti bancari esteri. Nel 1993 La Stampa parlò addirittura di una momentanea cessione del 70% delle azioni del Torino a Berlusconi, come “garanzia”. Fatto sta che per Lentini l’affare fu molto doloroso: “al primo sbaglio usciranno fuori tutti i miliardi. Cercherò di non farmi condizionare”, mentre i tifosi del Torino lo salutarono lanciandogli contro delle monetine prima di inventare lo slogan: “Lentini, puttana, lo hai fatto per la grana”.

Sono gli anni di Tangentopoli, in cui in Italia tutto diventa moralmente deprecabile. Il 22 luglio Il Corriere della Sera descrive così Lentini: “Ha la barba lunga come un giorno senza pane. Ha la faccia del miliardario triste. Parla in un soffio, simbolo di un ritiro con poca voce”. Ogni parola diventa un giudizio. In pochi giorni Lentini diventa il volto di un sistema calcio “bacato e drogato” (La Stampa, febbraio 1993): “Gianluigi Lentini si è presentato con il look abituale: fa brillare l’orecchino di diamanti, dice di sentirsi a proprio agio nelle scarpe con gli strass, nei fuseaux, nel giubbotto scamosciato pure quello nero con un enorme cuore rosso trafitto da una spada, e con un paio di ali stampate sulla schiena”.

In campo però le cose continuano ad andare bene. Nella prima stagione al Milan Lentini segna 7 gol, tra cui una rovesciata contro il Napoli e un tiro a giro contro l’Inter nel derby. A confronto con campioni del calibro di Van Basten (già condizionato dagli infortuni), Rijkaard, Donadoni, Boban, ecc. lo stile di gioco di Lentini invece che adombrarsi diventa persino più efficace. Il gioco dei rossoneri, nonostante in panchina ci sia Fabio Capello, è ancora quello interiorizzato di Sacchi. I movimenti rapidi e continui in attacco permettono a Lentini di giocare con più leggerezza.

Ora non è raro vederlo stringere e attaccare il secondo palo quando l’altro esterno (Donadoni o Evani) crossa al centro. I gol di testa di Lentini sembrano un manifesto della modernità del suo gioco, dell’evoluzione calcistica che ci è passata sotto gli occhi negli ultimi trent’anni. Guardandolo giocare in quel Milan è impossibile non pensare a un’ala con responsabilità di gioco più sfumate e contemporanee rispetto alla sua epoca, inserita perfettamente in quella genealogia che dai tornanti avrebbe portato a giocatori come Figo, Beckham e Cristiano Ronaldo: non più un ruolo colmo di sacrificio e fatica, quanto di creatività.

Nonostante qualche partita sottotono la fiducia di Capello in lui è totale e infatti a fine stagione Lentini gioca da titolare anche la finale di Champions League contro il Marsiglia. Contro ogni pronostico il Milan perde a causa del gol di Boli. Per Lentini il percorso è una soddisfazione, certo, eppure si ritrova a perdere la seconda finale europea nel giro di due anni. A questa delusione fa da contraltare solo la vittoria dello scudetto: “Per la prima volta nella mia carriera, vinco qualcosa di importante. Voglio dedicarmi interamente questo scudetto”.

Quella finale maledetta...

L’anno dopo dovrebbe essere quello della conferma a certi livelli, e soprattutto è quello che porta al Mondiale di USA ’94. Lentini vanta 12 presenze in Nazionale e tutto fa pensare che la spedizione americana della squadra di Sacchi dipenderà dalle sue giocate e da quelle di Roberto Baggio.

A inizio agosto del ’93, però, di ritorno da un’amichevole per il centenario del Genoa, Lentini buca una ruota della Porsche sulla Torino-Piacenza. A quel punto, non sapendo che non poteva andare oltre i 70 km/h, il ruotino di scorta esplode, e Lentini finisce fuori strada. Lo salva un camionista, Gianfranco Professione.

