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- di Gabriele Moretti

Royale Union Saint-Gilloise, un occhio al passato ma un passo nel futuro


Il Royale Union Saint-Gilloise potrebbe vincere il suo dodicesimo campionato belga settantasette anni dopo l'ultima volta e potrebbe riuscirci da neopromossa, alla prima partecipazione dopo quasi cinquanta stagioni di purgatorio. Un successo che non si fonda su grossi investimenti economici né su un colpo di fortuna, ma su un'organizzazione societaria post-contemporanea capace di proiettarsi nel futuro senza mai dimenticare la storia del club e del suo territorio.


Quando si parla della Jupiler League, il massimo campionato di calcio belga, normalmente si menzionano le solite tre o quattro squadre che hanno dominato durante gli scorsi decenni: Anderlecht, Club Brugge, Standard Liegi e Genk. Tuttavia, il dominio di questo quartetto è iniziato soltanto dopo la seconda guerra mondiale: il primo titolo dei bianco-malva di Bruxelles è arrivato nel 1947, quello dello Standard nel 1958, mentre il Genk è stato fondato nel 1988 e ha esordito in Pro League nel ‘96-‘97.

Fino all’interruzione del 1941, il panorama calcistico belga aveva tutt’altro aspetto ed era guidato da squadre oggi quasi sconosciute a chi non segue assiduamente il calcio locale: RFC Liegi, Racing e Daring di Bruxelles, Cercle Brugge, Beerschot e, last but not least, Royale Union Saint-Gilloise, terza squadra per titoli vinti (11) dopo Anderlecht e Club Brugge, che finalmente sembra destinata a tornare agli antichi splendori dopo ben 77 anni dall’ultimo trionfo, datato 1935. Lo sta facendo a sorpresa, da neopromossa, dopo 49 lunghissime stagioni passate a girovagare tra le serie minori. “A sorpresa”, però, non significa “a caso”. Da mesi sui siti sportivi leggiamo della “favola Saint-Gilloise” o del “miracolo Saint-Gilloise”, ma – mi scuso in anticipo per essere il solito aromantico – i successi stanno arrivando grazie alla straordinaria nuova gestione targata Tony Bloom.

Il Saint-Gilloise che nel 1960 eliminò la Roma dalla Coppa delle Fiere

Nella prima metà del secolo scorso, l'Union fu una squadra a dir poco leggendaria: tra 1932 e 1935 rimase imbattuto per ben 60 partite consecutive, record storico inferiore soltanto a quello dello Steaua Bucarest (104 partite tra 1986 e 1989) e del Celtic Glasgow (62 nel biennio 1915-1917). Prima dello scorso luglio, però, l'ultima partita giocata in Pro League dai gialloblù fu un pareggio per 1-1 con il Beerschot il 6 maggio 1973. Poi, in meno di dieci anni, il club si è rapidamente sgretolato fino all’inferno della quarta divisione, per galleggiare tra terza e seconda per oltre trent’anni. Finalmente, l’anno scorso, l’Union ha rivoltato l'ex Tweede Klasse come un calzino: ha preso il comando a ottobre e ha chiuso con 18 punti di vantaggio sulla seconda classificata. Su 28 partite giocate ne ha vinte 22 accumulando, un rotondissimo +45 nella casella “differenza reti”.

Quest’anno, nonostante il cambio di categoria, i brussellesi hanno mantenuto un andamento simile: attualmente (scrivo a inizio febbraio '22) sono primi in classifica con 7 lunghezze sul Royal Antwerp e si sono già tolti lo sfizio di vincere entrambi i derby contro l’Anderlecht: all’andata con un secco 3-0 alla prima giornata (niente male per i tifosi tornare in “serie A” dopo cinquant’anni stravincendo il derby contro la squadra teoricamente più forte del campionato!) e al ritorno, lo scorso 30 gennaio, per 1-0. I due attaccanti che hanno trascinato la squadra alla promozione, il tedesco Deniz Undav e il belga Dante Vanzeir, si sono rivelati dominanti anche nella categoria superiore e hanno già segnato 32 reti (19 Undav e 13 Vanzeir) e 9 assist a testa. Attualmente, l’unico ostacolo tra loro e il dodicesimo titolo belga sembra poter essere il regolamento della Jupiler League, che prevede un complesso sistema di playoffs da due gironi separati e tanti, troppi, calcoli.

