
Diario della Coppa d'Africa, settimana 2
L’unica competizione sponsorizzata ufficialmente dal Blue Monday®.
La coppa delle bandiere della coppa d'Africa
Torna la rubrica più attesa: le bellissime bandiere della coppa d'Africa si sfidano finchè non ne resterà soltanto una, la Campionessa africana delle bandiere della Coppa d’Africa. Qui trovate la prima puntata.
Girone D

Un girone in cui i rapporti di forza sono abbastanza definiti. La bandiera della Guinea-Bissau sono sicuro di averla vista addosso a Manu Chao qualche volta, ma non è sufficiente per passare. La Nigeria associa la stravaganza del verde alla placidità del bianco, due colori che trasmettono lo stesso senso di elettricità dei giocatori nigeriani. Le altre due sono in pratica la stessa bandiera, ma se quella dell’Egitto sembra la versione elegante e regale, quella del Sudan è l’imitazione povera, il “Michael Jackson de Latina” delle bandiere.
Classifica: 1° Egitto, 2° Nigeria, 3° Guinea-Bissau, 4° Sudan.
Girone E

Campione in carica del torneo calcistico, anche nella Coppa delle bandiere l’Algeria va molto forte e si candida alla vittoria finale. Per quanto riguarda le altre, se la Sierra Leone paga il contrasto tra un nome bellissimo e una bandiera sciatta, alla Guinea Equatoriale non basta presentarsi con una bandiera dell’Iran rivisitata per passare il turno. La Costa d’Avorio quindi riesce ad andare avanti ma solo per la pochezza altrui.
Classifica: 1° Algeria, 2° Costa d’Avorio, 3° Sierra Leone, 4° Guinea Equatoriale
Girone F

Arrivati all’ultimo girone è ormai evidente che i gruppi sorteggiati per il calcio sono poco adatti alle bandiere, con tutti questi gironi tostissimi alternati ad altri oggettivamente fiacchi. Dalla prossima edizione si raccomanda di rivedere il sistema delle teste di serie.
Escludendo la bandiera del Mali – che, voglio dire, voi la distinguereste dai mille tricolori panafricani già visti? – le altre del girone F sono oggettivamente tre belle bandiere:
- Gambia è la sintesi di un paesaggio tropicale dipinto da Gauguin;
- Mauritania è un tappeto berbero verde srotolato su uno sfondo rosso;
- Tunisia unisce i minimalismi di due bandiere che possiamo considerare sue sorelle: quella del Giappone e quella della Turchia. Il risultato è un segno iconico e riconoscibile a chilometri di distanza.
Classifica: 1° Mauritania, 2° Tunisia, 3° Gambia, 4° Mali.
Ranking delle bandiere terze classificate
Come da regolamento, prima degli ottavi di finale bisogna ripescare quattro bandiere tra le terze classificate. Bisogna dire che il livello non è altissimo, ma per fortuna non è necessario classificare tutte e sei le bandiere, ci basta eliminare le due peggiori.

- Super ok le bandiere che sanno di socialismo reale, quindi passa sicuro il Burkina Faso.
- Non ok quelle che possono sembrare degli asciugamani sbiaditi dopo un lavaggio in lavatrice, quindi Sierra Leone eliminata senza troppi patemi.
- Non molto bene nemmeno le bandiere che hanno proporzioni strambe rispetto alla norma, che poi ti creano problemi se devi organizzare un vertice tra capi di Stato e devi appendere le bandiere in una stanza (oppure se devi impaginare un bracket di bandiere della Coppa d’Africa). Dunque eliminata la Guinea Bissau e la sua discutibile proporzione 1:2.
Eliminate: Sierra Leone, Guinea-Bissau. Passano il turno: Burkina Faso, Gambia, Guinea, Gabon.
La lotta diventa sempre più dura. La coppa della bandiere della Coppa d’Africa continua nel prossimo episodio del Diario…
I premi della fase a gironi
Passiamo ora all’aspetto meno importante della Coppa d’Africa: il calcio. La prima fase del torneo è finita, e anche se dare giudizi è un compito ingrato è esattamente quello che abbiamo fatto qui di seguito.
