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4 min

- di Giuseppe Menzo

Considerazioni sparse su "Spider-Man: No Way Home"


L'Uomo Ragno offre una seconda possibilità, il cinefilo magari no.


- Chi scrive è troppo vecchio per amare i teen movie e troppo giovane, mi dicono, per apprezzare un film che affonda il suo tessuto narrativo in storie di fumetti che erano indispensabili in un’epoca in cui i miei genitori erano appena ventenni. Dunque, a partire da queste premesse, sappiate che non sono un aficionado Marvel della prima ora, ma nemmeno un purista della settima arte al punto da definire i film appartenenti a questo universo, sulla scorta delle famose dichiarazioni dei mesi passati del Maestro Scorsese, non cinema. Sono semplicemente un curioso che ha apprezzato alcuni prodotti di questo specifico mondo, ma che non fa la fila per accaparrarsi a tutti i costi il biglietto della prima proiezione del primo giorno di programmazione. Ma concentriamoci sul film;

- Ricordate la fine del precedente film sull’Uomo Ragno interpretato da quell’attore dalla faccia pulita che risponde al nome di Tom Holland? Quello al quale gli studios erano arrivati a non dire nulla più di quanto non gli fosse strettamente necessario per lavorare, a causa del suo vizietto dello spoiler inconsapevole durante le interviste di lancio dei film stessi? Si esatto, l’alieno Mysterio lo aveva messo nei guai rivelando a tutto il mondo la sua vera identità. Ecco, a partire da qua si sviluppa il film diretto da Jon Watts. Il ragazzo vuole pensare al suo futuro insieme alla sua ragazza e al suo miglior amico, ma il mondo sa chi è lui e sa chi sono loro, e gli rende difficile tornare a quella normalità che un sacrosanto anonimato ti concede. E a questo punto occorre rimediare. Occorre tornare al prima, occorre che un” Dottore Strano” ti faccia un favore (perdonate l’eccesso di trama, ma vi assicuro che 150’ di racconto vanno quantomeno accennati);

- Premesso tutto ciò, ora cominciamo a sportellare “Spiderman: No Way Home”. Il fulcro di questo racconto è che i capricci hanno un prezzo e pure molto salato. Che il buonismo ormai salva anche i cattivi che avevamo ammirato e dei quali ci eravamo sbarazzati nei numerosi film precedenti sul personaggio in questione e che con il giusto espediente narrativo si può tentare il colpaccio di una reunion di tutto rispetto. Jamie Foxx, Alfred Molina, Willem Dafoe, Thomas Haden e Rhys Ifans tornano a farci visita e ci sono due possibilità di fronte a tutto ciò: o esaltarsi “a bestia” o sprofondare nell’invettiva più becera contro i blockbuster arruffoni. Io credo di aver scelto la seconda. Nel frattempo, rispettando le regole di buona scrittura, siamo fortunati a trovarci di fronte ancora alla migliore attrice di tutto quanto il cast, la brava quanto bella, se non addirittura sexy, Marisa Tomei. Le si perdona, per via del suo carisma immarcescibile, le opinioni di un personaggio che, tra varie attrici e varie pellicole, sembra aver subito una trasformazione non propriamente saggia. Da vecchia zia addolorata per la scomparsa dell’amato consorte (vedasi trilogia di Sam Raimi) a figura di riferimento a tutto tondo per lo spider di Andrew Garfield, a jeansata donna moderna tutta forme sanamente sbarazzina. In questo ultimo lavoro è lei che spinge Peter ad un generale gesto caritatevole di salvezza per tutti, fossero gli stessi abiette figure “villainesche” da fumetto. Ma si sa, le storie vanno allungate, il capitalismo foraggiato e il piatto messo in tavola. Quindi “the Show must go on”. Basta che si sbiglietti. In fin dei conti promosso anche Benedict Cumberbatch, che tornerà al cinema con il suo "Strange" il 4 maggio del 2022 e qui ci offre il suo gustoso aperitivo. L’attore londinese, che è un artista pazzesco e sono certo lo sappiate pure voi, qui porta al massimo la bidimensionalità di un personaggio al quale non si può chiedere molto di più che cinismo e alterità. Il professionista è uno dei migliori al mondo e la prova evidentemente sacrificata per adeguarsi ad un lessico che deve risultare raggiungibile da quante più persone possibili. Ce ne faremo una ragione;

- Se non è tutto oro quel che luccica, non è neanche tutta da buttare la materia che sembra assemblata a forza per portare qualcosa al cinema. Il sacrificio, la perdita, l’impegno, l’amicizia e l’amore potrebbero salvare un film così lontano dall’autorialità in senso stretto e così vicino all’idea di un parco divertimento, come il Premio Oscar citato all’inizio sostiene fortemente. Gli elementi del “drama” ci sono tutti, certo, però essere simpatici e far ridere il pubblico in sala è ormai diventato più importante di ogni altra cosa per chi ha visto i propri colleghi di universo migrare sotto l’egida del Topolino più famoso del mondo, e quindi poca sofferenza e tanto buon umore. Con il sorriso, gli snacks e le bevande gassate hanno un sapore migliore;

- E infine, lo spoiler. Lo spoiler devastante quanto un qualunque segreto di Pulcinella, considerati i 30 e più giorni che sono già passati dal rilascio in sala. I bellissimi, malinconici, e invecchiati Tobey Maguire e Andrew Garfield. Tornano i colleghi degli altri universi. Tornano per aiutare, condividere, far crescere il giovane virgulto che, nonostante tutto, deve ancora affrontare la fase più dura della sua formazione. Tornano e oscillano tra la sfigataggine del bel Andrew che sembra il più addolorato di tutti e 3 e la maturità di un Maguire che sembra aver trovato la quadra sia nel personaggio che lo ha consacrato che nella sua cifra stilistica. Non sembra più chiedersi dove si trovi e perché ci si trovi, quanto piuttosto pare dominare ogni singola scena che lo vede presente. Ed è forse questa la nota più soddisfacente di tutto quanto. Forse tra qualche anno anche il comunque bravo Holland riuscirà a provare le stesse sensazioni.

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Mi diplomo al Centro Internazionale “La Cometa”, dopo un intenso triennio di studi, nell’ottobre del 2016, aggiudicandomi la patente dell’attore, del “ma che lavoro fai? “e di appartenente al gruppo “dei nostri amici artisti che ci fanno tanto ridere e divertire” (cit.). Appassionato di sport, ottimo tennista da divano, calciatore con discrete potenzialità in età pre puberale, se non addirittura adolescenziale, mi appassiono anche al basket Nba e alla Spurs Culture. Discepolo non riconosciuto di Federico Buffa, critico in erba, ingurgitatore di calorie senza paura, credo che il monologo di Freccia nel film di Ligabue sia bello, ma che Shakespeare ha scritto di meglio. Molto meglio. Mi propongo di unire i tanti puntini della mia vita sperando che alla fine ne esca fuori qualcosa di armonioso. Per me e gli altri.

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