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- di Damiano Primativo

Diario della Coppa d'Africa, settimana 4


Il racconto della Coppa d’Africa scritto dalla giuria demoscopica.


Amarcord: che fine hanno fatto Mbaye Niang e Henri Saivet

Iniziamo questa puntata con una rubrica che è prima di tutto uno sguardo dentro noi stessi. Nel calcio i grandi tornei per nazionali, ormai lo abbiamo imparato, servono innanzitutto a scandire i momenti della nostra vita. A fissare nella mente alcune tappe riconoscibili, a farci ricordare dove eravamo/come stavamo in precisi periodi di tempo. In questa rubrica la Coppa d’Africa sarà il nostro Fantasma del Natale passato: ci riporterà indietro al 2019, alla scorsa edizione della coppa giocata in Egitto, mettendoci davanti una volta di più alla crudeltà del tempo che passa. Parleremo di Mbaye Niang e di Henri Saivet: due tra i principali protagonisti di quel torneo, la coppia d’attacco titolare del Senegal vicecampione, e che tuttavia oggi non sono stati nemmeno presi in considerazione per la Coppa 2022. Una storia che dovrebbe ricordarci che due anni e mezzo sono pochi, ma possono essere anche tanti.

Come è cambiato il mondo in questo tempo? Nel 2019 non avevamo mai messo una mascherina chirurgica, pensavamo che Messi non potesse mai andarsene da Barcellona, Saivet e Niang erano ancora giocatori di calcio. Niang, in particolare, sembrava felice al Rennes e pensavamo che il meglio della sua carriera dovesse ancora arrivare. Nel 2018 aveva segnato un gol al mondiale, poi aveva lasciato la tristezza della Serie A (aveva trascorso sei stagioni tra Milan, Genoa e Torino) ed era rinato al Rennes, una squadra di culto che valorizzava i giocatori più hipster: Ben Arfa, Grenier, l’altro senegalese Ismaila Sarr e Niang. Avevano vinto una Coppa di Francia e un terzo posto in Ligue 1 in due anni.

In mezzo, nel 2019 appunto, Niang e Saivet avevano fatto coppia nel Senegal che ha raggiunto – e perso – la finale di coppa d’Africa contro l’Algeria. Entrambi rampolli della nobile stirpe degli “attaccanti di quantità”, attaccanti molto intensi e che odiano fare i gol, erano perfetti per l’attacco a quattro punte di Cissé, in cui gli attaccanti devono necessariamente essere i primi difensori. A Niang e Saivet spettava il lavoro sporco contro i centrali avversari, con e senza palla, mentre i più tecnici Mané e Ismaila Sarr si occupavano di risalire il campo sulle fasce. Gol messi insieme da Niang e Saivet in tutto il torneo: zero. Livello di freak sprigionato: incalcolabile.

La mappa dei ruoli giocati in carriera da Saivet, via Transfermarkt

Oggi è cambiato tutto. Saivet è svincolato e non gioca praticamente da due anni, da quando ha finito il prestito al Bursaspor ed è rientrato al Newcastle United. Niang ha passato sei mesi in Arabia Saudita l’anno scorso, quest’anno è tornato in Francia, al Bordeaux, ma ancora non ha giocato una partita di Ligue 1 dal primo minuto. Se vi mancano, potete sempre reinstallarvi Football Manager 2012 dove entrambi erano due ire di dio.

Le migliori foto di Senegal-Egitto

A questo punto lo saprete già – e se non lo sapete non so dove avete vissuto questi giorni –: il Senegal ha vinto la Coppa d’Africa 2021 battendo l’Egitto ai rigori. Eppure man mano che la finale si avvicinava al 120esimo con le reti ancora inviolate – dopo il rigore fallito da Mané nel primo tempo, dopo le occasioni del Senegal andate sciupate, dopo gli affondi isolati ma sempre pericolosi di Salah – più sembrava improbabile che il Senegal potesse vincere. È stata una finale povera di eventi, che dopo i primi venti minuti di vivacità del Senegal è scivolata inesorabilmente nel buco nero di immobilismo in cui voleva portarla l’Egitto.