La squadra migliore: Nigeria
La Nigeria è l’unica squadra che ha chiuso i gironi a punteggio pieno. Ha ottenuto i 9 punti con una naturalezza che dimostra che in questo momento non può far altro che vincere le partite, che la Nigeria riuscirebbe a segnare anche per caso, che troverebbe il modo di inclinare gli eventi a proprio vantaggio anche quando la realtà sembra andare in cortocircuito. Come in questo gol di Taiwo Awoniyi segnato contro il Sudan, dopo una serie di rimpalli impazziti che non poteva che risolversi a favore della Nigeria.
Un giocatore che sta molto bene: Wilfried Zaha (Costa d’Avorio)
Zaha in carriera non si è mai allontanato molto da casa. È cresciuto a Londra, è entrato al Crystal Palace a 12 anni, a 20 ha provato il salto al Manchester United fallendolo ---> è tornato al Crystal Palace dopo un solo anno. E infatti anche quando nel 2016 ha scelto la nazionale ivoriana invece di quella inglese, forse l’unica scelta esotica in una carriera pantofolaia, non è che sia andata sempre benissimo: giusto lo scorso novembre aveva rifiutato la convocazione dicendo che tornava sempre ammalato dopo la nazionale.
Oggi però Zaha sembra molto influente nella Costa d’Avorio. Nella prima partita è entrato a venti minuti dalla fine, giusto per riprendere un po’ confidenza, poi nella seconda contro la Sierra Leone è stato titolare e in 81 minuti ha: procurato un rigore; servito l’assist per il gol di Haller; tirato 3 volte; completato 3 dribbling; completato il 100% dei passaggi. Tutto con la leggerezza snob che contraddistingue questa Costa d’Avorio, squadra talentuosa e distratta se ce n’è una.
Peggiore squadra ad aver passato il turno: Senegal
Il Senegal che ha vinto il girone con cinque punti e segnando un solo gol, per giunta su rigore, al minuto 96 contro lo Zimbabwe. Ma anche il Senegal dei duemila casi Covid e dei giocatori migliori sempre indisponibili. Se siamo delusi per il brutto girone del Senegal è perché avevamo aspettative molto alte da una delle rose più eccitanti del torneo. La vittoria finale è ancora alla portata, e d’altronde anche le altre big non hanno fatto molto meglio, ma insomma speravamo di divertirci molto di più guardando il Senegal.
Miglior look: Maduka Okoye (Nigeria)
Una carriera hipster – Leverkusen, Fortuna Dusseldorf, Sparta Rotterdam – Okoye è portiere di giorno e bartender in una discoteca nel porto di Rotterdam di notte.
Scherzo. Okoye abita nel palazzo accanto alla tua ragazza, e qualche volta si incontrano quando portano i cani fuori a pisciare. La tua ragazza però ha detto che non ti devi preoccupare.
Il giocatore a cui affideresti la tua stessa vita: Naby Keita (Guinea)
Il numero 8 è il numero della solidità, e l’8 della Guinea Naby Keita finora è stato più che solido e affidabile: il perno attorno a cui gira l’intera squadra. Non l’uomo più appariscente, ma uno con un’influenza sottile quanto diffusa: primo della squadra per dribbling, terzo per tiri totali, secondo per passaggi chiave. Nel 3-5-2 della Guinea, basato tutto sulle combinazioni sulle catene di fascia, Keita da mezzala sinistra ha fatto brillare anche l’esterno del suo lato Issiaga Sylla, uno dei terzini più propositivi finora in tutto il torneo. Nelle università di management buone si insegna che un vero leader moltiplica le qualità dei collaboratori, ecco questo è Naby Keita.
Migliore maglia tra le eliminate: Ghana
Se siete appassionati dei pattern aggressivi e kitsch degli anni 90 – in fondo stanno tornando di moda – la maglia del Ghana fa per voi. Specie la seconda, dove i riquadri e le linee dritte del pattern passano dallo sfondo al primo piano creando un effetto ancora più psichedelico. Come insegna il Borussia Dortmund: il giallo e il nero sono una combinazione formidabile per una maglia da calcio.
