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6 min

- di Gabriele Moretti

2022: quando lo sport lava più bianco


Sebbene lo sportwashing - ovvero l'uso dello sport come strumento per ripulire la propria immagine pubblica - sia una pratica antica quanto lo sport stesso, l'anno appena iniziato porterà questo concetto alle più estreme conseguenze regalando a paesi autoritari e accusati di violazioni sistematiche dei diritti umani la possibilità di mettere in mostra il proprio potere ospitando i più importanti eventi sportivi internazionali.


Il neonato 2022 è destinato a essere un anno memorabile per lo sport, in particolare per quei regimi autoritari che cercano di coprire con il prestigio dei maggiori tornei sportivi internazionali le accuse di repressione violenta del dissenso, genocidio e altre amenità varie ed eventuali. 

Non a caso, l’annata sportiva si aprirà con i Giochi Olimpici di Pechino – i secondi giochi olimpici organizzati dalla capitale cinese negli ultimi 12 anni – e si chiuderà con l’evento forse più dibattuto del decennio, la Coppa del Mondo in Qatar. Nell’arco di 12 mesi, paesi come Cina, Qatar e Arabia Saudita, tutti criticati a causa delle sistematiche violazioni dei diritti umani, utilizzeranno prestigiosi eventi sportivi per dare una lucidata alla loro immagine davanti a un pubblico globale e in buona parte ignaro o disinteressato alle vicende sociopolitiche degli stati ospitanti. 

Questo processo, una delle forme di soft power più “classiche” dell’ultimo secolo, è noto come sportswashing, un termine reso popolare da Amnesty International nel 2018 per descrivere l'uso dello sport da parte di governi oppressivi allo scopo di legittimare i loro regimi, fare sfoggio di potere, ricchezza e innovazione e, soprattutto, distrarre, spostando gli occhi del mondo dal sangue delle loro vittime al metallo lucente degli stadi. Gli esempi più noti includono, tra gli altri, i Giochi Olimpici del 1936 a Berlino sotto il regime nazista, che Hitler ha voluto fortemente ospitare nel tentativo di mostrare la superiorità tedesca sul resto del mondo.

Come scritto poco sopra, lo sportswashing è una pratica diffusa da oltre cent’anni e vederla ancora in voga non desta certamente stupore. Allo stesso tempo, però, va sottolineato come nel 2022, con sia i Giochi Olimpici che la Coppa del Mondo di calcio (i due eventi sportivi più seguiti in assoluto) ospitati in paesi con regimi marcatamente oppressivi, probabilmente si sia raggiunto il punto più alto (o più basso?). 

A partire dal 4 febbraio, la Cina ospiterà le Olimpiadi invernali tra la capitale Pechino e altre città della vicina provincia di Hebei. Le questioni più scottanti per il governo di Xi Jinping sono senza dubbio il disumano internamento di musulmani uiguri in campi di rieducazione e lavoro nella regione occidentale dello Xinjiang, i suoi tentativi (riusciti) di prendere il controllo politico di Hong Kong senza attendere il 2049 come da accordi, le continue minacce a Taiwan e la scomparsa (e discutibile ricomparsa) della tennista Peng Shuai, di cui abbiamo parlato poche settimane fa proprio qui su CatenaccioDiversi paesi, tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Canada e Australia hanno già annunciato che non invieranno alcun rappresentante del governo ai Giochi a causa delle preoccupazioni sulla situazione dei diritti umani in Cina. Tuttavia, queste nazioni permetteranno comunque ai loro atleti di gareggiare sotto l’egida della bandiera nazionale, rendendo i boicottaggi diplomatici un gesto più formale che altro. Altri paesi, tra i quali spicca la Francia – che ospiterà a Parigi i Giochi Olimpici estivi del 2024 – e l'Italia non aderiranno proprio al boicottaggio, mentre il presidente russo Vladimir Putin, in maniera poco sorprendente, ha direttamente condannato il boicottaggio definendolo un "errore". Dal giorno dell’annuncio, la Cina ha minacciato più o meno velatamente i paesi coinvolti, comunicando in via ufficiale che questi "pagheranno il prezzo delle loro scelte".

Finite le Olimpiadi, l'attenzione virerà sul mondiale in Qatar, che si svolgerà tra il 28 novembre e il 19 dicembre intorno alla città di Doha. Il piccolo stato del Golfo ha un record tristemente negativo di violazioni dei diritti umani, legato in particolare all’organizzazione della Coppa del Mondo di calcio. Un'indagine del Guardian pubblicata lo scorso febbraio 2021, ha rivelato che più di 6500 lavoratori migranti provenienti da India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka sono morti dal 2010 al 2020, per la maggior parte mentre lavorano alla costruzione delle infrastrutture destinate ad offrire la nuova immagine del Qatar al mondo intero. 

Questo scioccante bilancio, stilato da fonti governative dei paesi di provenienza delle vittime, è per altro quasi certamente sottostimato e non include dati provenienti da altri paesi che inviano un numero significativo di operai e altri lavoratori nell’Emirato, tra i quali Kenya, Somalia e Filippine. Centinaia o forse migliaia di persone provenienti dai quattro angoli dell’Asia e dell’Africa sono morti all’interno degli stadi in costruzione, a migliaia e migliaia di chilometri dalle loro famiglie, e altre diverse centinaia impiegati in progetti di costruzione legati all'evento hanno atteso lo stipendio per oltre sette mesi, vivendo in baracche organizzate dalle aziende, nelle quali sono costretti a vivere a decine in baracche di lamiera senza acqua corrente o – ancor peggio – con a disposizione soltanto acqua salata. La maggior parte di loro, dopo duri scioperi repressi con brutalità dalla polizia e settimane passate in carcere, alla fine ha ricevuto la paga, ma alcuni lamentano ancora diversi mesi di stipendi mancanti.