Nello scorso episodio del Diario avevamo descritto l’Egitto come una squadra «di cemento armato». E con la durezza e l’immobilità del cemento ha giocato lungo il torneo: rigettando l'idea di calcio come esercizio di creatività, cercando di trascinare fin dal primo minuto le partite ai rigori, dove erano imbattibili contro avversari ormai annichiliti dopo 120 minuti di soprusi mentali. Perdite di tempo, finti infortuni, proteste più o meno teatrali con l’arbitro, falli a ripetizione sono gli highlights della Coppa d’Africa dell’Egitto. L’Egitto ha eliminato ai rigori la Costa d’Avorio agli ottavi e i padroni di casa del Camerun in semifinale, dopo due 0-0. Ai quarti hanno battuto il Marocco ai supplementari. Come ha notato Jonathan Wilson sul Guardian, se l’Egitto avesse vinto anche la serie contro il Senegal avrebbe scritto un record: nessuna squadra ha mai vinto una competizione con tre serie di rigori.

I giochi mentali dell’Egitto, però, in finale hanno funzionato fino a un certo punto contro un’altra squadra che aveva il ghiaccio nelle vene. Anche il Senegal, infatti, ha giocato il torneo solido e minimale delle nazionali di successo: rinunciando a dominare ogni aspetto delle partite, limitandosi a controllare i momenti più importanti e riuscendo poi a svoltarli con una forza misteriosa. In questo senso la finale, perfetta sintesi e conclusione del torneo, è stata una partita più psicologica che tecnica. Uno spettacolo degno del drama e dell’affettazione di uno sceneggiato rosa. E così vogliamo celebrarla: con una serie di belle immagini, come un fotoromanzo.

“Te la tiro là”

Al quinto minuto subito un rigore per il Senegal. Salah si avvicina al proprio portiere Gabaski, parlottano per un po’ con la mano sulla bocca, è fin troppo scontato che gli sta dando informazioni su come Sadio Mané, suo compagno di squadra al Liverpool, calcia i rigori. A quel punto si intromette Mané, che sembra indicare un angolo della porta e dire a Gabaski: “te lo tiro là, non c’è bisogno di tante storie”. Poi Sané tirerà centralissmo e Gabaski lo para perché in questo torneo sembra non poter fare altro.

La bottiglietta di Gabaski

C’è una dinamica ricorrente nei grandi tornei per nazionali: un giocatore totalmente outsider a un certo punto si prende il palcoscenico fino a diventare il volto copertina del torneo. In questa coppa d’Africa lo ha fatto Mohamed Abou Gamal detto “Gabaski” e l’espressione prendersi il palcoscenico per lui vale letteralmente. La faccia sofferente, le mani a tenersi la coscia dolorante, le perdite di tempo durante ottavi quarti e semifinale: Gabaski ha portato alla sublimazione il calcio teatrale e subdolo dell’Egitto. La sua storia è pazzesca: nemmeno titolare nel suo club Zamalek, convocato in Coppa d’Africa per fare il secondo a El-Shenawy: è diventato titolare dopo l’infortunio di questo negli ottavi di finale, ed eroe nazionale dopo aver parato un rigore nella serie degli ottavi e due in semifinale. Ne ha parati altri due in finale, ma non è bastato per vincere.

Dopo la vittoria col Camerun ha fatto il giro del web la foto della bottiglietta di Gabaski: ricoperta di indicazioni sui rigoristi camerunesi, gliela aveva consegnata, con la premura di un genitore che consegna la merenda al figlio prima di scuola, Essam El-Hadary, allenatore dei portieri e leggenda del calcio egiziano. La scenetta si è ripetuta identica, come fosse una liturgia, prima dei rigori contro il Senegal.

Man of the match drama

Nei romanzi rosa la tragedia e la leggerezza sono sempre divise da un filo sottile, come in questa foto che ritrae Gabaski con il premio di Uomo Partita. Glielo hanno consegnato a caldo, nemmeno il tempo di piangere tutte le lacrime per aver perso una finale continentale. Gabaski posa per le foto e per l’intervista con una smorfia di dolore, ma anche dando l’impressione di voler provare a sorridere, di essere fiero del premio. Questa cosa di dare i premi di migliore in campo a giocatori che hanno appena perso una finale (ricordate Messi in coppa America?) dovrebbe forse rientrare tra le forme di tortura.

