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calcio pazienza
, 18 Febbraio 2022

La pazienza: ciò che manca nel calcio moderno


Nel calcio moderno come nella vita, non si ha pazienza quando non si ha un progetto.


Sto leggendo, ultimamente, un libro incentrato sulla pazienza, qualità di cui noi, “giovani di oggi”, in larga parte difettiamo. Il libro in questione ha un po’ capovolto quelli che pensavo essere i paradigmi della pazienza: essere pazienti, infatti, non vuol dire incassare tutti i colpi con calma olimpionica bensì aggiungere quotidianamente un tassello alle proprie abilità, con l’obiettivo finale che ha funzione di “stella polare”.

Un obiettivo che in sintesi - anche se dipende dalle circostanze di partenza -, non può certo esser raggiunto immediatamente (ammesso che sia sempre raggiungibile). Qui, infatti, viene in risalto un altro concetto “tossico” dei nostri giorni, delineato egregiamente nel libro in questione, che prende il nome di instant gratification. Si tratta, in poche parole, di un riscontro immediato ad un’azione che mettiamo in pratica.

Lo stesso ragionamento può senz’altro essere applicabile laddove un presidente di una società calcistica decida di nominare un nuovo allenatore alla guida di un club. La Società, l’entourage e i tifosi si aspettano che il nuovo arrivato possa rispettare tutte le premesse e ridare nuova linfa ad una squadra che, magari, non versava in buone acque.

Il problema, tuttavia, è semplice: i risultati non sempre arrivano nei tempi e nei modi sperati, specialmente nel caso in cui una squadra non sia costruita secondo le intenzioni di quel determinato allenatore.

I risultati non arrivano, si esonera l’allenatore e si ricomincia il ciclo ormai a noi ben noto.

Nel corso della Serie A 2021-22, a torto o ragione, sono già stati esonerati 8 allenatori. L’ultimo ad aver pagato dazio è stato Stefano Colantuono, rimpiazzato da Davide Nicola. I casi più iconici, però, sono stati gli esoneri di Leonardo Semplici e di Eusebio di Francesco, sollevati dal loro incarico entrambi dopo sole 3 giornate di campionato.

Sembra, effettivamente, che la scelta del Verona abbia pagato, poiché, dopo 25 giornate, la società scaligera occupa il nono posto a 36 punti. Come ho detto prima, infatti, la pazienza non dev’essere declinata nel lasciare scorrere tutto, semmai nel correggere il tiro ove necessario.

Il caso del Genoa, invece, è molto più spinoso: 3 allenatori si sono già avvicendati sulla panchina del Grifone, nessuno di loro - col beneficio del dubbio per Blessin - è riuscito a risollevare le sorti dei rossoblù di Genova.

La verità è semplice e amara: non si ha pazienza se non si ha un progetto. L’allenatore, ovviamente, paga il prezzo di essere la figura più facilmente “rimovibile”, oltre ad essere capro espiatorio dei fallimenti di una squadra.

A questo proposito, vorrei richiamare un celebre esempio di pazienza. Il 3 luglio 1987, Arrigo Sacchi, fortemente voluto da Silvio Berlusconi, prese il posto sulla panchina del Milan. Il suo inizio fu pressoché disastroso, visto che i giocatori non erano abituati al suo metodo di lavoro. Una vittoria a Pisa, poi la sconfitta in Coppa Uefa contro lo Sporting Gijón ed in campionato contro la Fiorentina. Mesi non facili per Arrigo Sacchi: attaccato dalla stampa e da qualche calciatore; difeso dal presidente Berlusconi. Il Milan, alla fine di quella stagione, vinse lo scudetto e gettò le basi per divenire la futura regina d’Europa.

Immaginate se il presidente Berlusconi, dando adito alle critiche della stampa e impaziente di conseguire i risultati, avesse deciso di sollevare dall’incarico Arrigo Sacchi. Non sarebbe esistita quella che per molti è stata la migliore squadra in assoluto.

Sì, ci saremmo persi tutto ciò...

Cambiare rotta, di per sé, non è sbagliato e non è indice di impazienza. Anzi, è proprio la pazienza che serve per ricominciare. Tuttavia, quando si ha un progetto a lungo termine, non si può pretendere che i risultati siano immediati.

La domanda, a questo punto, sorge spontanea: quante squadre in Serie A hanno un progetto serio a medio-lungo termine?

  • Classe 1996. È ancora convinto che Chinaglia non può passare al Frosinone. Gli piace l'odore delle case dei vecchi. Considera il 4-3-3 simbolo della perfezione estetica.

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