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, 20 Gennaio 2022

Quali sono i problemi della Lazio?


Quali sono i problemi della squadra di Sarri? E quali sono realisticamente i suoi obiettivi da qui a fine campionato? Una riflessione sulla Lazio comparsa nell'ultimo numero di "Catenaccio", la nostra newsletter.


Quali sono i problemi della Lazio e quali sono realisticamente i suoi obiettivi da qui a fine campionato?
Domanda di Francesco M

Caro Francesco,

La vera domanda da porsi qui è un'altra. Quanto tempo ci vuole per ripartire dopo la fine di una storia di amore? Bisogna gettarsi a capofitto in un'altra relazione per dimenticare tutto? Oppure bisogna lasciar scorrere il dolore, adagiarsi, assorbirlo e aspettare di ripartire al momento giusto? Chissà quale è la risposta giusta. La Lazio, intanto finita una storia d'amore che andava ben oltre il calcio ("non ho avuto nemmeno la forza di andare a svuotare l'armadietto a Formello" ha detto Inzaghi dopo la firma con l'Inter) ha fatto una cosa molto tipica nei rapporti umani. Ha cercato di ripartire con un partner che è l'esatto opposto del suo ex; le scorie del passato però non vanno via con un bucato, direbbe Lucio Battisti, personaggio molto amato dalle parti della Curva Nord. Il risultato è allora per ora un ibrido calcistico, non ancora particolarmente riuscito. 

Ad oggi nessuna squadra quanto la Lazio mostra uno squilibrio tanto evidente tra quanto accade nella metà offensiva del campo e quanto accade nella metà difensiva. Se già le ipercodificate Lazio di Inzaghi, squadre simili a serpenti a sonagli pronti ad uscire dalla cesta all'improvviso, mostravano spesso imperfezioni difensive pagate a caro prezzo, la situazione sembra quest'anno diventata ingestibile con Sarri. Il dogma della difesa a quattro sarriana ha ribaltato gli equilibri della squadra, che oggi spesso si guarda allo specchio senza riconoscersi davvero, balbettando e rifiugiandosi negli antichi principi di gioco in maniera quasi automatica, facendo imbestialire il suo nuovo tecnico.

Foto Alfredo Falcone / LaPresse

Non esistono probabilmente due allenatori più diversi di Sarri e Inzaghi. Anche da un punto di vista caratteriale e umano è difficile immaginare due persone più antitetiche. L'aziendalismo diplomatico e pungente di Inzaghi impallidisce dinanzi alla prosopopea rusticana di Sarri, un uomo tumultuoso che sarebbe stato capace di trovare qualcosa da ridire anche sul prete che lo ha tenuto a battesimo. Se da un lato Inzaghi difende e protegge l'ambiente come farebbe un padre di famiglia (ed effettivamente quello era Inzaghi per tutto l'ambiente laziale), Sarri lo sferza come un professore appena arrivato, alle prese con una classe un po' pigra che non lo ascolta quanto vorrebbe. 

È stato un matrimonio sorprendente quello tra la Lazio e Sarri, impossibile da pronosticare. Dopo qualche giro ai piani alti (chiuso con uno Scudetto e un Europa League, mica male), Sarri ha deciso di tornare coraggiosamente nell'habitat di outsider che più lo rispecchia umanamente. Dove nessuno gli contesta le tute e le dita nel naso. Anche la scelta della Lazio è stata però tutt'altro che scontata o conservativa. L'ingaggio di un allenatore dogmatico e identitario come il toscano, con principi di gioco quasi diametralmente opposti a quelli di Inzaghi (posizione contro possesso, attesa contro controllo), ha testimoniato l'intenzione di Tare e Lotito di voltare pagina e riaprire un nuovo ciclo, su basi e presupposti completamente differenti da quelli precedenti. 

L'idea per ora sta rimanendo solo su carta. La Lazio fin qui ha deluso ed è una delusione che va oltre una posizione in classifica ancora accettabile e tutto sommato quasi in linea con il valore reale della rosa. I biancocelesti sono apparsi costantemente poco brillanti, spesso confusionari, aggrappati ai colpi dei singoli e clamorosamente separati in due ben distinti tronconi, mostrando con il lanternino quei principi di gioco che hanno fatto grande Sarri.

Sarri d'altronde è senza dubbio un grande conoscitore di calcio, che non ha però a disposizione poteri magici. Le lacune della rosa sono evidenti ad ogni partita. Nessuna squadra al mondo probabilmente presenta uno scarto tanto evidente tra l'organico offensivo e l'organico difensivo. Ciò crea situazioni inevitabilmente frustranti; partite contro avversari evidentemente inferiori che somigliano a tragedie greche, con colpi di teatro dei fuoriclasse sulla trequarti azzerati da disastri difensivi da mani nei capelli dei colleghi del reparto difensivo (vedere le partite contro Udinese e Empoli per credere). Se Inzaghi era riuscito a cavare petrolio da un campo di patate, codificando una difesa a tre efficiente e a lungo affidabile pur nelle proprie fragilità ataviche, Sarri si trova in mezzo una tempesta senza capire dove andare a parare. La squadra, dopo anni di difesa a tre, sembra totalmente incapace di giocare a quattro, nonostante l'applicazione dei singoli. 