All or nothing: Vincent Aboubakar
Continuano le Notti magiche del Camerun e di Vincent Aboubakar, che oltre a essere il capitano e numero 10 dei padroni di casa è anche il capocannoniere della coppa finora. Aboubakar dal passo pesante, l’espressione grave, l’aria cristologica di chi è stato eletto per guidare un intero popolo e vive la cosa con un filo di stress, sul bordo emotivo tra l’orgoglio e il crollo. Questa è l’esultanza dopo aver segnato contro Capo Verde: vi sembra sereno? Ormai responsabilizzato a dover spaccare il mondo a ogni passo, Aboubakar sembra non sapere come esultare. Sembra pensare: “come esulta un re?”. Poi si inginocchia a terra, ma con molta accortezza, forse per non farsi male al ginocchio già rotto in passato. Un’altra immagine che alimenta la narrazione di un re ferito e sofferente.
Aboubakar è nato nella capitale camerunese Yaoundé, dove la nazionale ha giocato sin qui tutte le partite della coppa d’Africa. Quando nel 2010 si è trasferito al Valenciennes, in Francia, aveva attirato i paragoni con il “vecchio leone” Roger Milla, che tre decenni prima aveva compiuto lo stesso percorso. Aboubakar aveva 17 anni e veniva da un campionato camerunese e una classifica cannonieri vinti con la maglia del Cotonsport Garoua. In Europa però non comincia bene: «La gente ha iniziato a dire che avevo i piedi quadrati». Il 2013/14 è l’anno della svolta: passa al Lorient, segna 17 gol in Ligue 1 e si guadagna la chiamata del Porto, una squadra e un campionato che sanno valorizzare i buoni attaccanti esotici. Tra il 2017 e il 2018 Aboubakar tocca l’apice e poi il baratro. A febbraio 2017 segna il gol decisivo per la quinta coppa d’Africa nella storia del Camerun, nella stagione successiva segna 26 gol in tutte le competizioni con il Porto, poi a settembre 2018 si rompe il crociato.
Le ultime due stagioni Aboubakar le ha passate tra Turchia e Arabia Saudita – due tappe che stanno diventando una costante per calciatori in decadenza o in cerca di rilancio. Nel frattempo è diventato il capitano della nazionale camerunese. In questa coppa d’Africa ha segnato già cinque gol – due di destro su rigore, uno di testa e due di sinistro – e posto le basi per una grande storia personale dall’alto potenziale melodrammatico. Vedremo se le lacrime che pioveranno saranno di gioia o di disperazione.
Le squadre che dobbiamo salutare
Etiopia
In questo articolo della BBC, alla vigilia del torneo, l’Etiopia era presentata come una squadra “con un accattivante calcio a un tocco”, il loro ct Wubetu Abate come “la mente” dietro questo progetto ambizioso. Non abbiamo visto niente di tutto questo. All’Etiopia – uno dei movimenti calcistici africani più antichi – va riconoscito però il merito (e l’attenuante) di essere l’unica nazionale a non aver convocato giocatori dall’Europa, e con soli due giocatori provenienti dall’estero.
Zimbabwe
Arrivare ultimi nel girone con 3 punti è una bella fregatura. Ci mancherà la squadra con i nomi più cervellotici del pianeta. Non i cognomi, intendo proprio i nomi: Knowledge, Never, Teenage, Godknows, Talbert.
Ghana
«Qui finisce la più disastrosa campagna in Coppa d’Africa del Ghana di sempre. Il nostro calcio ha collassato!!!!!!!» ha twittato il giornalista ghanese Saddick Adams. Le “black stars” non avevano mai chiuso una coppa d’Africa con zero vittorie.
Sudan
Una squadra che ha indossato due divise diverse nella stessa partita. Ci mancherà.
Guinea-Bissau
Bella maglia ma con tutti quei Mendes, quei Semedo, quei Rodrigues in rosa pensavano di essere alla coppa d’Africa o alla coppa America?
Sierra Leone
La partita leggendaria di Mohamed Kamara contro l’Algeria non è bastata a passare il turno. Ci resterà il ricordo di una squadra ricca di altri sei Kamara, oltre a quel Kamara.