Lentini scenderà in campo solo dieci volte in quella stagione, dopo essere finito in coma e aver superato problemi neurologici dovuti all’incidente. In quel momento però non viene vissuto come evento drammatico. Il fatto che Lentini ne è uscito vivo sembra sottinteso a tutti, come se fosse scontato sopravvivere a uno schianto in autostrada a 200 km/h: già a dicembre del 1993 Il Corriere della Sera parla della “fine di un brutto sogno, e l’inizio di un’avventura”.

Un’avventura fatta però di rinunce, sofferenze e rimpianti. A partire dalla stagione ’94-’95, in cui il Milan raggiunge di nuovo la finale di Champions League. Lentini ci arriva bene, dopo una stagione travagliata fatta più di panchine che di campo, segna cinque gol nelle sette partite di campionato che precedono la finale. L’avversario è l’Ajax, e tutto fa pensare alla chiusura di un cerchio, alla vendetta, alla magia di una carriera che poteva interrompersi e che invece ha spiccato di nuovo il volo.

Nessuna rivincita, nessun rimpianto

Quella sera Capello fa giocare a Lentini gli ultimi cinque minuti, e il Milan perde per un gol di Kluivert segnato pochi secondi dopo la sua entrata in campo. “Crollò tutto. Persi la voglia, sbagliai. Quella sera è finita la mia carriera”.

Più passano i mesi e gli anni, più il dubbio che Gianluigi Lentini possa tornare a essere il calciatore più forte in Serie A diventa reale, solido. Quando va in prestito all’Atalanta, nel ’96, sembra sicuro che le cose andranno bene, ma non si può più trascurare l’altra ipotesi, ovvero che Lentini sia diventato semplicemente un calciatore normale, mediocre: “Vorrà dire che quel maledetto incidente mi ha davvero portato via tutto. E a quel punto potrò anche smettere di insistere e fantasticare”.

Lui stesso nel 2015 ha raccontato a Repubblica delle difficoltà che ha avuto dopo l’incidente: “All'inizio parlavo come un bambino. Avevo i riflessi lenti e non me ne accorgevo”. Più che una rinascita, il ritorno al Torino sembra ormai un tentativo disperato e nostalgico e dopo tre stagioni abbastanza anonime (il Toro riesce a tornare in Serie A solo grazie a un altro ritorno, quello di Mondonico), Lentini viene ceduto ancora, stavolta al Cosenza. È la sua ultima tappa tra i professionisti: gioca in Serie B, poi quando il club fallisce Lentini decide di restare e diventarne un simbolo. Da presunto esponente di un calcio miliardario, la parabola di Lentini finisce invece col rappresentare il calcio “di tutti”, quello dilettantistico: gioca ancora tra Canelli e Saviglianese, in Eccellenza e Promozione fino al 2012.

Non ci sono più le Porsche, la vita passata nelle discoteche e il mondo non è più ai suoi piedi. "Ma non ero una testa di cazzo, chi mi conosce lo sa. Del calcio mi piaceva solo il campo, tutto il resto no” ha detto nel 2015 al cronista di Repubblica. “Potevo essere molto di più, anche se ora ci penso poco”.

Oggi gestisce un locale con qualche amico a Carmagnola, il suo paese d’origine. Quando ha tempo partecipa ai tornei provinciali di biliardo, e si stupisce quando la gente lo vede arrivare e lo guarda strano. “Non sono triste, anche se mi piace rimanere tranquillo, senza pensare troppo, senza essere qualcuno”.

Per strada o a calcetto, davanti alla PlayStation o sotto casa con qualche bambino che neanche conosce, mi piace pensare che in realtà in tutti questi anni Gianluigi Lentini non abbia mai smesso di giocare.

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Nato a Giugliano (NA), classe 2000. Appassionato di cinema, letteratura e Fabrizio De André. Studia ingegneria mentre cerca di razionalizzare la sua venerazione per Diego Armando Maradona.

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