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10 min

- di Alberto Fabbri

Ode a te o Dirk Nowitzki


I’ve to catch my breath, I don’t know where to start. I don’t have that much time, but let’s just see.
(Trattengo il fiato, non so da dove iniziare. Non ho molto tempo a disposizione, ma andiamo al dunque).

Quick question, we’re giving out ten days, you want to come back?
(Una rapida domanda, stiamo offrendo contratti da 10 giorni, vuoi tornare?)


Potremmo partire dall’inciso con cui Jason Kidd (attuale allenatore dei Dallas Mavericks ed ex compagno di squadra di Dirk Nowitzki) esordisce alla cerimonia di ritiro della numero 41, disposto a tutto pur di rivedere, ancora una volta, le gesta del tedesco sul parquet.

Un contratto di 10 giorni sai, o di anche un numero inferiore di partite, ma se a questo mondo ci fosse per caso un tentativo per riportare il pioniere del tiro della cicogna sul campo sappi che noi siamo disposti a farlo.

Nowitzki ha rappresentato i Dallas Mavericks per 21 stagioni, dal 1998 al 2019, una di quelle figure ingombranti fisicamente ma tutt’altro che gravoso dà portare con te anche quando il minutaggio calava proporzionalmente all’accrescere dell’età. La superstar non si è mai scomposta, nemmeno alla corte di chi verso il finale di carriera provò ad offrirgli un’ultima chance di rivincere l’anello, scegliendo di mantenersi fedele alla causa del proprio primordiale ovile. Sempre disponibile e disposto a tutto pur di insegnare al prossimo l’arte del saper consacrarsi in NBA. Per tanti è il giocatore europeo più forte ed influente che si sia visto oltreoceano.

Ladies and Gentleman, un estratto di tutto l’amore che sia possibile offrire a Wunder Dirk.

Che cosa vorrei fare da grande?

Sotto gli occhi di molti può essere visto un giocatore come un altro, uno che sia riuscito a fare della propria passione il suo lavoro, un ragazzo che sia riuscito a sfondare in ciò che il destino per lui gli ha riservato.

In realtà tutto così lineare e schedulato questo processo non è stato. Dirk Nowitzki (Wurzburg, Germania, 1978) prima di dedicarsi completamente alla pallacanestro ha avuto modo di sperimentare, capire, toccare con mano le tortuose insidie che la vita offre a chiunque voglia fare della propria esistenza un dettagliatissimo ricamo.

La pallamano, sua prima grande passione, e poi il tennis erano due contesti in cui i suoi 2,13 cm di altezza vennero deliberatamente pronunciati come fattori discriminanti, in virtù sia della macchinosa libertà dei movimenti e sia della brillantezza nel lungo-corto che il nativo di Wurzburg non annovera tra i fondamentali. Il travestimento per qualche anno sotto mentite spoglie porta Nowitzki ad ascoltare le esortazioni dei suoi insegnanti scolastici; il polivalente tedesco opta finalmente all’età di 13 anni per la pallacanestro, lo sport che lo proietta ad intuire che la propria altezza può essere finalmente reputata come una grazia inclusiva.

Holger Geschwindner, un atipico maestro di vita

È poco prima del compimento dei 16 anni del tedesco che risale il colpo di fulmine che ebbe Geschwindner, colui che segnò la carriera di Dirk Nowitzki. Classico personaggio che nel mondo dello sport se sei un ragazzo di talento con doti auspicabili al professionismo, negli anni della pubertà ti si avvicina dicendoti: “Ehi, sai che da talento locale posso portarti a conoscere i migliori parquet del mondo?”. E tu perplesso, con quell’espressione che mostra un connubio tra euforia e meraviglia, prendi qualche secondo per pensare ad una qualunque ipotetica risposta che possa palesare un briciolo di sicurezza ma con ovvi scarsi risultati.

Può assolutamente annoverarsi tra le persone più bizzarre che si siano viste nel mondo dello sport, in particolare per i metodi d’allenamento utilizzati ma anche per il ruolo che ebbe nella vita di Nowitzki nel momento in cui il tedesco entrò a far parte del ristretto rango delle celebrità, che tutt’ora forse ne rimane un mistero.