Undav e Vanzeir, i gemelli del gol dell'Union

Gli altri artefici di questa impresa sono l'allenatore Felice Mazzù, belga di origine italiana che in precedenza ha lavorato in Pro League con Charleroi e Genk, il DS irlandese O’Loughlin, il presidente Alex Muzio e soprattutto Tony Bloom, già proprietario del Brighton & Hove Albion (anch’esso riportato in Premier League dopo 34 anni di assenza) e azionista di maggioranza dell'Union da maggio 2018. Appena acquistata la società, Bloom ha subito dichiarato che avrebbe voluto riportare in alto in Saint-Gilloise dando lustro alla sua storia ma proiettandosi verso il futuro, e tutto sembra confermare che il suo piano stia andando a gonfie vele. 

È con questa idea chiara in testa, con un progetto che Rivista11 ha definito “post-contemporaneo”, che è stata modellata la società. Fino ad oggi, gli investimenti sui cartellini dei calciatori sono stati modesti ma basati su metodi di selezioni codificati all’interno di un sistema molto strutturato che fa abbondante uso di dati, numeri e statistiche, simile a quello adottato dal Brentford, squadra sorpresa della Premier League. Infatti, Tony Bloom e Matthew Benham – il proprietario delle Bees londinesi – vengono dallo stesso mondo: quello della finanza, del poker e dei siti di scommesse sportive. Per essere precisi, Bloom fu il capo di Benham alla The Lizard, il fondo di investimento fondato proprio da Bloom, ma un brutto litigio sul lavoro ruppe definitivamente la lunga amicizia e separò il loro percorso.

«Abbiamo fatto una scelta ponderata», ha raccontato Muzio a The Independent. «Non abbiamo acquistato un club in Francia, in Italia o in Spagna perché in quei campionati occorrono investimenti troppo onerosi per poter puntare alle prime posizioni. In Belgio non è così. E noi volevamo un club con cui vincere, non soltanto creare valore di mercato». Anche l’Union, tra le tante squadre belga, non è stato scelto a caso ovviamente: si tratta di una squadra storica, con un grande palmares, con un profondo legame territoriale, con una tifoseria molto calda e molto radicata, ma che possiede anche un forte appeal nella numerosissima comunità expat che popola le strade di Saint-Gilles, zona elegante ma giovane e multiculturale. L’unico rammarico, in questo senso, è l’essere stati sostanzialmente costretti ad abbandonare il quartiere per costruire nuove strutture: «Nella capitale non abbiamo trovato gli spazi adatti per fare quello che avevamo in mente» ovvero un nuovo centro di allenamento per la prima squadra, un nuovo stadio più capiente e una academy per le giovanili, che sono in fase di costruzione a Lier, 30 chilometri a nord di Bruxelles. Ma la dirigenza ha promesso che farà di tutto per tornare ad allenarsi nel quartiere.

Da sx a dx: il DS Chris O'Loughlin, il presidente Alex Muzio e l'ex tecnico Thomas Christiansen.
Ph: Nicolas Maeterlinck/AFP via Getty Images

Finora l'investimento monetario di Bloom è stato modesto. Il presidente e azionista di minoranza Alex Muzio supervisiona gli affari quotidiani del club, con un occhio particolare allo scouting. «La quantità di lavoro che svolgiamo per il reclutamento dei giocatori è incredibile», afferma il DS O'Loughlin. «Passiamo ore e ore e ore a guardare i giocatori e a stilare rapporti. Stiamo facendo tutto questo lavoro perché vogliamo portare calciatori forti ma anche brave persone. Questo è molto importante per noi, pensiamo che soltanto con le brave persone si possano fare cose buone».