Contro il potere costituito

Il protocollo di premiazione previsto dalla Caf era piuttosto macchinoso e burocraticizzato (diciamo pure paraculo). I giocatori del Senegal hanno ricevuto la propria medaglia, si sono raccolti sul palchetto montato in mezzo al campo, poi per ricevere la coppa Koulibaly è dovuto salire fino al palco in cui sedeva Paul Biya – il presidente camerunese nonché l’uomo a cui era intitolato lo stadio. Il protocollo prevedeva che Koulibaly alzasse la coppa lì in tribuna, una volta ricevuta la benedizione di Biya, coi compagni lasciati appesi a guardare da lontano. Uomo di sani principi, però, Koulibaly ha salutato le autorità senza alzare la coppa, cosa che ha invece fatto solo una volta risceso tra i compagni. Allora è cominciata la festa.

Ave a te, Aliou Cissé

Dopo la sconfitta del Senegal in finale di Coppa d’Africa 2019 i popoli del calcio si erano ritirati a lutto. Un senso di profonda ingiustizia attraversava le coscienze: il Venerabile Maestro, Aliou Cissé, era stato ancora una volta piegato dal Fato avverso. Dopo la sfortunata eliminazione al Mondiale 2018, dopo la favola interrotta del mondiale 2002, dopo la coppa d’Africa persa ai rigori contro il Camerun nello stesso anno, quando Cissé guidava i suoi da dentro il campo, fascia di capitano al braccio.

Domenica sera segnali di giustizia hanno rischiarato un poco le nostre esistenze: il Senegal ha vinto la prima coppa d’Africa della sua storia. Aliou Cissé ha vinto il suo primo trofeo da allenatore, diventando l’unica persona a partecipare a tre finali di Coppa tra campo e panchina. Ci ha fatto realizzare, una volta di più, che la sua felicità è anche la nostra.

Il primo tocco di Ismaila Sarr in Coppa d’Africa, letteralmente

Fino agli ottavi di finale, il Senegal si è trascinato nella coppa a fatica. Ogni partita sembrava un cubo di Rubik intricatissimo, una guerra di trincea da provare a svoltare arrangiandosi alla meglio, senza badare troppo allo stile, in attesa di tempi migliori. Quei tempi migliori, almeno nella percezione di noi spettatori, sembravano poter coincidere con il rientro in campo di Ismaila Sarr. Infortunato dal 20 novembre, rimasto in tribuna nelle prime quattro partite del torneo: mentre il Senegal in campo si consumava di dubbi e incertezze, l’idea di Sarr era una promessa di felicità. Aspettavamo Sarr come si aspetta un deus ex machina, l’unico che con la sua andatura caracollante e i suoi dribbling improvvisi poteva restituire al Senegal la frizzantezza perduta.

Poi Sarr è tornato disponibile, ha giocato due spezzoni ai quarti e in semifinale in cui ha segnato un gol e servito un assist. E con quale singolo gesto poteva presentarsi alla Coppa d’Africa, Ismaila Sarr? Con questo dribbling al primo tocco assoluto nel torneo, cinque secondi dopo l’ingresso in campo nei quarti di finale, come fosse il suo modo di timbrare il cartellino. E questo è ciò che Sarr esattamente è: un giocatore con le gambe lunghe ma molleggiate, le braccia lunghe, il passo lungo e potente come quello dei grandi felini, oppure breve, capace di spostarsi il pallone in uno spazio piccolo quanto una tic tac.

Come si pronuncia?

Se il Senegal non si è fatto raggirare dall’Egitto è stato innanzitutto per la tecnica superiore dei suoi giocatori, che anche nel momento di maggiore pathos dei calci di rigore hanno mantenuto alta la loro qualità. Niente di cui meravigliarsi, se pensiamo al Senegal come a una nazionale che da anni rifornisce di talento le maggiori leghe europee. Insomma, i giocatori del Senegal godono di una fama immensa, giocano nelle squadre più forti del mondo, sono al centro della discussione mediatica. Ma quanto li conosciamo davvero? Pronunciamo i loro nomi con disinvoltura ormai, ma sicuri che lo facciamo bene?

Inutile girarci intorno: il punto è che la nostra tendenza a francesizzare i loro nomi, mettendo l'accento sull’ultima vocale, è sbagliata. Qui vi lascio una guida che potrà tornarvi utile. (Ringrazio il mio amico Abdou D. per le dritte).

Edouard Mendy
Pronuncia: Èduard (con una è bella decisa) Mèndi. L’accento è sulla e, non sulla y, come ci aspetteremmo da una parola francese. Fa strano eh? Ma d’altra parte perché dovrebbe essere francese?

