
Considerazioni sparse su "Christian", la serie "miracolo" della nostra televisione
Una volta sentii dire a Pierfrancesco Favino - sicuramente uno dei migliori attori del nostro paese - che in fatto di recitazione noi italiani “ne sappiamo qualcosa di più” degli americani. L’affermazione potrebbe sicuramente dare il là ad un interessantissimo dibattito, ma a me sembra che, purtroppo, non sempre corrisponda al vero. Infatti, parecchi sono i prodotti fatti e finiti con gran furia che smentiscono il “Picchio” nazionale, abbassando, e di molto, la qualità media della proposta nostrana interpretativa. A questa premessa sfugge però una delle ultime produzioni di Sky Italia che con la serie “Christian” mette a segno uno di quei colpi ben assestati che potrebbe far vacillare “l’avversario” fino a far aprire un’importante breccia in un mercato internazionale che non mi pare si accontenti facilmente. Dunque, veniamo a noi e all’analisi di questo “peso massimo” che tanto promette in termini di risultati. Presenti e futuri.
- Tratta dalla graphic novel “Stigmate” del disegnatore Lorenzo Mattotti e dello scrittore Claudio Piersanti, “Christian” è la storia di un picchiatore di quartiere il cui percorso è destinato ad essere stravolto da un fatto inspiegabile (il titolo della novel potrebbe fornirvi un indizio al riguardo). Ambientata in una porzione di spazio a sé stante che formalmente si rifà al territorio di Roma Capitale, ma che in realtà vive di regole tutte sue e di storie fortemente ghettizzate, tutta quanta la storia si svolge in quello che gli abitanti della città eterna conoscono come “il Serpentone” del quartiere Corviale. Una città palazzo, un microcosmo impossibile da inquadrare che sembra assomigliare - almeno dall’esterno - a tutti quegli altri contesti urbani “difficili” delle grandi città del mondo, dove vigono usi e costumi del tutto personali, completamente differenti da quelli in uso nella cosiddetta “società civile”. E lo spazio non è solo sfondo, ma anche compagno ingombrante nell’arco di questa narrazione, valorizzato inoltre da bellissime riprese aeree che quasi ad ogni puntata inquadrano il gigante di cemento in tutta quanta la sua maestosa e cupa regalità;
- A questo proposito Stefano Lodovichi, regista dell’intero progetto, può considerarsi promosso. Dopo aver firmato la prima stagione di un'altra serie della quale si sente parlare un gran bene, andata in onda sui canali Rai con 3 stagioni di successo, ossia “Il Cacciatore”, dirige con poche incertezze una storia che data la sua natura non esattamente realistica avrebbe potuto correre il rischio di andare fuori strada da un momento all’altro. Lodovichi ha invece mano ferma, in fatto di direzione attoriale, movimenti di macchina e creazione delle tensioni necessarie a far risaltare tutto l’inquietante della vicenda;
- Il regista è certamente coadiuvato da un grandissimo cast artistico che contra tra le proprie fila ottimi attori e meravigliose attrici. Lina Sastri, icona del Teatro italiano, e Silvia D’amico, ormai tra le protagoniste più affermate del nostro paese, svolgono un lavoro sontuoso. Rispettivamente madre e amica del protagonista, entrambe “miracolate” dal dono che quest’ultimo consegue, sono insieme alla brava Milena Mancini - il cui ruolo inizierà ad assumere un certo rilievo solo dopo qualche puntata - e alla giovane romana Maggiora Vergano, il giusto contraltare positivo ad un ensamble maschile che sarebbe eufemistico definire violento. Giordano De Plano, noto al grande pubblico per la partecipazione alla fiction Mediaset “Squadra antimafia-Palermo oggi” è qui il temibile e temuto Lino, capo indiscusso di questa porzione di periferia romana, mentre Claudio Santamaria - sulle cui capacità, penso, c’è poco da aggiungere - interpreta il ruolo di Matteo, postulatore del Vaticano, incaricato di smascherare il business dei falsi miracoli che tanta fortuna (economica) portano ai loro ospiti. Dall’anagrafica attoriale lasciamo fuori, per dedicargli una considerazione al singolare, il protagonista Edoardo Pesce;
- Romano, imponente, in continua ascesa, Pesce continua a ritagliarsi uno spazio sempre più importante nel panorama attoriale nostrano. Da un ruolo di “contorno” nella bellissima serie “Romanzo Criminale” di qualche anno fa, quello che oggi è uno dei professionisti di punta del nostro cinema e della nostra televisione interpreta Christian con la sua consueta naturalezza. Non esagera, non si sottrae. Incarna - sembra senza sforzo - questo “scherzo della natura” alternando corde drammaticamente dure ad arpeggi di sensibilità mai melensa. Sa recitare con misura anche quando i registri sono a tinte forti e non perde mai credibilità;
- Insomma, la serie è “tanta roba”. Abituati a narrazioni che spesso non vanno oltre il minimo sindacale, si è piacevolmente sorpresi, sebbene lo scopo del racconto non sia quello di intrattenere mentre la vita scorre parallela alle immagini dello schermo, quanto quello di catturare, coinvolgere e probabilmente turbare lo spettatore. E se nel caso dell’ultimo verbo, questa non è proprio un’intenzione volontaria, beh, c’è da dire che vi riesce perfettamente. E vi riesce come ogni buon thriller con sfumature di paranormale e spruzzate di crime dovrebbe fare. E allora, forse - forse - in questo caso, Pierfrancesco Favino l’aveva vista lunga.
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