Algeria
E quindi l’imponderabile, alla fine, è diventato realtà. L’Algeria campione d’Africa 2019 e campione dell’Arab Cup dello scorso dicembre è uscita al primo turno. Arrivava a questa Coppa d’Africa con una striscia di 35 partite senza sconfitta e mirava a battere il record delle 37 partite dell’Italia; andava in gol da 27 partite ufficiali consecutive e invece nelle tre partite del girone ha segnato solo una rete all’ultima giornata. Era la favorita numero 1 e se ne va insieme ai mille pezzi che volevo scrivere su di lei, sull’Algeria dico. Grazie tante.
Mauritania
Vorrei avere qualcosa da dire sulla Mauritania. Se lo meriterebbe, e ve lo meritereste anche voi lettori. Ma proprio non ce l’ho.
Un regolamento che non apprezza la bellezza
…altrimenti non avrebbe mai annullato questo gol a Mama Balde, che poteva valere l’1-1 della Guinea Bissau contro l’Egitto all’82esimo.
La prima Coppa non si scorda mai: il Gambia
Circa a metà percorso, il fiume Gambia interrompe la sua corsa verso nord e disegna una piega decisa verso ovest, verso l’Oceano Atlantico. A quel punto si è già lasciato alle spalle il confine con la Guinea, dov’è la sua sorgente, e anche il Parco Nazionale di Niokolo-Koba, novemila chilometri quadrati di arbusti lussureggianti già non più foresta pluviale ma non ancora savana. Siamo in territorio senegalese; è solo dopo la svolta verso ovest che il fiume Gambia entra nel Paese omonimo: una striscia sottile di terra che contiene soltanto il letto del fiume e il verde ripariale. Il Gambia è circondato su tre lati dal Senegal e sul quarto dall’oceano, ed è il più piccolo paese dell’Africa continentale.
Quando i trafficanti europei giunsero qui nel 17° secolo, sfruttarono la navigabilità del fiume per i loro commerci. Oro, avorio, legname, spezie, pelli. Ma soprattutto esseri umani, acquistati come schiavi nell’entroterra e poi deportati nelle Indie Occidentali, ovvero in America. A circa 30 chimometri dall’estuario del fiume si trova l’isola di Kunta Kinteh, e sull’isola il Forte James, una fortificazione usata come base per i traffici. Nel 1976 lo scrittore afroamericano Alex Haley ha reso nota la storia di deportazione del Gambia nel suo romanzo Roots. La storia inizia con un adolescente africano del 18° secolo che viene catturato, ridotto in schiavitù e poi trasportato nel Maryland. Il ragazzo si chiama Kunta Kinte, come l’isola.
Oggi il fiume è ancora il fulcro della vita del Gambia: nei periodi di piena le sue acque allagano le pianure circostanti agevolando la coltivazione del riso, l’alimento base della cucina gambiana insieme alle arachidi. Uno dei piatti nazionali è il Domoda: si prepara macinando le arachidi fino a ottenere un burro molto denso, poi si stufa il tutto con carne di manzo o pollo, cipolla, pomodoro, verdure e spezie, infine si serve con riso bianco o findi, un cereale simile al couscous. Un altro piatto popolare è la zuppa di ostriche. Queste vengono allevate sulle radici delle mangrovie, quegli arbusti nodosi che riempiono le sponde del fiume poco prima di gettarsi nell’Atlantico.
Sovrano indiscusso di questo clima tropicale e paludoso è lo scorpione del Gambia. Il piccolo aracnide popola il letto del fiume ma anche il logo della federazione calcistica gambiana, che l’ha elevato a metafora di un Paese piccolo ma grintoso e pungente. «Quando uno scorpione colpisce, colpisce duro. Non vogliamo essere leoni o elefanti, perché non siamo di quelle dimensioni», ha detto l’ex presidente federale Mustapha Kebbeh.
La Nazionale di calcio del Gambia, soprannominata “gli scorpioni” appunto, ha debuttato nel 1953, prima ancora che il Paese ottenesse l’indipendenza dal Regno Unito nel 1965. Nel ’66 la federazione si è affiliata alla Caf e due anni dopo alla Fifa. Da allora molti episodi grigi in seno alla federazione: scioglimenti, rifondazioni, squalifiche. L’ultima nel 2014: la nazionale Under 20 aveva dichiarato il falso riguardo all’età di cinque giocatori, quindi la Caf ha squalificato il Gambia per due anni escludendolo anche dalle qualificazioni alla Coppa d’Africa 2015. Gli “scorpioni” non erano mai riusciti a qualificarsi alla Coppa d’Africa prima di quest’anno, e adesso giocheranno gli ottavi di finale dopo aver fatto 7 punti nel girone e battuto un gigante continentale come la Tunisia.