Kalidou Koulibaly
Kalidou Koulibaly si pronuncia Kalìdu – anche qui, la parola è piana e vuole l’accento sulla penultima sillaba, non sull’ultima – mentre il cognome è simile a come lo pronunciamo di solito, ma è importante spezzettare leggermente le sillabe, cercare di mettere l’accento sia sulla a sia sulla y: Ku-li-bà-lì. Immaginate di sciogliere le sillabe una a una come quando distendete le vertebre a pilates.

Sadio Mané
Capisco che qui l’accento è pure segnato, ma in verità Mané va pronunciato senza: Sàdio Màne. Semplice e minimale, più di quanto pensavamo.

Boulaye Dia
Il nome è facile, si pronuncia Bulaj, con la i finale allungata appena. Per il cognome è difficile spiegarvi: è Dià, ma la d dovete cercare di farla a metà tra una d, una g e una z. Se non ci riuscite provate a dire la parola zià, ma avvicinando la lingua al palato come per dire una d.

Idrissa Gana Gueye
Idrissa si dice Idrissa; in Gana l’ultima a va accennata appena: Gan’; Gueye invece è Ghei, come gay.

Aliou Cissé
Il nome si pronuncia Àliu, partendo forte con l’accento sulla prima lettera. Per il cognome vale intanto la regola aurea di non accentare l’ultima sillaba, ma la penultima: Sìsse. L’unica cosa un po’ complessa è che le s non sono sibilate come in “salsiccia”, ma più piene come nella parola “sono”. Bisogna spingere un po’ le labbra in fuori e sfiorare i denti con la lingua.

Fodé Ballo-Touré
Si pronuncia Fòde Bàllo Tùrè. La e di Fode è accennata appena, mentre per Touré dovete usare la solita accortezza di spezzettare le sillabe in modo da accentarle entrambe. Non so, è oggettivamente difficile capire quando la vocale finale va accentata e quando no, quando fidarsi dell’accento che c'è e quando no. In generale mi sa che vale questa regola: nel dubbio conviene frammentare le parole in mini sillabe, come se anche la lingua senegalese fosse dinoccolata come i dribbling di Ismaila Sarr.

Il dramma del Burkina Faso ha superato quello del Camerun

Come Sanremo, iniziato e finito con Mahmood e Blanco in testa, così la Coppa d’Africa è iniziata e finita con un Camerun-Burkina Faso, Vincent Aboubakar che segna una doppietta. Come successo lo scorso 9 gennaio, nella partita di apertura del torneo, anche nella finale per il terzo posto il Camerun ha rimontato il Burkina Faso, ma stavolta il livello di drammaticità dell’impresa ha superato ogni soglia di guardia: il Burkina Faso era in vantaggio di tre gol a venti minuti dalla fine, prima di farsi rimontare e perdere ai rigori.

Il Camerun era sceso in campo con una formazione un po’ così, lasciando in panchina Anguissa, Toko Ekambi e Aboubakar. Segno che il terzo posto gli sarebbe piaciuto, ma da qui a farsi in quattro per raggiungerlo anche no. Il Burkina Faso segna due gol nel primo tempo, di cui uno causato da un brutto errore del futuro portiere interista Onana – descrizione della Coppa d’Africa di Onana: meh – dopo una frizzante azione del terzino destro burkinabè Issa Kaboré – 20 anni, proprietà del Manchester City, lui sì ha fatto una coppa d’Africa grandiosa e avrebbe meritato maggiore spazio in questa rubrica; me ne scuso, ma d’altronde è molto giovane e i giovani devono fare la gavetta in serie C prima di avere spazio su una rubrica nobile come questa, dico bene Max Allegri?

Nel secondo tempo, comunque, il Camerun mette Aboubakar e Toko Ekambi. Il Burkina Faso però è semplicemente la migliore squadra di questa Coppa d’Africa, e segna anche il 3-0. Forse esiste un universo parallelo, meno ingiusto del nostro, in cui la partita è finita qui: con la vittoria degli Stalloni del Burkina Faso, con le facce felici di Edmond Tapsoba e Gustavo Sangaré – anche loro autori di un torneo clamoroso, anzi lancio un appello ai ds che ci leggono: togliamo Sangaré dalla seconda serie francese se vogliamo che questo sport conservi ancora una credibilità. Purtroppo però la partita è andata avanti, il Camerun ha prima accorciato le distanze con Bahoken, poi Aboubakar ha segnato la sua doppietta, ai minuti 85 e 87.

