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3 min

- di Giuseppe Menzo

Considerazioni sparse su "Marilyn ha gli occhi neri"


In Italia, da qualche tempo, è in atto il tentativo di “svecchiare” il cinema e gli onori e gli oneri di questa operazione, che stia riuscendo o meno, sono tutti da addossare sulle spalle di Matteo Rovere e della sua casa di produzione “Groenlandia” che ha prodotto alcuni tra i film tricolore di maggiore successo degli ultimi anni. E tra questi vi è il nuovo arrivato, già ai vertici della sezione film della piattaforma Netflix: “Marilyn ha gli occhi neri”. Il preambolo è stato d’obbligo, ora spazio alle nostre considerazioni.


- Diretto da Simone Godano, diventato noto al grande pubblico con il suo film d’esordio “Moglie e Marito” nel quale recitavano Pierfrancesco Favino e Kasia Smutniak, il film in questione vede tra i suoi interpreti principali Stefano Accorsi e l’ex Miss Italia Miriam Leone, i quali hanno già avuto modo di affinare la loro intesa professionale nelle varie stagioni della serie 1992, poi divenuta progressivamente “1993” e “1994”. Qui i due interpretano due personaggi affetti da disturbi mentali - lui è un balbuziente con problemi di gestione della rabbia mentre lei risulta essere una bugiarda patologica con l’eterna necessità di mistificare la realtà - e confermano, una volta di più, la chimica della quale ci si era accorti sin dalla loro prima esperienza attoriale insieme. Il film ovviamente poggia sui loro rispettivi “allure”, sulle loro figure note al grande pubblico che tanto favore incontrano tra gli spettatori. Forse non saranno gli attori più osannati dalla critica in quanto a bravura, ma posseggono entrambi grandi e grosse dosi di intelligenza, fascino e bellezza per sostenere il peso di una commedia che non cerca mai la soluzione più facile quanto piuttosto osa e per argomenti e per scelte registiche;

- La sceneggiatura, firmata da Giulia Steigerwalt, già attrice il cui volto ricorderà qualcosa ai teenager dei primi anni 2000, affronta un tema delicato come quello dei soggetti instabili - e solo il cielo sa quanti siano (o siamo) ad essere instabili al giorno d’oggi - riuscendo a mantenersi su un delicato equilibrio. Non affonda in facili sketch cabarettistici, ma neanche si trascina in lungaggini commiseranti. La storia è ben scritta e fila liscia come l’olio, mantenendo sempre piacevole la visione. E, a naso, non sono tanti i film italiani degli ultimi anni, tra quelli che non appartengono al filone propriamente autoriale, a potersi fregiare di una narrazione così pulita e lineare, ma non banale;

- Già accennato ai due protagonisti, nota di valore del film è il nutrito e valido cast di contorno, tra i quali spicca quello che secondo me è uno dei più bravi e allo stesso tempo uno dei più sottovalutati attori del nostro bel Paese. Thomas Trabacchi - qui lo psicologo che innesta la miccia che poi porterà allo sviluppo della vicenda del ristornate “Monroe” che i pazienti saranno chiamati a gestire - non manca di nulla, eppure faccio fatica a ricordare progetti dei quali fosse l’assoluto protagonista. E dire che l’ho visto addirittura affiancare - e pure molto bene - uno strepitoso Paul Giamatti in quel bellissimo film che è “La versione di Barney”. A volte i gusti sono imperscrutabili e le vie dei casting molto di più;

- Il film, come già detto, sta riscuotendo un buon gradimento tra gli spettatori che da un po' di tempo a questa parte, probabilmente grazie ad un’offerta a buon prezzo più che decuplicata negli ultimi anni, sta sviluppando gusti sempre più elaborati e puntuali. Le reazioni stando ai flussi social sono più che positive e lo scalcagnato gruppo di avventati ristoratori sta raccogliendo le stesse simpatie che il loro ristorante più o meno “farlocco” (guardare per capire) ottiene nella finzione cinematografica;

- Per concludere, al netto di una possibile disamina sui meccanismi di engagement imperanti ai giorni nostri, si può dire che il film ottiene il risultato di essere dell’ottimo entertainment al quale non manca una spolverata di romanticismo. I personaggi compiono il loro viaggio attraverso le difficoltà, lottano, cadono, si esaltano, ricascano e si rialzano, ma alla fine nessuno può dirsi senza speranza. La speranza, come nelle migliori commedie, c’è e serve farsene spettatori per goderne. Tiepido e rassicurante. Vale bene una serata casalinga con la giusta compagnia.

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Mi diplomo al Centro Internazionale “La Cometa”, dopo un intenso triennio di studi, nell’ottobre del 2016, aggiudicandomi la patente dell’attore, del “ma che lavoro fai? “e di appartenente al gruppo “dei nostri amici artisti che ci fanno tanto ridere e divertire” (cit.). Appassionato di sport, ottimo tennista da divano, calciatore con discrete potenzialità in età pre puberale, se non addirittura adolescenziale, mi appassiono anche al basket Nba e alla Spurs Culture. Discepolo non riconosciuto di Federico Buffa, critico in erba, ingurgitatore di calorie senza paura, credo che il monologo di Freccia nel film di Ligabue sia bello, ma che Shakespeare ha scritto di meglio. Molto meglio. Mi propongo di unire i tanti puntini della mia vita sperando che alla fine ne esca fuori qualcosa di armonioso. Per me e gli altri.

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