Il prossimo passo nello sviluppo del club è la costruzione di un modello di sostenibilità a lungo termine. Sostenibilità economica, certo, ma non solo: «l’obiettivo è diventare il club più green dell’Unione Europea: abbiamo delle persone che lavorano a tempo pieno sullo sviluppo di progetti a basso impatto ambientale», una delle quali è l’Head of Sustainability Raphaële Moeremans«abbiamo un dovere nei confronti della comunità, ovvero lavorare al ruolo che la squadra ha all’interno della società, sfruttandone la piattaforma e la capacità di avere un impatto positivo». Uno degli elementi più innovativi del Saint-Gilloise è proprio la volontà di rendere questo approccio sostenibile sistemico e a lungo termine. Non le solite iniziative isolate, ma obiettivi chiari e specifici capaci di abbracciare ogni ambito dell’organizzazione. Ad esempio, è nata da poco una nuova collaborazione con uno studio specializzato nella misurazione delle emissioni di CO2 per conoscere l’impatto di una società di calcio e cercare di ridurlo a zero. I tifosi sono stati coinvolti nello sviluppo di varie iniziative, tra le quali una ricerca per minimizzarne l’impatto legato ai loro spostamenti durante il matchday

Altri traguardi raggiunti dal club sono l’utilizzo esclusivo di energia “verde” per lo stadio e i campi di allenamento; di materiali sostenibili e compostabili in ogni settore dello stadio, dal bar alle pulizie; l’uso di biglietti digitali anziché cartacei; la promozione del trasporto pubblico e della micromobilità per la squadra e i tifosi.

L'Union è una delle prime squadre in Europa ad offrire ampi parcheggi gratuiti per i tifosi che raggiungono lo stadio in bicicletta

L’impegno in favore dell’ambiente, inoltre, è inserito in un’ottica ben più ampia di “buona governance” e creazione di un impatto sociale positivo. Questo ruolo cruciale è stato affidato all’Union Foundation, che lavora per creare un legame tra giocatori e territorio, accogliere ed includere le minoranze, promuovere collaborazioni per sviluppare l’attività sportiva per le persone con disabilità e più in generale di un’idea di “sport per tutti”, e, infine, costruire un network che comprenda e connetta le organizzazioni sociali del quartiere. 

Due tra gli esempi più significativi sono il progetto GoalBall, attività dedicata ad atleti ipovedenti e il programma Younited Belgium che vuole sfruttare il calcio come occasione di socialità e reintegro nella comunità delle persone più vulnerabili, sensibilizzando inoltre i tifosi su questo importante tema. E si potrebbe continuare, guardando ai format che la Fondazione ha messo in campo negli ultimi anni: dal coinvolgimento dei ragazzi delle scuole (Coupe de écoles, momenti didattici allo stadio, ecc.) ad, addirittura, attività formative e sportive per i detenuti di un carcere di Bruxelles.


Questo articolo è uscito in anteprima su Catenaccio, la newsletter di Sportellate.it.

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Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce con tempismo perfetto per perdersi lo scudetto del 1991 e godersi la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio ossessivamente nel 1998, coronando la prima stagione da tifoso con la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua a seguire il calcio e cresce tra Marassi e trasferte. Diplomato al liceo classico, si laurea in Storia e intraprende la via del nomadismo, spostandosi tra Cadice, Francoforte, Barcellona e l’Aia. Per coerenza, decide di specializzarsi in storia globale e migrazioni e, nel frattempo, co-dirige il blog SPI – Storia, Politica e Informazione. Crede fortemente nel valore del giornalismo indipendente, sportivo e non, come argine al declino deontologico dei colleghi professionisti.

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