Commissario tecnico è il belga Tom Saintfiet, uno di quei santoni europei che consacrano la loro vita ad allenare solo in posti esotici, quasi fossero degli antropologi: nel suo curriculum ci sono Zimbabwe, Yemen, Bangladesh, Trididad and Tobago, Malta, più altri incarichi del tutto randomici tra club e nazionali, dalla Costa d’Avorio alle Far Oer, dalla Germania alla Tanzania. In questa Coppa si è presentato con l’aria paffuta da persona tranquilla e una squadra costruita letteralmente intorno ai giocatori provenienti dall’Italia: in difesa al centro c’è Omar Colley della Samp, a centrocampo Ebrima Darboe della Roma, in attacco Ebrima Colley dello Spezia, oltre naturalmente a Musa Barrow del Bologna. Intorno a loro un gruppo di giocatori mezzo europei naturalizzati, convinti a giocare per il Gambia dopo un minuzioso lavoro di ricerca nell’Europa minore e negli alberi genealogici, come ha raccontato Saintfiet stesso in una recente intervista a Eurosport.
Forse ci piace romanzare intorno a questi tecnici-profeti dalle carriere esotiche, ci ricordano gli esploratori che giravano il globo in mongolfiera a inizi ’900, ma questa su Saintfiet dovete sentirla: molto prima dell’impresa con il Gambia portò la Namibia a scalare 34 posizioni nel ranking Fifa, raggiungendo la posizione più alta dei 10 anni precedenti; «Così mi chiamarono “The Saint”, il Santo, giocando con il mio cognome».
I cerchi nell’erba

Gambia-Tunisia è stata la partita del miracolo calcistico gambiano, ma anche la partita in cui degli strani e grossi cerchi hanno infestato il manto erboso. Cos’erano quei cerchi? Qui tre ipotesi:
1) Attività vulcanica sottostante
L’Omnisport Stadium di Limbe che ospitava la partita si trova in cima a una collina con vista sull’oceano. L’ipotesi è che la collina sia un vecchio cratere vulcanico, e che l’evaporazione dei gas magmatici in certi periodi dell’anno generi delle bolle di condensa suprficiale.
2) Effetto della “coppettazione”
I terreni di gioco della Coppa d’Africa, ce ne siamo accorti, sono quelli che sono, così gli organizzatori starebbero tentando di tutto per migliorare le cose. Qui avevano provato quel trattamento che tiene tanto in forma Benzema.
3) I cerchi alieni
Vabbè, non c’è bisogno che ve la spiego questa.
Foto in cui Belmadi sembra Sampaoli
Il ct dell’Algeria Djamel Belmadi e Jorge Sampaoli hanno molte cose in comune, e tutte hanno a che fare col modo tarantolato di vivere le partite a bordocampo. Nella loro grammatica comportamentale c’è il gesticolare con gli occhi spiritati, macinare chilometri avanti e indietro per l’area tecnica, sputacchiare nervosamente di qua e di là, sempre con l’aria rissosa di chi da un momento all’altro potrebbe dare un cazzotto a qualcuno. Somigliano persino fisicamente: hanno la stessa corporatura tozza, gli stessi capelli radi, la stessa barbetta sale e pepe di un paio di giorni. Anche lo stesso modo di portare la tuta, che indossano non come l’indumento della comodità ma come la portano i coatti di tutto il mondo il sabato pomeriggio fuori dal centro scommesse. Guardate queste foto: Belmadi e Sampaoli sono la stessa persona.

Su una cosa i due allenatori differiscono. Se Sampaoli non ha mai giocato a calcio da professionista, Belmadi è stato invece un centrocampista offensivo di alto livello. Nel suo curriculum PSG, Marsiglia, Manchester City, Southampton. Un trequartista raffinato capace di realizzare un dribbling cervellotico come questo, o di segnare su punizione allo Stade de France contro la Francia campione del mondo. Su YouTube si trova un video tributo intitolato “L’eleganza di Djamel Belmadi”, e insomma la cosa stona un po’ con l’immagine di ruvidezza che trasmette oggi Belmadi in tuta.