Le bizzarre metodologie cestistiche di Geschwindner trovano perfetta simbiosi con lo spilungone di 2,13 cm. La palla a spicchi può sembrare l’artefatto imprescindibile affinché un'insegnante possa far ambire ad un ragazzo di diventare una star del basket, ma per l’eclettico coach le cose non stanno proprio così. Egli è un sostenitore del “fachidioten”, un termine che in tedesco vuol far sì che una persona sia multidisciplinare, che non si proietti esclusivamente nella realtà in cui vuole far carriera ma che lasci margini d’interesse anche per altre discipline, che ogni persona è in grado di possedere e sviluppare con sé. Perciò Geschwindner cerca assiduamente di arricchire culturalmente Nowitzki stimolandolo nelle letture, dagli argomenti più vari a quelli più attuali, nell’imparare a suonare uno strumento musicale, per far sì che nel proprio allievo nascano passioni che possano farlo distrarre dal fantomatico rintocco della retina.

La scuola ed il conseguimento del diploma nella visione del suo allenatore sono certificazioni che devono seguire di pari passo la costanza dei miglioramenti di Dirk sul campo da gioco, esattamente come se l’allievo si trovasse in uno dei più classici college statunitensi, incanalati ad equilibrare l’esuberanza fisica dell’atleta nelle prestazioni sportive con una sana ed equilibrata vita accademica. Un atteggiamento particolarmente singolare, come se in testa il suo mentore abbia già la convinzione che lo smisurato talento di Nowitzki un giorno si manifesterà e che in un lampo possa dimostrare a tutti le sue sconfinate doti balistiche. Strategia di pensiero che si rivelerà poi essere effettivamente lungimirante. 

In posa a sinistra Dirk Nowitzki, a fianco il mentore Holger Geschwindner.

One legend fadeaway shot played by Dirk Nowitzki

I metodi di lavoro olistici di Geschwindner sono tutti orientati nel canalizzare i propri insegnamenti sulle caratteristiche uniche del fisico del tedesco. Un archetipo ideale di ala grande-centro per la struttura fisica che presenta, che a sua detta offre ampi margini di modellamento sul parquet visto il corpo secco, longilineo ed esuberante per la stazza che per nulla si presta all’esclusività di rimbalzi, tap-in e coriacei duelli all’interno del pitturato.  

Geschwindner vede in Nowitzki ciò che altri difficilmente si sarebbero immaginati di pensare per un’atleta di quella caratura corporea. L'innovazione sta tutta nel far sì che le sue leve vengano allontanate dal pitturato, in modo tale che il tedesco possa prendere familiarità in zone di campo in cui normalmente sono le guardie, le ali-piccole a farla da padrone. La stravagante rivoluzione avviene, poi, nel momento in cui il mentore affida a Nowitzki la sua teoria per la costruzione della parabola di tiro, del tutto assente da qualsivoglia manuale cestistico.

Vi starete chiedendo lecitamente il perché, ma questo avveniva nel modo più distaccato possibile da un qualsiasi tipo di tradizionale allenamento di pallacanestro: le condizioni precarie di equilibrio a cui Nowitzki si sottopone furono un mantra per abituarsi ad avere un “range movement” il più flessibile e multifunzionale possibile in ogni tipo di contesto, in cui spesso il richiamo di una sola gamba nell’esercitazione della meccanica di tiro permetteva a Dirk di sfruttare l’arto in sospensione per creare separazione fisica tra se ed il proprio difensore. L’arto d’appoggio è quello che orientava la postura corporea nel momento di rilascio del pallone e permetteva a Dirk (nello step precedente al rilascio) di avere un perfetto bilanciamento del proprio perno nei movimenti, cui spesso e volentieri lo faceva giocare d’anticipo in corrispondenza del suo diretto marcatore.

Il risultato di tale processo è la piena consapevolezza del come, dove e quando decidere di battere il diretto avversario. La piena padronanza di conoscere ed infliggere il proprio credo crocifiggendo qualsivoglia invano tentativo di resistenza, poiché alle nozioni tecniche impartite da Geschwindner vanno aggiunti gli spropositati centimetri di cui dispone il suo allievo, che gli permisero di eguagliare un’unica parabola cestistica nella cui rotazione si può intravedere il killer instinct del protagonista. Una freccia al proprio arco che di diritto gli fece rendere una conclusione già di per sé difficilmente difendibile pressoché impossibile da arginare.