Altre importanti questioni relative ai diritti umani in Qatar includono restrizioni alla libertà di espressione, lavoro forzato, criminalizzazione delle relazioni omosessuali e mancanza di punibilità per la violenza contro le donne e le minoranze etniche o religiose. Alcune riforme volte a proteggere i lavoratori migranti dallo sfruttamento del lavoro sono state avviate nel 2020, ma i datori di lavoro mantengono comunque un potere e un'influenza sproporzionati sui propri sottoposti. 

Nonostante le strazianti notizie sulle condizioni semi schiavili, gli abusi e le violenze nella costruzione degli stadi della Coppa del Mondo, il presidente della Fifa Gianni Infantino ha annunciato lo scorso 30 dicembre che il torneo in Qatar sarà una «celebrazione del calcio e dell'inclusione sociale». «La Fifa è l'unico organo di governo che si prende cura e si preoccupa del mondo intero», ha dichiarato e «continueremo a lavorare sodo per essere all'altezza della missione di non dimenticare quelli che hanno più bisogno e che non hanno voce, proteggendo al contempo la crescita sana di tutti e il movimento calcistico globale».

Mentre Cina e Qatar ospiteranno i due eventi sportivi più significativi del 2022, altri paesi come l'Arabia Saudita continuano espandere i propri investimenti per diventare destinazioni chiave per gli eventi sportivi internazionali. Il regno di Salmān bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd, in particolare negli ultimi anni grazie alla spinta del giovane e spietato erede al trono Moḥammad bin Salmān, ha speso miliardi per l'organizzazione di eventi di altissimo profilo volti a rafforzare la sua reputazione e diversificare la sua economia per eliminare la dipendenza da petrolio e gas. L’ultimo gioiello della corona è l’acquisto del Newcastle United da parte di PIF (Public Investments Fund), un gruppo guidato dal fondo sovrano saudita, sostanzialmente controllato dal principe ereditario MBS. 

Questo è probabilmente il tentativo di sportwashing di maggior successo della monarchia, in quanto fornisce ai sauditi una posizione influente nel campionato di calcio più seguito e amato al mondo, una grande opportunità per un paese la cui immagine pubblica negli anni recenti si è divisa tra cui il famigerato e brutale assassinio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, il ruolo devastante ricoperto dai sauditi nella guerra in Yemen – intervento che ha causato una delle catastrofe umanitarie più gravi dalla seconda guerra mondiale – e la più classica repressione di intellettuali, riformatori e attivisti per i diritti delle donne. 

L'Arabia Saudita ha già una discreta esperienza in questo tipo di iniziative di “pulizia” dell’immagine attraverso lo sport e negli ultimi anni ha già ampiamente dimostrato che i suoi petroldollari siano un polo di attrazione difficilmente ignorabile per le federazioni sportive: pochi anni fa ha firmato un accordo decennale da 650 milioni di dollari per ospitare un Gran Premio di Formula Uno, ha investito altre centinaia di milioni in un evento di golf internazionale e ha ospitato alcuni dei più grandi incontri di boxe della storia recente, tra cui il “match del secolo”, la sfida Anthony Joshua e Tyson Fury. 

La monarchia saudita ha anche assunto il Boston Consulting Group, una delle “big three” nel ramo del lobbying e delle consulenze manageriali,per organizzare gruppi di pressione alla FIFA e riuscire ad aggiudicarsi anche un mondiale in un futuro non troppo remoto.

Altri casi “minori” ma comunque rilevanti di sportwashing riguardano altre strane relazioni sportive, ad esempio i preoccupanti legami degli Ultimate Fighting Championships con il dittatore ceceno Ramzan Kadyrov, la fiorente relazione che l’NBA sta costruendo con l'autocrate ruandese Paul Kagame, presidente democraticamente eletto senza soluzione di continuità dal 2000, e la partnership quinquennale che l’NFL ha appena siglato con la Cina, la cui presentazione su Twitter includeva una mappa in cui Taiwan era raffigurato come parte della Repubblica Popolare Cinese. 

Ognuno di questi piccoli esempi evidenzia la tendenza dei paesi autoritari, sempre crescente e sempre più sfacciata, di utilizzare lo sport come una subdola piattaforma di propaganda e pulizia della propria reputazione. Questa strategia si è già dimostrata straordinariamente efficace e l’unico modo per contrastarla è cercare di fare divulgazione, informazione e attivismo affinché sia impossibile dimenticare cosa si nasconda dietro alcuni grandi eventi. Insomma, il 2022 si preannuncia come una delle annate sportive con più carica politica degli ultimi decenni.


Questo articolo è uscito in anteprima su Catenaccio, la newsletter di Sportellate.it.

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ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce con tempismo perfetto per perdersi lo scudetto del 1991 e godersi la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio ossessivamente nel 1998, coronando la prima stagione da tifoso con la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua a seguire il calcio e cresce tra Marassi e trasferte. Diplomato al liceo classico, si laurea in Storia e intraprende la via del nomadismo, spostandosi tra Cadice, Francoforte, Barcellona e l’Aia. Per coerenza, decide di specializzarsi in storia globale e migrazioni e, nel frattempo, co-dirige il blog SPI – Storia, Politica e Informazione. Crede fortemente nel valore del giornalismo indipendente, sportivo e non, come argine al declino deontologico dei colleghi professionisti.

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