Logo Sportellate
vlahovic juventus
, 28 Febbraio 2022

Vlahovic è già un leader della Juventus


Vlahovic è alla Continassa da appena un mese e tanto gli è bastato per diventare uno dei leader della Vecchia Signora.


Prima di diventare un calciatore della Juventus, Dušan Vlahović aveva giocato tre volte all’Allianz Stadium. La prima era stata uno spezzone di mezz’ora in una sconfitta per 3-0 a febbraio del 2020. Dieci mesi dopo la Fiorentina si è vendicata, con un esaltante 0-3 aperto proprio da un gol di Vlahović. Infine, alla dodicesima giornata del campionato in corso, il serbo è stato ingabbiato da Allegri in una brutta partita, decisa da un guizzo di Cuadrado nel finale. Alti e bassi, a Torino come in tutte le 141 presenze che il ventiduenne ha collezionato da professionista. L’unica rete che ha segnato da ospite allo Stadium fotografa bene lo stile di Vlahović: Ribéry lo imbecca con un filtrante al millimetro, lui sbaglia il controllo ma ha la reattività per rimediare, anticipando Szczęsny con un tocco sotto delicatissimo, in controtendenza con l’idea di centravanti selvaggio che abbiamo di lui.

La palla di Ribery e lo scavetto con cui Vlahovic supera Szczęsny sono entrambi gesti tecnici superiori.

Vlahović è una contraddizione continua. Sale e scende, agita e si agita, urla con la stessa rabbia dopo aver segnato o sbagliato un’occasione da gol. I suoi numeri sono eccezionali, ma è impossibile raccontarlo senza menzionare aspetti meno misurabili del suo modo di stare in campo. Alla luce di un impatto molto positivo nelle prime due partite, Allegri ha detto che Vlahović per la Juventus “è come aprire le finestre di una casa chiusa e respirare aria fresca”. La metafora spiega bene quella forma di energia che il serbo non solo porta con sé in campo, ma sembra anche in grado di trasmettere ai compagni. A febbraio, in effetti, la Juve è diventata improvvisamente più intraprendente: alcuni suoi compagni sembrano credere che Vlahović riuscirebbe a gestire anche due palloni calciati contemporaneamente nella sua zona, a giudicare dalla frequenza con cui lo cercano.

Quest’energia è ciò che rende Vlahović uno dei pochi giocatori offensivi per cui vale la pena guardare una partita di Serie A. L’abbinamento di forza fisica e intensità mentale che mette in ogni azione lo rende un giocatore costantemente pericoloso anche nelle sue serate peggiori, quando il volume di occasioni si trasforma in volume di errori, e al ragazzo sembra mancare la serenità che identifica i campioni. Persino in questo Vlahović è un giocatore interessante, perché la sua parabola non segue mai un percorso scontato: si è presentato alla Juve con 4 gol (e mezzo) in 6 partite, ma in mezzo quella ventata d’aria fresca è stata inquinata da due grandi prestazioni di Demiral e Bremer, che sono fra i pochi difensori in Italia in grado di pareggiare l’energia di Vlahović – uguale: sono due grandi difensori.

Di contrasto, in questi duelli persi sono emersi i più grandi limiti del serbo; tuttavia, allo stesso tempo è evidente che non possa più esserci una Juve senza Vlahović, perché nessuno degli altri attaccanti bianconeri riesce a restituire questa sensazione di pericolosità. Forse ne è convinto anche Allegri, che dal suo arrivo ha rinunciato al serbo solo nell’ultimo quarto d’ora del derby: un quarto d’ora in cui la Juventus non ha mai tirato in porta, lasciando l’impressione di non avere le armi necessarie per farlo. Vlahović è alla Continassa da un mese e tanto gli è bastato per diventare il fulcro ed il leader dell’attacco bianconero, certamente per la sua attitudine, ma anche perché tra l’incostanza di Dybala e i limiti di Morata e Kean sembra essere l’unico ad avere le credenziali per assumersi questa responsabilità.

Eppure Vlahović è molto diverso dal leader da cui ha ereditato questa responsabilità e il numero di maglia. Nei suoi anni in Italia, fatte salve alcune partite, Cristiano Ronaldo ha lasciato sempre l’impressione di essere una soluzione aliena ai problemi della Juventus, cioè un giocatore che nei momenti di difficoltà era in grado di risolvere i guai con una giocata estemporanea, un tiro da fuori o un colpo di testa a tre metri d’altezza che indirizzava la partita in favore dei bianconeri. Ronaldo era una sorta di deus ex machina che interveniva, trenta-quaranta volte a stagione, per nascondere i problemi della Juve. Vlahović invece è terribilmente umano, per cui avrà bisogno di una crescita del contesto intorno a sé per alzare il suo rendimento e possibilmente renderlo più lineare, dato che la classifica non concede alla Juve molti altri passi falsi.