Propulsore di una generazione: la fuga di cervelli del nuovo millennio

Le strategie di Geschwindner, oggettivamente originali, col passare degli anni plasmano in effettivo realismo quello che inizialmente era riportato solamente fra le sue ideologie mentali. La maniacalità con cui Nowitzki riesce a far apparire semplici movimenti che hanno richiesto un percorso d’apprendimento costante ed ambiguo allo stesso tempo, lo hanno stanziato a suon di risultati in carriera tra gli Hall of Famer di questo sport. Dirk diventò letale nell’uno contro uno contro qualsiasi ala grande avversaria, se vi era un mismatch il difensore di turno era chiamato a cercare un modo per evitare di essere scherzato, perché in cuor suo sapeva già che in punti quell’azione si sarebbe probabilmente tramutata.

Se prima del proprio approdo nell’olimpo del basket un giocatore appartenente all’Unione Europea scarseggiava di chance per giungere negli USA, le sue gesta hanno dato speranza ad una miriade di fanatici di gettare i propri i sogni aldilà di una barriera che prima del 1998 risultava inesorabilmente una chimera.

La nostalgia, i dubbi, le difficoltà a cui ogni atleta si attanaglia nei suoi primi anni oltreoceano sono stati tutti repressi dall’amore che la città di Dallas ha riversato verso il campione tedesco, che non lo ha mai fatto sentire in discussione. Una cura reciproca esistenziale del connubio Nowitzki-Dallas che con gli anni ha ripagato enormemente l’investimento che fecero i Mavericks per averlo in Texas, scambiando inizialmente la loro 6° scelta al draft del 1998 per avere appunto il lungo tedesco, scelto agli albori dai Milwaukee Bucks.  

Nowitki è stato in grado di imporre nuovi standard di valore assoluto per il concetto di ala-grande del gioco, il caro e vecchio numero quattro. Un punto di riferimento che da livello locale è riuscito a far sconfinare la propria mentalità europea e renderla un mantra assoluto anche in NBA. Idolatrato per la classe, la signorilità e la pacatezza che lo hanno contraddistinto per tutta la carriera e reso unico in qualunque remoto angolo del federalismo americano.

Sebbene a volte si dica che le belle parole debbano essere sostituite dai fatti per dare evidenza di quanto di incredibile sia stato compiuto, Nowitzki in 21 anni di NBA, e perciò di Dallas Mavericks, è stato in grado di agguantare un Larry O’Brien Championship Trophy (prendendosi la rivincita nei confronti dei Miami Heat nel 2011), il conseguente riconoscimento di Most Valuable Player di quelle Finals (al cospetto dei big three James, Wade e Bosh), il premio MVP della Regular Season nel 2007 e le ben 14 convocazioni all’All Star Game, alla cui ultima stagione fu convocato per essere omaggiato di un ultimo tributo, insieme all’acerrimo rivale Dwyane Wade anche lui in procinto di ritiro. Lust but not least, i 31.560 punti in carriera in 1.522 partite giocate, che di diritto lo posizionano al 6° posto come miglior realizzatore di sempre della NBA e come miglior scorer europeo di sempre.

Da sinistra a destra: Luka Doncic, Kristaps Porzingis e Dirk Nowitzki.

Il perfezionismo non è mainstream!

La facilità con cui Nowitzki ha scalato le graduatorie gerarchiche della NBA è rimasta sempre direttamente proporzionale a quelle che erano le sue puntuali prestazioni sportive, nessuno gli ha mai regalato nulla.

Ed è esattamente dalle performance sfoggiate sul parquet che la sua glorificazione trova sbocchi nella fama e nella popolarità che ha saputo ritagliarsi, mai da un’uscita di stile che al di fuori del parterre potesse ricondurlo come principale indiziato dai media. Sempre al di fuori dei riflettori appartenenti alla mondanità della vita, poche parole fuori dal coro e sempre indiziate ad essere rivolte al benessere della franchigia: un esempio di irreprensibilità tale da non essere per causa-effetto mediaticamente osannato dai notiziari statunitensi.

Giocatore che ad un giovanissimo appassionato NBA contemporaneo rischierebbe di passare inosservato, per la cotanta formalità che a suon di ripetizioni ha reso monotoni da osservare i suoi finisher movements, ma dannatamente celestiali da analizzare per chi ne apprezza la sinuosità. Se si pensa, infatti, che si stia parlando del 6° realizzatore di tutti i tempi della lega e del miglior colletto bianco che si sia mai visto provenire dal vecchio continente, faccia riflettere il fatto che la “canotta” da gioco di Dirk Nowitzki non presenzi spesso e volentieri i playground internazionali. Non che sia una questione esistenziale, ma per il mindset ed il portamento dello stile di gioco la sua notorietà non si è mai prostata agli ideali del campetto di periferia.

