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, 2 Febbraio 2022

Olimpiadi e olocausto: l'eccidio della nazionale olandese di ginnastica


Ricordiamo la tragica storia delle ginnaste ebree olandesi che si aggiudicarono la medaglia d'oro ai Giochi di Amsterdam del 1928 e, meno di vent'anni dopo, scomparvero in massa nei lager nazisti.


Una lunga e meticolosa ricerca condotta negli archivi Yad Vashem – l’ente istituito a Gerusalemme allo scopo di «documentare e tramandare la storia del popolo ebraico durante la Shoah preservando la memoria di ognuna delle sei milioni di vittime» – dal suo direttore delle biblioteche Robert Rozzett, ha permesso di riscoprire e imprimere nella memoria dell’Olocausto centinaia di storie di atleti ebrei finiti nei campi di sterminio nazisti, alcuni dei quali avevano conquistato l’oro alle olimpiadi o erano campioni del mondo nella loro disciplina. Erano atleti che davano lustro ai loro Paesi, spesso celebrati come eroi per le loro vittorie, ai quali l’Europa girò le spalle nel momento di maggior bisogno. «Circa 2 milioni e mezzo di vittime dell’Olocausto sono noti attraverso le pagine della testimonianza, in fondo alle quali c’è la voce professione» ha raccontato Rozzett a Il ManifestoConsultando tutte le pagine della testimonianza, alla voce “atleta” è riuscito a trovare soltanto 221 schede, ma questo non significa certamente che soltanto 221 atleti ebrei siano morti durante l’Olocausto. Le organizzazioni sportive ebraiche, nazionali e internazionali, erano numerosissime e partecipatissime in un momento nel quale spesso le società sportive fungevano anche da luogo di attività politica. Per fare un esempio, una delle organizzazioni più grandi, la tutt’ora esistente Maccabi World Union, aveva oltre centomila iscritti a metà degli anni Trenta. Se è valida la proporzione ormai accettata dalla storiografia che conta la morte di circa i 2/3 degli ebrei durante l’Olocausto, potremmo calcolare intorno alle 50-60 mila vittime tra gli atleti.

Per diversi motivi storici, geografici e sociali – tra i quali la grande diffusione dello sport nelle comunità israelite e il successo della ginnastica nei paesi confinanti con la Germania – la ginnastica artistica fu uno sport particolarmente colpito dall’orrore nazifascista. Secondo i dati raccolti, la ginnastica sarebbe lo sport olimpico con il più alto tasso di mortalità durante l’Olocausto. Una vicenda relativamente nota per la sua tragicità (e che proprio per questo motivo è bene continuare a ricordare nomi, volti e storie delle vittime) è quella della nazionale femminile olandese.

Nel 1928, i Paesi Bassi ospitarono i Giochi Olimpici nella loro capitale Amsterdam. Quell’edizione era la prima in cui fu consentito anche alle donne di gareggiare nella ginnastica, una disciplina che per quanto oggi possa sembrarci strano, fino ad allora era considerata “sconveniente”. La squadra di casa, che contava cinque ginnaste su dodici (Lea Nordheim, Ans Polak, Estella Agsteribbe, Judik Simons e Elka de Levie) e un allenatore (Gerrit Kleerekoper) di origine ebraica, con sorpresa di tutti si aggiudicò l’oro con lo straordinario punteggio di 316,75, contro il 289 dell’Italia e il 258,25 della Gran Bretagna. Le ragazze di Amsterdam divennero immediatamente eroine nazionali, omaggiate dalla famiglia reale e acclamate dalla stampa e dal pubblico. Per oltre un decennio il ricordo di quest’impresa rimase impresso nella mente degli olandesi come uno dei punti più alti raggiunti nella loro storia sportiva insieme ai tre ori vinti nel nuoto dalla “imperatrice di Berlino” Rie Mastenbroek nel 1936.

Poi, nel maggio 1940, i tedeschi occuparono i Paesi Bassi. Lea Nordheim, Estella Agsteribbe ed Elka de Levie si allenavano presso il Bato Sporting Club di Amsterdam, fondato nel 1902 e una delle più grandi e importanti società sportive ebraiche della città. Dopo poco più di un anno, nel settembre 1941, il governo di occupazione proibì – tra le tante cose – agli ebrei di partecipare alle attività sportive e ordinò la chiusura di società e organizzazioni di qualsiasi tipo. Anche dopo la chiusura dei club, gli ebrei continuarono ad allenarsi ed esercitarsi illegalmente fino a quando ci riuscirono. Poi, arrivò il 1942, la conferenza di Wannsee e il conseguente avviamento della cosiddetta “soluzione finale della questione ebraica”. In quell’estate, cominciarono le deportazioni di massa degli ebrei olandesi. Per rendersi conto della dimensione del fenomeno, basti pensare che nel 1939 gli ebrei olandesi erano circa 140’000 (1,6% della popolazione) mentre nel 1945 ne erano rimasti soltanto 35’000 (lo 0,6%) in gran parte non religiosi e di origine soltanto in parte ebrea. Si calcola che il 75% degli ebrei olandesi venne sterminato tra il 1940 e il 1945. Nell’Olanda Settentrionale – la regione che comprende Amsterdam, L’Aia, Rotterdam e Leida – le cifre furono ancora più sconvolgenti: qui gli ebrei erano quasi 90’000, più del 10% del totale, ne sopravvissero poche migliaia.

