
Gigi Riva è anche mio nonno
Il miglior marcatore della Nazionale è un'icona per più generazioni.
Il mio cognome non è Riva e non sono sardo. Vi assicuro, però, che Gigi Riva è anche mio nonno. Anagraficamente sarebbe anche plausibile. La realtà, tuttavia, non è questa. Avete presente quando qualche amico dei vostri nonni ve li descrive nella loro prima fase adulta o nel fiore dei loro anni? Oppure quando guardate le foto ingiallite dal tempo e provate ad immedesimarvi in quel contesto? A me è successo, inspiegabilmente, anche con Gigi Riva.
Sarà stata forse quell’aria all’apparenza spigolosa o le poche e ponderate parole da lui pronunciate, forse anche solo quella sottile collanina che spesso stava intorno al suo collo. Un’aria arcigna, sicuramente corroborata dalle immagini in bianco e nero o a colori non ben definiti, che porta con sé una forza d’animo non comune, ma che sotto cela un cuore pronto ad ascoltarti.
Eppure io lo immagino - sarò strano, lo ammetto - con un fagotto in spalla ed una sigaretta in bocca, poco più che maggiorenne, a raggiungere un treno che lo condurrà dalle sponde del lago Maggiore al porto più vicino per imbarcarsi verso la Sardegna. Dalle sponde sicure del lago al mare sterminato, col rischio di perdersi.
Gigi Riva non ha trovato poi “così profondo il mare”: lo sbarco in Sardegna è stato uno scambio reciproco. Gigi Riva ha portato il calcio in Sardegna e i Sardi lo hanno abbracciato, come un parente che si invita la domenica a pranzo. Chissà quanto si saranno divertiti a vedere quella squadra che mette i brividi, a distanza di 50 anni, solo a leggere i nomi (Albertosi, Riva, Nené, Domenghini).

Essendo mio nonno, di Gigi Riva non ho visto nulla della sua sfavillante carriera, se non disseminati spezzoni di giocate che gli rendono giustizia. Ho spesso pensato: “come fa un giocatore così longilineo a sprigionare una tale forza con quel sinistro?”. La terra intorno sembrava sempre sollevarsi. In fondo, adesso capisco cosa aveva spinto Gianni Brera, con la sua solita creatività, ad affibbiargli il nomignolo di “Rombo di Tuono”. Questo è il passaggio da campione a leggenda.
Quando penso a Gigi Riva mi viene in mente un’altra riflessione: “Come diavolo avrà fatto a mantenere una media realizzativa di 0.83 in Nazionale?”. Alla faccia del catenaccio, un record di marcature di 35 gol che resiste dal 1974, 48 anni per l’esattezza. Di anni ne sono passati parecchi, ma Gigi rimane lì in cima a guardare dall’alto al basso Meazza, Piola, Baggio, Del Piero ecc.
C’è un dettaglio, però, che mi fa impazzire: mi riferisco alla foto di Gigi Riva del 1968 con la maglia della Nazionale (a mio parere, la più bella mai vista). La foto in sé non ha nulla di speciale, ma unisce la Nazionale al più prolifico centravanti della sua storia. Lui, però, non lo sa ancora e si presenta con la sua faccia imperscrutabile, che sembra essere un tutt’uno col blu profondo della sua maglia. Il '68 è l'anno di un grande trionfo sportivo per l'Italia, che il 10 giugno vinse il suo primo Europeo anche grazie a un gol di Riva della ripetizione della finale contro la Jugoslavia. Ma è anche l'anno in cui nel mondo ha cominciato a soffiare un vento di cambiamento: ''Vivevo a Roma, e respiravo anche io quel clima di mutamenti: c'era anche esibizionismo, c'era troppa violenza. Ma dietro tutto ciò, ricordo soprattutto la voglia dei ragazzi di crescere, camminare con le proprie gambe e ragionare con la propria testa'', ha detto una volta Gigi Riva.

Chissà, poi, come dev'essere stato giocare “quella” partita: 17 giugno 1970, stadio Azteca Messico, con 102 mila spettatori. Quella che poteva sembrare una partita normale, si trasformò, in un quarto d’ora, nella “partita del secolo”. Al minuto 104’, Gigi Riva addomestica un pallone di Domenghini, dribbla in maniera secca Schnellinger e con una rasoiata ad incrociare batte Maier. Esulta con le mani aperte, forse anche le divinità assistettero a quella partita.
Mi piace pensare che, ogni tanto, Gigi ripensi a quei momenti. Al tremolio delle gambe prima di scendere in campo ed all’adrenalina. Lo immagino a sorridere, senza farsi notare come al suo solito, quando si parla di centravanti della Nazionale. Un tema oggi come mai attuale.
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