Molti fan negli USA sarebbero pronti ad ammettere che il tedesco abbia rivoluzionato la lega e tutto ciò che ne consegue nell’evoluzione del ruolo del lungo nella pallacanestro, ma sarebbero pronti anche a confermare che a livello folcloristico Nowitzki era un giocatore talmente troppo bello da vedere che talvolta smagava, per affinità con la parte edonistica della lega, infatti, per nulla ci aveva a che fare.

Molto spesso quello che nel lungo termine risulta essere longevo ed allo stesso tempo concreto ed efficace rende gli amanti del gioco impassibili davanti a cotanta eccellenza, essendo da sempre abituati ad avere assiduamente un elenco interminabile di nuove promesse annualmente da annoverare. Con Nowitzki per 21 anni è come se il tempo si fosse arrestato, come se la sua maniacale ricetta di giungere inconsapevolmente alla divina consacrazione infrangendo record su record abbia nauseato un pubblico non grato, per quanto lo potrebbe essere stato, al suo perfezionismo. Sebbene sia considerato una leggenda del basket mondiale è sempre stato visto come un giocatore riservato ad occhi selettivi, non per tutti, che sappiano addentarsi nella dedizione impiegata per catalogare il proprio nome nell'elite del gioco. Al cospetto di tantissime altre leggende Dirk è delegato ad un ruolo più marginale, sicuramente è vero. Per quanto detto più per quello che il mondo NBA ti richiede nella globalità dell’esperienza, di essere ovvero protagonista onnipresente della tua personalissima serie televisiva a tratti hollywoodiani. Complessivamente non adatto ad una comparsa scenografica in “The Last Dance” ad esempio, ma magistralmente calato nel ruolo di carnefice a suon di fadeaway.

L'eccellenza rispetta l'eccellenza

In un mondo che ti impone di correre per stare al passo con le nuove tendenze della globalizzazione e delle quotidiane evoluzioni socioeconomiche, fermarsi e pensare di essere Dirk Nowitzki per un solo istante è un dovere morale, per tutti. A riflettere su quanto sia stata maniacale e profonda la sua influenza per questo sport non siamo solo noi supporters esterni al contesto NBA, ma la riconoscenza durante il tributo offertogli nella serata dell’Epifania all'American Airlines Center è arrivata anche dagli Hall of Hamer che condividono con il nativo di Wurzburg un posto in graduatoria nelle più importanti statistiche inerenti.

Da Magic Johnson, passando per Vince Carter e Pau Gasol sino a giungere al suo rivale più importante per i punti chiave della sua carriera Dwyane Wade, nessuno si è fatto attendere. L'eterno amico e compagno di avventure Steve Nash nelle prime esperienze da rookie in NBA ha voluto ricordare la purezza dell'uomo che è Nowitzki anche estraniando per un momento il contesto sportivo. Doncic e Porzingis hanno anche loro rimarcato quanto sia stato importante averlo nella rampa di lancio della loro avventura a Dallas. Insomma, chi più ne ha più ne metta.

Dirk Nowitzki e l'amico Steve Nash.

Vederlo portare a scuola tutti ad una velocità ridimensionata per gli standard ed i ritmi NBA è stata la vittoria palesatasi sotto sotto la luce del giorno, ma quella più impattante e sicuramente oscura ad un primo sguardo concerne nell’aver contribuito a rendere il gioco del basket migliore di come averlo trovato.

Forever, one, unique, legend fadeaway.

  

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Nato a Rimini il 5 luglio 1996. Laurea magistrale in Management all’Università di Trento ma di cose realmente gestite finora riporta la “mise en place” di alcuni ristoranti in riviera e la sistemazione dei lettini in spiaggia. Terzinaccio generoso dotato di un sinistro considerevole, più deciso che mai a saziare la sua insanabile voglia di sport parlandone. Sogna di vedere suo padre festeggiare la vittoria della Champions League della Juventus e, personalmente, di assistere ad una partita all’American Airlines Center di Dallas gridando “Luka Doncic step back” con in sottofondo un “mamma butta la pasta” del mitico Dan Peterson.

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