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4 min

- di Danilo Budite

Considerazioni sparse su "Tick, stick... boom", l'ultimo film di Lin-Manuel Miranda


“Tick, tick… boom” è il riadattamento cinematografico dell’omonimo spettacolo teatrale di Jonathan Larson, un inno all’arte diretto da Lin-Manuel Miranda.


- Sbarca su Netflix l’adattamento del musical “Tick, tick…boom” che mette in scena la vicenda personale di Jonathan Larson, l’autore di uno dei musical più famosi di Broadway: “Rent”. Un Jonathan Larson che viene interpretato in maniera a dir poco sublime da Andrew Garfield, che ha già vinto un Golden Globe ed è in forte odore di Oscar. L’attore riesce a incarnare al meglio i dubbi, la frustrazione ma anche la cieca fedeltà in sé stesso dello scrittore, che cerca in tutti i modi di coronare il sogno di vedere rappresentato a Broadway il proprio musical. Tanto del film si regge sull’energia di Garfield, sulla sua straordinaria carica che coinvolge lo spettatore, lo fa sentire partecipe delle ansie e dei sogni di Larson. Garfield è il sole intorno a cui ruotano tutti gli altri attori, che arricchiscono il film con prove decisamente all’altezza. Da una Vanessa Hudgens sempre a suo agio quando c’è da cantare, al drammatico Robin de Jesus, fino ad Alexandra Shipp nel ruolo dell’amore che fa da contraltare alla vena artistica del personaggio. Il lavoro corale dell’intero cast è perfetto, con scelte azzeccate e vincenti;

- Jonathan Larson è una vera e propria icona a Broadway: con “Rent” ha portato in scena tematiche delicate, di scottante e triste attualità negli anni ’90. “Tick, tick…boom” ci restituisce questo quadro drammatico trattando, anche se da posizione defilata, il delicato tema dell’AIDS. È noto che negli anni ’90 l’AIDS divenne un problema sociale di prim’ordine, legato ad altre problematiche come la tossicodipendenza e l’omofobia. In un omaggio a Larson, il film affronta questo problema, tramite la figura di Michael, che scopre di essere sieropositivo e decide così di vivere alla grande gli ultimi anni della sua vita, accettando un lavoro molto remunerativo e cercando di sfruttare ogni attimo che gli resta. Lo spazio per trattare il tema è poco e di base rimane in secondo ordine riguardo alla narrazione generale, ma è sicuramente da apprezzare il fatto di aver voluto dedicare spazio a una delle tematiche che sono state maggiormente a cuore a Larson durante la sua troppo breve vita;

- Passiamo ora a quella che è la questione più importante del film: il tempo. La narrazione prende spunto dall’imminente compleanno di Larson, che alla soglia dei suoi 30 anni si trova a vivere in maniera precaria tra il lavoro come cameriere e il musical da completare e presentare ai produttori. Il tempo incalza, i 30 anni rappresentano la vita adulta, la fine dei sogni e delle aspirazioni. Il momento in cui da artista che ai arrangia come cameriere, diventa un cameriere con l’hobby dell’arte. Un cambiamento di prospettiva che Larson non può accettare. Il film crea una tensione costante, col giorno del workshop per presentare il suo musical che si avvicina e lui che deve ancora scrivere la canzone principale. Intanto, tutto intorno la sua vita va in frantumi: Susan lo lascia, Michael gli svela la sua malattia. Insomma, tutto rischia di esplodere e il film si carica, andando avanti, di questa tensione nevrotica, di questo incedere inesorabile. Poi però arriva il giorno del workshop, arriva anche il trentesimo compleanno, e non succede nulla. E allora si capisce che il tempo è un nemico solo se gli permettiamo di condizionarci. Perché Larson capisce che a trent’anni non muore il suo sogno di vedere un musical a Broadway, che c’è ancora tempo per scriverne un altro, e che ogni attimo va sfruttato a pieno, perché il tempo scorre e non ci regala niente, ma siamo noi i padroni del nostro tempo. Decidiamo noi come impiegarlo, perché il tempo non si può controllare, lui ticchetta e poi esplode, ma noi possiamo decidere come impiegare quel tempo e questo è il più grande potere dell’uomo;

- “Tick, tick…boom” è una sorta di rappresentazione dello scontro tra il tempo e il sogno. C’è veramente una data di scadenza per le proprie ambizioni? No, e Larson lo dimostra. Ma ci sono una serie di altre problematiche, che vengono bene esemplificate nel rapporto tra Jonathan e la sua fidanzata Susan. Lei ha deciso di abbandonare il suo sogno di danzare, vuole un lavoro stabile e costruirsi un futuro. Jonathan rimane ancorato al suo sogno e tra i due si crea una voragine che poi diventa incolmabile e porterà al definitivo distacco. Ecco dunque chi è il grande nemico dell’artista: sé stesso. Jonathan mette il suo sogno davanti a tutto e, col cuore che sanguina, sacrifica anche il suo amore per raggiungerlo. Alla fine di "Tick, tick... boom" troviamo una sorta di capovolgimento, perché se inizialmente il tempo sembra il grande ostacolo per Larson e lui lo vive come il nemico della sua arte, alla fine in realtà l’antagonista diventerà proprio lui stesso, la sua vita. La deve abbandonare per consacrarsi all’arte e questo abbandono si consuma col distacco da Susan;

- Un altro tema che viene accennato qua e là è quello della vera natura dell’arte. Larson è un’artista puro, consacra tutto sé stesso al suo sogno e non ha alcuna intenzione di rinunciarvi, per nulla al mondo. Non contano i soldi, gli affetti. Nulla supera la purezza della sua arte. Il suo ostinato rifiuto di seguire il consiglio di Michael e di lavorare in pubblicità si può leggere come la strenua volontà dell’artista di resistere al processo di mercificazione che, soprattutto negli ultimi anni, sta investendo Hollywood e in generale il mondo della cultura. C’è, nell’opera di Jonathan Larson, un mondo artistico che rimane puro e incontaminato ed è gioioso e vivace, ma precario. È la vita bohemé che viene cantata all’inizio del film. Una vita che permette di sognare, fuori dal tempo.

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Romano, vivo di calcio e di citazioni pop. Musica, cinema, arte e letteratura, ancora meglio se tutto insieme. Scrivo di tutto ciò che mi circonda.

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