Non so se in una finale di un torneo per nazionali era mai stato rimontato uno svantaggio di tre gol. Nel caso quello del Camerun sarebbe un record, ma onestamente non mi va di controllare. Ai rigori (nella finalina i supplementari non erano previsti) Aboubakar ha confermato la propria onnipotenza segnando il primo rigore della serie, alla fine della quale il Camerun ha potuto festeggiare il suo terzo posto. Aboubakar, naturalmente, ha stravinto la classifica dei cannonieri. Con 8 gol ha stracciato i cinque gol segnati da Eto’o in due diverse edizioni della coppa, 2006 e 2008, che erano il precedente record camerunese. Non sono stati abbastanza, però, per battere il record assoluto di 9 gol segnati dallo zairese Mulamba nel ’74. Se la Coppa d’Africa 2021 ha mantenuto altissima la sua linea drammatica fino alla fine, è stato anche per il percorso straordinario di Vincent Aboubakar.

La zoofilia della Coppa d’Africa

Quale nazionale ha ospitato la coppa? I Leoni indomabili del Camerun. E quale si presentava da campione in carica? Le Volpi del deserto dell’Algeria. E poi ancora, queste settimane abbiamo familiarizzato con l’enorme aquila sulla maglia del Mali, con lo scorpione disegnato sul logo del Gambia. Che dite, siete pronti per un quiz faunistico sui soprannomi della Coppa d’Africa? D’altronde si sa che gli animali sono meglio delle persone, e la Coppa d’Africa in quanto torneo che ha davvero un cuore ha capito benissimo da quali simboli farsi rappresentare. Un dato su tutti: solo sei delle 24 nazionali che hanno partecipato a questa edizione non avevano un soprannome a tema zoologico. Ora vediamo come ve la cavate a riguardo, attraverso lo strumento che costituisce la base democratica del paese Italia: il quiz.

1) Che animali sono i Sily che dànno il soprannome alla Guinea?

a) Elefanti
b) Scimpanzè
c) Serpenti

2) E i Walyas che dànno il nome all’Etiopia?

a) Licaone
b) Stambecco
c) Rinoceronte nero

3) Le Aquile di Cartagine della Tunisia hanno fatto la prima vittoria di una squadra africana a un mondiale. In che anno?

a) 1950
b) 1978
c) 1982

4) Come sono soprannominati i giocatori del Sudan?

a) Antilopi del Darfur
b) Giraffe della Nubia
c) Coccodrilli del Nilo

5) Sommando le nazionali con lo stesso soprannome, quale “animale” ha vinto più edizioni della coppa?

a) Leoni
b) Aquile
c) Elefanti

6) Tra questi accoppiamenti squadra-animale c’è un solo errore, quale?
a) Capo Verde – Squalo blu
b) Mali – Aquila
c) Nigeria – Aquila
d) Marocco – Leopardo
e) Gabon – Pantera
f) Algeria – Volpe

Soluzioni:
1) a
2) b
3) b
4) c
5) a: cinque vittorie del Camerun, una del Marocco e una, freschissima, del Senegal.
6) d: i giocatori marocchini sono chiamati “Leoni dell’Atlante”

Al ritmo di José Machín

Al 49’ di Guinea Equatoriale-Senegal, l’ultimo quarto di finale in programma, la Guinea risale il campo con una bella azione sulla sinistra: la manovra scorre fluida dalla propria area di rigore all’area avversaria, poi si interrompe per un tocco di mano di Koulibaly per cui l’arbitro inizialmente concede il rigore, prima di annullarlo su segnalazione del Var. A tessere le prime fasi dell’azione il centrocampista del Monza José Machín. Numero 8 sulla schiena, destro dolcissimo, lineamenti tondeggianti che preannunciano un gusto per giocare da fermo: Machín avvia l’azione con due filtranti che hanno la pulizia e una punta di sufficienza tipica dei giocatori molto tecnici.

L’azione è una buona fotografia di un topos di questa coppa d’Africa passato sottotraccia: le piccole squadre che hanno affrontato sfide proibitive con un atteggiamento sempre costruttivo. Solo per citare il caso più appariscente: le Comore hanno sfidato il Camerun in dieci e con un terzino improvvisato come portiere, agli ottavi di finale, senza che la loro difesa buttasse mai via il pallone, ma provando anzi a sfruttare a proprio vantaggio la presenza di un giocatore di movimento in più, e usandolo per costruire associazioni tecniche col pallone fin dalla propria area. Con buona approssimazione possiamo dire che le nazionali più coraggiose sono state quelle con allenatori locali in panchina: un segno, forse, che l’avanguardia per i movimenti africani è anche più vicina senza la mediazione degli “stregoni bianchi” provenienti dall’Europa.