Vlahović in questo sembra nato per ricostruire l’epica degli attaccanti-guerrieri del primo ciclo di Allegri alla Juve. Quindi, se proprio bisogna fare il gioco dei paragoni, il suo acquisto va a colmare il vuoto lasciato da Mandžukić e Higuaín, più che da Ronaldo. Come racconta spesso in pubblico, Allegri riserva un periodo di adattamento ai giovani talenti per “imparare a stare alla Juventus”, cioè per accrescere la scarsa dotazione di energie mentali a disposizione dei calciatori meno esperti. Sotto questo profilo Vlahović è arrivato a Torino già pronto, tant’è che Allegri non ha esitato a buttarlo nella mischia. Ora però al serbo è richiesto di migliorare la gestione di queste sue eccezionali energie, cioè di crescere nell’interpretazione dei vari momenti di una partita o una stagione. Dopo la sua brutta prestazione contro il Torino, Allegri ha detto di Vlahović: “Non scordiamoci che arriva da una squadra che sta facendo un ottimo campionato ma giocava una partita a settimana. […] Bisogna crescere, bisogna abituarsi, tutte cose che servono in una grande squadra: altrimenti fisicamente non ce la si fa a giocare una partita ogni tre giorni”.

Ecco la grande sfida per Vlahović: migliorare e allo stesso tempo funzionare, come se si chiedesse a un albero di ingrassare il tronco e fare i frutti allo stesso tempo. A differenza della natura, però, il calcio non ha leggi, e se c’è un giovane attaccante in Italia pronto per una sfida di questo livello è Vlahović. In fondo è per questo che la Juventus ci ha puntato così tanto, in termini economici ma soprattutto, ancora, di responsabilità – anche perché, legittimamente o meno, ora è inevitabile che il quarto posto sia percepito come un traguardo minimo per i bianconeri. A guardar meglio, per quanto il ragazzo possa avere le spalle larghe, in alcuni momenti delle brutte serate contro Atalanta e Torino il peso di quel cartellino da 70 milioni è sembrato causargli un certo nervosismo, sfociato in qualche protesta di troppo contro l’arbitro, i compagni o se stesso.

Va anche chiarito che la scommessa della Juve su Vlahović non può essere vista solo in funzione della Champions League dell’anno prossimo. Sarebbe comprensibile se il serbo del 2000 non riuscisse a venire a capo di queste grosse responsabilità che Allegri gli sta affidando per il rush finale di quest’annata. D’altronde, per quanto efficienti, non saranno due innesti invernali a risolvere tutti i problemi di una squadra che, in stagione, delle sei partite giocate contro le squadre davanti a lei in classifica non ne ha vinta alcuna. A questa Juventus mancano ancora diversi tasselli per tornare sul livello della squadra che aveva reso la Serie A il proprio giardino di casa. In un’ottica di lungo periodo, la strada si fa ancora più in salita guardando ai cambiamenti prevedibili per la prossima stagione, quando verosimilmente almeno uno fra Morata e Dybala farà le valigie.

Se le cose non dovessero andare per il verso giusto, quindi, c’è da credere che l’obiettivo minimo previsto per Vlahović in questi primi mesi a Torino sia l’abituarsi all’idea di essere un giocatore chiave per la Juventus, con tutto ciò che ne consegue. D’altro canto, nel concreto tutti si aspettano di più dell’obiettivo minimo da parte di Vlahović – probabilmente lui stesso in primis. Forse è per questo che Allegri “mi ha detto di stare calmo e non avere ansia”, parola di Dušan.

  • Nato a Grottaglie nel 2001. Studia Economia presso UniMORE. Fra le altre, ha collaborato con Sportface, Rivista Contrasti e Sottoporta.

Ti potrebbe interessare

La lezione che ci ha dato Gian Piero Gasperini

Il primo trofeo della sua carriera è coinciso con una lezione morale.

Ligue 1 2023/24, la squadra della stagione

Lilla, Nizza e Brest la fanno da padrone.

Tomás Esteves può giocare ovunque

Il giovane portoghese è un può giocare praticamente ovunque.

Premier League 2023/24, la squadra della stagione

Una squadra abbastanza fluida per un campionato abbastanza fluido.

Dallo stesso autore

Vlahovic è già un leader della Juventus

Vlahovic è alla Continassa da appena un mese e tanto […]
Newsletter
Campagna Associazioni a Sportellate.it
Sportellate è ufficialmente un’associazione culturale.

Associati per supportarci e ottenere contenuti extra!
Associati ora!
pencilcrossmenu