L'arrivo in solitaria del legionario sarrista Hysaj non basta a garantire il mutamento. Marusic e Lazzari sono involuti, mostrandosi inadatti al ruolo di esterno basso; Radu è scomparso dai radar e veri salti di qualità da parte di Luiz Felipe (difensore con grandi picchi prestazionali alternati a blackout incomprensibili) non se ne vedono. Per tacere di giocatori inadeguati alla categoria come Patric e Vavro, la carta di identità di Acerbi inchioda un reparto che probabilmente come valore assoluto, non riuscirebbe a stare nella prima metà di classifica. Se non altro Sarri è riuscito tardivamente a mettere da parte il suo orgoglio e a lasciare in panchina ciò che restava del fu Pepe Reina, titolare con risultati pessimi per quasi metà campionato. La reticenza di Sarri nel cambiare idea rimane il suo difetto più grande.

Se però pur nel marasma difensivo la Lazio rimane a galla, il merito è di una qualità fuori categoria dei singoli offensivi, giocatori che meriterebbero di giocare in Champions ogni anno. Il talento in espansione di Milinkovic-Savic sembra ormai onestamente troppo grande rispetto al contesto, forse anche rispetto all'intero campionato. Su Immobile c'è poco da aggiungere, nonostante una rosa che lo costringe a giocare in ogni condizione fisica, vista l'assoluta inaffidabilità del sostituto Muriqi, un meme in movimento. I nuovi Felipe AndersonZaccagni e Pedro a turni alterni riescono a sopperire l'assenza di Correa (un giocatore la cui importanza era forse sottovalutata nel contesto tecnico di Inzaghi), sintomo di un mercato che nel reparto offensivo, sebbene con idee francamente piuttosto banali, ha saputo funzionare fornendo a Sarri giocatori talentuosi e funzionali. 

È andato fin qui invece ad intermittenza Luis Alberto, il cervello di Inzaghi. Lo scheletro tattico di Sarri rigetta il trequartista e fa fatica ad inserire un giocatore di per sé complesso da schierare in campo (lo stesso Inzaghi ci mise un anno prima di inquadrarlo e la Spagna non lo ha di fatto mai convocato). Eppure forse proprio dal suo impiego a pieno regime passano le fortune almeno di questa prima stagione biancoceleste di Sarri. Il ruolo di mezzala limita lo spazio di manovra dello spagnolo, allontanandolo tantissimo dalla porta e privando la Lazio di una fonte di gioco vitale. O Sarri riesce magari ad alzarlo nei tre offensivi, cambiando il corso della carriera del numero 10 di Siviglia, oppure le strade di Luis Alberto e la Lazio saranno presto destinate a dividersi.

In tutta franchezza, mai una squadra di Sarri ha dato l'impressione di avere poche soluzioni offensive tanto questa Lazio, che pure riesce paradossalmente a mantenere numeri altissimi offensivi. Tutto si basa su meccanismi ripetitivi, spesso ancora figli delle idee di Inzaghi, assorbite dalle pareti di Formello. I tagli ormai iconici di Immobile, le spizzate di Milinkovic, il talento sugli esterni. Questa squadra semplicemente, non è in grado di non fare gol ed è un peccato non vederla mai premiata come meriterebbe. Il lungo rinnovo di contratto a Sarri testimonia la volontà di costruire un progetto a lunga gittata, che deve inevitabilmente partire da una stagione di transizione, senza porre in essere ambizioni eccessive. Eppure l'assenza di miglioramenti, (ad eccezione forse del rendimento in crescita di Zaccagni) inizia a rendersi preoccupante.

La necessità di interventi di mercato sembra mai come adesso necessaria. In assenza, per quest'anno, l'obiettivo sembra solo quello di portare a casa qualche scalpo di prestigio qua e là, provando magari un'impresa europea contro il Porto e a prevalere nella lotta cittadina contro la derelitta Roma mourinhana. Per pretendere altro, ci vogliono pazienza e giocatori nuovi. L'anno prossimo sarà l'anno giusto per misurare la riuscita di questo matrimonio.


Questo articolo è uscito in anteprima su Catenaccio, la newsletter di Sportellate.it.

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  • È nato pochi giorni dopo l’ultima Champions League vinta dalla Juventus. Ama gli sportivi fragili, gli 1-0 e i trequartisti con i calzettini abbassati. Sembra sia laureato in Giurisprudenza.

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