La Guinea Equatoriale è stata forse la migliore rappresentante della new wave. Una squadra fortemente influenzata dal calcio spagnolo, dove si sono formati quasi tutti i giocatori e il tecnico Rodolfo Bodipo; squadra dalla qualità generale non eccellente, ma che prova a basare tutto il suo gioco sulla tecnica con la palla. Dopo aver perso di misura con la Costa d’Avorio e aver battuto l’Algeria nella fase a gironi, nei quarti di finale hanno fatto un’altra buona partita contro il Senegal. Una partita di qualità giocata al ritmo felpato dei passaggi di José Machín, e delle combinazioni tra lui e l’altra mezzala Pablo Ganet. Questo è il gol del momentaneo 1-1 segnato da Buyla: una buona fetta del gol appartiene a Ganet, alla sua visione di gioco e al filtrante controintuitivo che taglia due linee del Senegal.

Nel 4-4-2 fluido della nazionale, Machín si abbassa a gestire il primo possesso, mentre Ganet e la seconda punta Miranda si scandagliano davanti a lui ad altezze diverse per favorire la costruzione di triangoli. In questa Coppa d’Africa abbiamo conosciuto un Machín un po’ diverso da come lo vediamo solitamente in Italia: un giocatore più statico, un regista con il gusto per la verticalizzazione dietro il centrocampo avversario e per una gestione del possesso mai troppo conservativa.

Nei club invece è stato sempre una mezzala offensiva, il giocatore che deve ispirare l’attacco, accendersi nell’ultimo terzo di campo. Era arrivato in Italia per iniziativa della Roma, a gennaio 2015. Garantivano per lui il fiuto di Sabatini per i talenti esotici, e la formazione di Machín avvenuta alla Masia, il centro giovanile del Barcellona dove era entrato a sette anni. La prima stagione nella primavera della Roma gioca mediano, poi l’anno dopo viene avanzato a mezzala e lì resterà sempre: una posizione che valorizzava meglio la capacità di Machín di portare palla, di trasformarsi a volte in un giocatore autosufficiente. Machín ci riusciva grazie a una tecnica di tocco vellutatissima e un fisico molto più snello di quello di oggi. La sua tecnica in conduzione era pesante, barocca ed efficace al punto che lo stesso Sabatini vedeva in lui «il nuovo Yaya Touré».

Poi nella girandola di prestiti qualcosa non ha funzionato. La carriera di Machín in Italia può riassumersi come un eterno ritorno al Pescara: ci è andato tre volte tra prestiti e trasferimenti a titolo definitivo, per un totale di 69 partite giocate. Poche, ma nemmeno pochissime per uno che ha fatto otto trasferimenti nelle ultime sei stagioni. La sua stagione migliore in Abruzzo: 20 presenze, 7 gol e 4 assist nel solo girone d’andata della Serie B 19/20, prima di rientrare a gennaio al Parma per fine prestito. Il suo momento più alto in assoluto: questa intervista per una tv pescarese davanti a una tavola ricca di arrosticini.

Altre belle immagini della Coppa d’Africa 2021

Due persone a cui la Coppa delle bandiere è piaciuta più della Coppa d’Africa

Un tifoso con la mutanda “Uomo”. In Camerun.

Noi quando pensiamo che la Coppa d’Africa è finita

Quando poi ci dicono che la prossima Coppa è tra un anno soltanto

La coppa delle bandiere della Coppa d’Africa

Alzate le coppe che si dovevano alzare, festeggiati i vincitori che dovevamo festeggiare, è arrivato il momento di mettere da parte il calcio e passare alle cose serie. La Coppa d’Africa delle bandiere è arrivata ai round decisivi, quelli più infuocati. Quale sarà la bandiera Campione africana delle bandiere della Coppa d’Africa 2021?
(Se volete rinfrescarvi la memoria, o se non sapete di cosa stiamo parlando: qui, qui e qui trovate gli episodi precedenti del Diario, con i turni della Coppa delle bandiere fino agli ottavi).

Quarti

Giunti ai quarti di finale, è il momento di andare a fondo nel significato di ciascuna bandiera. La domanda a cui rispondere è: cosa ha spinto una comunità di persone a scegliere quella bandiera per rappresentarsi? Cosa vogliono comunicare quei colori?

