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, 19 Gennaio 2022

Novak Djokovic il rifugiato


Nelle ultime settimane il migliore tennista al mondo si è duramente scontrato con le rigidissime politiche migratorie australiane, uscendone amaramente sconfitto. Sarebbe stata un'ottima occasione per fare luce sul trattamento degradante e inumano che Canberra riserva a richiedenti asilo e immigrati irregolari, purtroppo invece si è rivelato l'ennesimo piagnisteo di un milionario viziato.


Dopo undici giorni di attesa, nella mattinata italiana il Ministero dell’Immigrazione di Canberra ha comunicato con una nota ufficiale la decisione di cancellare il visto concesso a Novak Djokovic. Il provvedimento, giustificato da motivazioni «di interesse pubblico», è accompagnato da un’implicazione che potrebbe essere pesantissima per il serbo: secondo la legge australiana, il respingimento comporta anche un ban triennale dal paese, quindi Djokovic sarebbe costretto a saltare le prossime tre edizioni degli Australian Open – il suo torneo preferito – e quindi a rinunciare probabilmente in via definitiva al sogno di vincere un Grande Slam

Il tennista numero uno al mondo era sbarcato in Australia da non vaccinato, dopo aver ricevuto un’esenzione medica che avrebbe dovuto permettergli di partecipare al torneo di Melbourne nonostante le severissime leggi locali in materia di ingressi dall’estero e sanità pubblica. Quello che davvero ci interessa della vicenda, però, non è né la questione sportiva legata né tantomeno l’infinita (e sacrosanta) discussione sulle posizioni politiche e (anti)scientifiche del Djoker in merito alla pandemia. 

Oggi vogliamo utilizzare questa storia per illuminare, di riflesso, un tema che coinvolge migliaia di migranti assai meno privilegiati rispetto a uno sportivo milionario, ovvero il trattamento spietato – e spesso addirittura contrario al diritto internazionale – che l’Australia riserva a migranti irregolari e richiedenti asilo. Infatti, ciò che è capitato al numero uno del circuito ATP,  è soltanto un piccolissimo assaggio del trattamento subito da chi, senza la sicurezza economica e mediatica di Djokovic, si vede respingere il visto d’ingresso.

novak djokovic
Novak Djokovic agli scorsi Australian Open

«Il modello australiano è scioccante per gli abusi dei diritti umani che ha provocato. Nessun altro governo dovrebbe pensare di seguirlo» commenta Ian Rintoul, attivista per i diritti umani e fondatore della Refugee Action Coalition. Il cosiddetto “modello australiano” di respingimento in mare e detenzione è stato inaugurato nel 2001 dal primo ministro di centro-destra John Howard, che ironicamente chiamò questo pacchetto di riforme “la soluzione pacifica”. Da allora, le politiche migratorie australiane si sono ulteriormente irrigidite e hanno portato all’attuazione sistematica di respingimenti in mare, di arresti arbitrari a tempo indeterminato e persino di detenzione in campi situati su isole remote appartenenti a paesi terzi dei richiedenti asilo. 

Sebbene il caso Djokovic non c’entri direttamente con le regole che Canberra applica agli immigrati che arrivano illegalmente, il fatto che nei giorni trascorsi tra il suo arrivo all’aeroporto e la decisione del tribunale sia stato sistemato dalle autorità australiane nel Park Hotel a dimostrazione che «la legge è uguale per tutti» – un grigio edificio di quattro piani situato nel centro di Melbourne che ospita i detenuti dei centri di detenzione offshore che per ragioni mediche vengono trasferiti temporaneamente sul territorio australiano – ha riportato la questione all’attenzione dei media locali e internazionali sulla “soluzione pacifica”.

Il 26 agosto 2001 il Tampa, una nave battente bandiera norvegese, aveva soccorso 438 persone da un’imbarcazione che stava affondando nei pressi di Christmas Island, una piccola isola appartenente politicamente all'Australia e situata nell'oceano Indiano a sud dell'Indonesia, circa 1550 chilometri a nord-ovest del punto più vicino sulla terraferma australiana. Un mese dopo il loro salvataggio dal naufragio, il 27 settembre, il premier John Howard siglò la famigerata “pacific solution”, con cui l’Australia si arrogava il diritto di tenere in stato di fermo a tempo indeterminato, senza possibilità di ricorrere in giudizio, gli immigrati irregolari richiedenti asilo e di trasferirli presso strutture di detenzione localizzate in isole remote di paesi terzi, tra i quali Nauru e Papua Nuova Guinea. 

Contemporaneamente, è stata firmata una legge in cui si è stabilito che Christmas Island non può essere considerata territorio australiano ai fini della Convenzione di Ginevra sui rifugiati. Questo comporta che i migranti che si trovano in acque territoriali australiane, anche nei pressi di Christmas Island, diventano “migranti di Heisenberg”: sono illegalmente in Australia e allo stesso tempo non ufficialmente in Australia. Dopo questi accordi iniziali ne sono stati stipulati molti altri, tra cui quelli del 2013-2014 con Cambogia e Papua Nuova Guinea – due tra i paesi più poveri al mondo – che consentono il reinsediamento permanente nei due stati per coloro a cui, solitamente dopo anni di attesa, è stato riconosciuto lo status di rifugiato. Infine, nel dicembre 2014 l’Australia ha rimosso ogni riferimento alla Convenzione sui rifugiati dalla propria legislazione sull’immigrazione e li ha sostituiti con interpretazioni di giuristi locali sugli obblighi in materia di protezione umanitaria.