Tra le prime ad essere deportate, vi furono le ginnaste ebree medaglia d’oro del 1928 e il loro allenatore. Le donne erano già sulla trentina, sposate con figli. All’epoca avevano appena iniziato a mettere da parte l’attività agonistica per dedicarsi alla vita familiare. Vennero uccise, tutte tranne una, insieme ai loro mariti e figli. I bambini avevano 10, 6, 6, 5, 3 e 2 anni. L’allenatore, Gerrit Kleerekoper, venne assassinato insieme a sua moglie e ai suoi figli di 18 e 14 anni. Nel prossimo paragrafo, vi racconteremo in breve le loro storie.

Judik Simons sposò Bernard Solomon Themans nel 1935 ed ebbero due figli: Sonja e Leon. Vivevano a Utrecht, dove gestivano l'orfanotrofio della comunità ebraica. Durante la guerra si trasferirono ad Amsterdam insieme ai bambini e al personale. Sebbene fossero stati avvertiti dell’imminente arresto, continuarono a gestire l'orfanotrofio per non abbandonare i bambini. Nel febbraio ‘43 vennero incarcerati nel campo di concentramento di Westerbork. Il 17 marzo 1943, un treno li trasportò al campo di sterminio di Sobibor. Oltre a Judik, Bernard e i loro due figli, i nazisti deportarono tutti i bambini e il personale dell'orfanotrofio e tutti furono uccisi. Dei 34.000 ebrei deportati dai Paesi Bassi a Sobibor durante la primavera del ‘43, ne sopravvissero soltanto 19.

Lea Nordheim sposò Abraham Kloot e la loro figlia, Rebecca, nacque nel 1933. Sia Lea che Abraham facevano i parrucchieri. Anche loro vennero arrestati nel ‘43, inviati a Westerbork e poi a Sobibor il 29 giugno 1943. Insieme a Helena Kloot e alla sua famiglia, furono deportati anche l’allenatore Gerrit Kleerekoper, sua moglie Kaatje e la loro figlia quattordicenne Elizabeth. Vennero tutti assassinati, nessuno sopravvisse a questa deportazione. L’altro figlio di Gerrit e Kaatje Kleerekoper, Leendert, morì ad Auschwitz nel novembre 1944.

Anna Polak si sposò con Barend Dresden, un sarto, nel 1936 un anno più tardi nacque ad Amsterdam la loro unica figlia, Eva. Nel maggio 1943, l’intera famiglia fu arrestata e mandata nel campo di concentramento di Vught nel Brabante Settentrionale. Circa un mese dopo, Anna ed Eva furono trasferite a Westerbork e da lì, il 20 luglio, Sobibor. Non ci furono sopravvissuti a questa deportazione. Il marito di Anna, Barend, fu deportato da Vught ad Auschwitz il 15 dicembre 1943. Sopravvisse alla selezione e fu mandato ai lavori forzati ad Auschwitz III: Buna-Monowitz. Il 30 novembre 1944, anche Barend fu assassinato.

Estella Agsteribbe sposò Shmuel Blits, tagliatore di diamanti e suo compagno di allenamento al Bato di Amsterdam. Vennero arrestati nel luglio ‘43 ad Amsterdam e incarcerati a Vught. Circa cinque settimane dopo furono trasferiti a Westerbork e il 14 settembre 1943 vennero caricati su un treno per Auschwitz, che raggiunsero due giorni dopo. Insieme a Estella e Shmuel , la loro figlia di sei anni Nanny e il loro figlio di due anni Alfred. Estella e i bambini sono stati brutalmente uccisi all'arrivo, mentre Shmuel superò la selezione, ma venne assassinato nell'aprile del 1944.

Elka de Levie fu l’unica a sfuggire al tragico destino dei suoi compagni di squadra ebrei vivendo in clandestinità fino alla fine del conflitto. Sopravvisse e continuò a vivere nei Paesi Bassi fino alla morte, sopraggiunta ad Amsterdam il 12 dicembre 1979.


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  • Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce in ritardo per lo scudetto ma in tempo per la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio nel 1998, puntuale per la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua imperterrito a seguire il calcio e a frequentare Marassi su base settimanale. Oggi è interessato agli intrecci tra sport, cultura e società.

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