In questa Coppa d’Africa, vuoi per le tute Adidas di Belmadi, vuoi per l’atmosfera da fine impero che c’era intorno alla sua squadra, per certi versi il percorso dell’Algeria è sembrato un reboot dell’Argentina 2018. Le stesse scene di quel mondiale con Sampaoli sempre più agitato e inquieto partita dopo partita.

Forse vi interessa sapere che Belmadi e Sampaoli hanno un'altra cosa in comune ed è Marsiglia. Città infuocata e che calza su misura sulla vena di follia di entrambi, l’algerino ci ha trascorso la maggior parte della carriera da calciatore – sei stagioni tra il 1997 e il 2003 –, Sampaoli invece allena l'OM dalla scorsa estate. Recentemente il giornalista dell’Equipe Nabil Djellit ha detto che vorrebbe vedere Belmadi sulla panchina del Marsiglia un giorno. (Ma ora che ci penso anche Sampaoli su quella dell’Algeria non sarebbe male).
Una parata inspiegabile spiegata secondo la Legge di Murphy
Ormai lo abbiamo capito: in questa Coppa d’Africa di tanto in tanto uno scudo protettivo magico cala sui portieri e li rende letteralmente imperforabili. In Algeria-Sierra Leone l’incantesimo era sceso su Mohamed Kamara, il portiere della Sierra Leone, e lo aveva reso onnipotente per tutti i 90 minuti. In Marocco-Comore l’unzione divina del portiere comoriano Ben Boina ha avuto effetti più limitati nel tempo (il Marocco è riuscito pur sempre a segnare due gol), ma quando si manifestava generava comunque un campo magnetico impossibile da scalfire per gli attaccanti marocchini.
Come al 77esimo, quando nella stessa azione tre diversi giocatori marocchini hanno tirato da dentro l’area piccola, senza riuscire però a vincere la stoica resistenza del portiere Boina. Un’azione in cui, per il Marocco, è andato storto tutto quello che poteva farlo. Proviamo a spiegare le diverse fasi dell’azione secondo i corollari della Legge di Murphy.
1. «Ogni soluzione genera nuovi problemi»
Questa è la fase iniziale dell’azione, quando il numero 11 marocchino Faycal Fajr non trova spazio per mettere il cross con l’interno destro e allora rientra sull’altro lato: invece di calciare col sinistro, però, mette comunque il cross con l’esterno destro, una bellissima trivela, come si dice. Crede di aver fregato tutti, e invece…
2. «Per quanto nascosta sia una pecca, la natura riuscirà sempre a trovarla»
La splendida mezzaluna disegnata da Fajr pesca tutto solo al limite dell’area piccola Aguerd, che si coordina in modo pulito e si tuffa per colpire il pallone di testa. Un tuffo che ne ricorda un altro che ha sempre il Marocco per protagonista: quello di Aldo in Italia-Marocco di Tre uomini e una gamba. Ad ogni modo, il colpo di testa di Aguerd è davvero perfetto, se non avesse un’unica pecca: è troppo centrale e finisce dritto sul ginocchio del portiere.
3. «Tutto richiede più tempo di quanto si pensi»
Dopo la respinta il pallone arriva dalle parti di Saiss, ancora più vicino alla linea di porta, che si prepara a tirare forse con troppa sicurezza, pensando che ormai è fatta. I tempi, però, evidentemente non erano ancora maturi per un gol del Marocco.
4. «Niente è facile come sembra»
Nell’ultima parte dell’azione, la più confusa e surreale, il sortilegio colpisce Adam Masina. In pratica non riesce nemmeno mai a tirare: colpisce una prima volta il pallone col ginocchio sinistro (siamo a mezzo metro dalla linea di porta), una seconda col ginocchio destro dopo un’altra smanacciata del portiere, una terza con lo stinco (letteralmente sulla linea) dopo che il portiere gliel’ha sbattuta addosso ed era praticamente impossibile che la palla non entrasse. Razionalmente era più facile fare gol ma la magia che in quel momento circondava la porta delle Comore è al di sopra della ragione.

Ci vediamo la prossima settimana!
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