Nauru, la repubblica più piccola mondo, ospita uno dei campi di detenzione offshore per richiedenti asilo finanziati dal governo australiano

Attualmente, i campi di detenzione ospitano circa 1250 richiedenti asilo in attesa di una risposta da oltre cinque anni. Diverse ONG e persino l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) hanno espresso serie preoccupazioni per le condizioni mediche, in particolare per la cura della salute mentale, a cui sono sottoposti gli “ospiti” dei centri dopo anni e anni di restrizioni della libertà, impossibilità di lavorare, viaggiare o anche solo studiare. Solo i minori in età scolare, infatti, hanno diritto all’istruzione mentre gli adulti ricevono un sussidio di disoccupazione pari a 2/3 di quello dei cittadini australiani. 

Se la vita nei campi offshore è molto dura, quella di chi viene portato sul suolo australiano e chiuso in strutture cittadine è addirittura peggiore: in quei casi i richiedenti asilo non possono uscire dalla propria stanza se non durante l’ora d’aria e a volte hanno persino le finestre bloccate.

Per comprendere in maniera tangibile il dramma dei richiedenti asilo in terra australiana, è utile rifarsi alle testimonianze dei compagni di prigionia di Djokovic presso Park Hotel di Melbourne. Mehdi Alì – giovane iraniano fuggito alla repressione del governo islamico – ha raccontato la sua storia a Internazionale: «Sono arrivato da solo in Australia a 15 anni. Ho chiesto aiuto a questo paese. Ero un ragazzo che aveva bisogno di un posto sicuro dove vivere. Invece mi hanno rinchiuso per otto anni, senza accesso a un’assistenza sanitaria adeguata o all’istruzione. Sono stato privato dei miei diritti fondamentali. Sono considerato una minaccia perché sono scappato dal mio paese e sono arrivato su una barca. Sto scontando una pena senza aver commesso nessun crimine, solo per questo sistema crudele. Non c’è giustizia per me. La maggior parte delle persone arrivate dal 2013 sono state rilasciate, tranne una manciata di noi usati come pedine politiche. Siamo detenuti qui per scongiurare che le imbarcazioni ricomincino ad arrivare. La legge ci dice che i minori devono essere detenuti per il minor tempo possibile, ma io sono cresciuto in questa gabbia. Chiedo solo giustizia. Non voglio più sopravvivere. Voglio solo vivere».

novak djokovic
Il famigerato Park Hotel di Melbourne

Mostafa Azimitabar, un curdo che si trova al Park Hotel da due mesi, ha raccontato a BBC News che considera la sua stanza «una bara». Un altro giovane, Mohammad Joy Miah, ha mandato una foto scattata a dicembre che mostra alcuni vermi nel piatto di broccoli che gli è stato servito come cena. Adnan Choopani, anche lui iraniano, è arrivato in Australia quando aveva quindici anni e a ventiquattro è ancora al Park Hotel in attesa di una risposta alla richiesta d’asilo. Hossein Latifi racconta invece che negli ultimi mesi l’albergo è stato usato anche per ospitare turisti positivi al covid, il che ha causato numerosi focolai tra i migranti già debilitati da anni di prigionia e che, sebbene lui soffra di una grave patologia alle gengive che gli impedisce di consumare cibo solido, non abbia mai ricevuto una visita medica. Inoltre, negli ultimi anni al Park Hotel si sono verificati numerosi incendi e decine di testimonianze mostrano come l’igiene sia ai minimi termini, la spazzatura venga raccolta molto di rado e che l’intero edificio ha grossi problemi di infestazioni di muffe e insetti.

Durante i quattro giorni di detenzione di Djokovic, anche sua la famiglia si è lamentata pubblicamente del fatto che il cibo fornito fosse pessimo, aggiungendo che la stanza del tennista più forte al mondo era abitata da alcuni insetti. Tuttavia, né il tennista serbo né il suo entourage hanno mai esteso le proprie lamentele e preoccupazioni agli altri soggetti detenuti in albergo. Nessuno ha speso una parola per chi è lì da mesi o persino da anni, vivendo quotidianamente in quelle condizioni senza avere alcuna speranza di uscire né la possibilità di fare sport o avere a che fare direttamente con il mondo esterno. 

Sarebbe stato davvero bello se, anziché focalizzarsi su fastidi momentanei e totalmente egoistici, Novak Djokovic avesse fatto tesoro di quest’esperienza e utilizzato la sua figura pubblica, da sempre molto attiva politicamente, per denunciare le violazioni dei diritti dei rifugiati compiute da vent’anni in Australia. A quanto pare però il serbo considera più importante la battaglia contro i vaccini anziché quella a favore dei diritti umani. A ciascuno le sue priorità.


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  • Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce in ritardo per lo scudetto ma in tempo per la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio nel 1998, puntuale per la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua imperterrito a seguire il calcio e a frequentare Marassi su base settimanale. Oggi è interessato agli intrecci tra sport, cultura e società.

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