Gambia-Capo Verde

Secondo Wikipedia, la bandiera del Gambia ha “significati culturali, politici e regionali”. Grossomodo possiamo considerarla una fedele allegoria della geografia del paese: la fascia blu orizzontale sta per il fiume Gambia, che attraversa il paese Gambia in tutta la lunghezza da est a ovest; la striscia rossa rappresenta la savana del nord, la striscia verde rappresenta la foresta del sud, mentre le strisce bianche stanno per l’unità e la pace.

La bandiera di Capo Verde (che a parte gli scherzi ha davvero il blu più bello che abbiate mai visto: se volete dipingerci casa o la macchina con quel blu, dovete andare dal ferramenta e chiedere il codice Pantone 287C oppure se preferite l’RGB 0, 56, 147) è la bandiera di un agglomerato di isole al largo dell’Oceano Atlantico: giustamente si basa sul blu del cielo e del mare. La fascia bianca e rossa rappresenta la strada verso la costruzione della nazione, con il primo colore che sta per la pace e il secondo per lo sforzo. Il cerchio di stelle rappresenta le isole dell’arcipelago ed è simile alla bandiera europea (non buono questo ma insomma è chiaro chi supera il turno).

Vincitore: Capo Verde

Malawi-Mauritania

Eliminare una delle due bandiere è compito doloroso. Per carità, non è mai facile, arrivati a questo punto sono tutte figlie nostre. Ma questo quarto è più doloroso degli altri, tra due bandiere uniche che potevano arrivare entrambe fino in fondo.

Innanzitutto si tratta della sfida tra le due “scuole” di colori panafricani. Da una parte la Mauritania con il più diffuso tricolore verde-giallo-rosso. Dall’altra il Malawi con l’altro tricolore panafricano: quello ideato durante il congresso dell’organizzazione pan-africanista UNIA, contestualmente alla stesura della Dichiarazione dei diritti dei popoli negri del mondo. L’anno era il 1920, il luogo il Madison Square Garden di New York, il significato dei colori: rosso per il sangue versato per la libertà, il nero per il colore della pelle che unisce i popoli africani, e il verde per la ricchezza naturale dell’Africa. Eliminarne una è troppo difficile, ci vogliono i calci di rigore:

1. Originalità: segnano entrambe;
2. Armocromia: segna la Mauritania, sbaglia il Malawi;
3. Possibilità di sembrare il segnale di una centrale nucleare in Germania: sbaglia la Mauritania, segna il Malawi;
4. Possibilità di vederla addosso a Manu Chao: segnano entrambe;
5. Quanto va bene per una tazza: segna la Mauritania, sbaglia il Malawi.

Vincitore: Mauritania (con il Malawi che alimenta la narrazione delle cose belle che finiscono ai quarti di finale)

Zimbabwe-Camerun

A questo punto è chiaro che le sfide della Coppa d’Africa delle bandiere sono più profonde delle partite di calcio. A sfidarsi non sono soltanto colori e forme, ma categorie dello spirito talvolta opposte: lo yin e lo yang, il deserto e l’oceano, il minimalismo della bandiera del Camerun e il massimalismo dello Zimbabwe. Come hanno fatto a metterci tutta quella roba nella bandiera dello Zimbabwe: entrambi i tricolori panafricani fusi insieme, il triangolo bianco che sta per la minoranza europea del Paese, la stella rossa del socialismo, l’uccello di pietra ollare simbolo di un’antica civiltà medievale. Il problema delle bandiere come quella dello Zimbabwe, con le strisce sottili orizzontali, è che al massimo poteva andare bene negli anni '90 come fascia di capitano per un giocatore della Serie A che voleva emulare (senza copiare) il Soka Gakkai di Baggio.

Dall’altra parte il rigore del Camerun: la seconda bandiera dopo l’Etiopia ad adottare i colori verde-giallo-rosso. Ma anche l’UNICA ad aver capito che mettere il rosso in mezzo fa molto più fico del giallo.

Vincitore: Camerun

Algeria-Ghana

Qui la contrapposizione è tra un’Africa mediterranea e una sub-sahariana; tra la stella comunista dell’Algeria e l’iconica Stella nera d’Africa del Ghana. Se quest’ultima è stata presa dal transatlantico Black Star Line – costruito attorno al 1920 per riportare indietro la gente afroamericana nella propria terra – la stella dell’Algeria è un simbolo di rottura e insieme di fratellanza col popolo francese. Prima dei Zidane, prima dei Benzema e dei Nasri, l’influenza reciproca tra i due paesi è stata segnata da Émile Busquant (nome bellissimo): anarchica francese, femminista e attivista anticoloniale, divenne moglie del leader dell’indipendenza algerina Messali Hadj. Insieme al marito Émile ha partecipato al partito comunista della “Stella nordafricana”; senza il marito Émile ha cucito la prima bandiera algerina della storia, nella sua casa al 20° arrondissement di Parigi, nel 1934.

Vincitore: Algeria

Semifinali

Per le semifinali ci baseremo su un sistema di parametri a cui daremo un voto da 1 a 10.

Capo Verde-Mauritania

Capo Verde

Originalità: 7.5
Esotismo: 9
Possibilità di essere l’insegna di un lido in Salento: 10
Epicità: 5
Quanto sembra la maglia della Sampdoria: 10 (questo è da intendere con accezione negativa, quindi significa -10)

Mauritania

Originalità: 8
Esotismo: 9.5
Possibilità di essere l’insegna di un lido in Salento: 6
Epicità: 8.5
Quanto sembra la maglia della Sampdoria: 0

Vincitore: Mauritania

Camerun-Algeria

Camerun

Originalità: 7.5
Esotismo: 9
Possibilità di usarla come carta regalo: 10
Epicità: 9
Quanto sembra l’etichetta di una bibita gassata: 7.5

Algeria

Originalità: 8.5
Esotismo: 8
Possibilità di usarla come carta regalo: 5.5
Epicità: 9
Quanto sembra l’etichetta di una bibita gassata: 9.5

Vincitore: Camerun

Finalissima

Camerun-Mauritania

Eccoci quindi all’atto conclusivo, dopo un percorso lungo e avvincente. Per decretare quale bandiera sarà Campione africana delle bandiere della coppa d’Africa, ci baseremo su una famosa scena cinematografica che ha per oggetto una bandiera esotica: la scena del “cargo battente bandiera liberiana” tratta da Borotalco di Carlo Verdone.

L’esercizio è semplice: cosa trasporterebbe quel cargo se battesse bandiera mauritana? E se fosse invece camerunese?

Cercando “cargo battente bandiera camerunese” su Google si trovano informazioni non rassicuranti: pare che tra il 2018 e il 2020 le registrazioni di nuove navi sono cresciute del 435%, e insomma la cosa non deve essere buona. Anche perché, come dice l'analisi sopra, sono aumentate soprattutto le navi petroliere, e considerando che il 2020 è stato l’anno del Covid e delle pratiche di spedizione più ingannevoli mai viste, no, una crescita così esponenziale di petroliere è quantomeno sospetta. Ci sono poi due notizie di cronaca a riguardo: nel 2021 cinque petroliere camerunesi sono state sanzionate dall’amministrazione Trump per aver caricato petrolio venezuelano, violando l’embargo internazionale che pendeva sul paese di Maduro. Nel 2020 invece il cargo camerunese “Aressa” è stato sequestrato ad Aruba con cinque tonnellate di narcotici a bordo – il più grande sequestro di droga nella storia di Aruba.

Far incazzare l’amministrazione Trump è qualcosa che suscita in noi simpatia, ma i segnali di flirt tra la bandiera camerunese e l’universo delle “bandiere di comodo” non possono essere ignorati.

Cercando “cargo battente bandiera mauritana” invece non si trova niente. C’è notizia di un dirottamento terroristico di una nave con bandiera degli Emirati Arabi al largo dello Yemen, a cui il governo mauritano ha risposto con un duro j’accuse. Non è chiaro cosa c’entri la Mauritania, forse il carico della nave (ambulanze e attrezzature mediche) era diretto nei propri porti. Anche indagando nel deep web più profondo, però, non si trovano notizie di flotte navali della Mauritania. Una pagina di Wikipedia riporta che “nel 2002 nessuna nave mercantile batteva bandiera della Mauritania”. E quale merito migliore per una bandiera del sottrarsi alle macchinazioni del commercio internazionale?

Vincitore: Mauritania, che si laurea Campione africana delle bandiere della Coppa d’Africa 2021.


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Damiano Primativo (1992) è salentino e studente di Architettura. È nato il 23 dicembre come Morgan, Carla Bruni e Vicente Del Bosque.

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