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3 min

- di Rocco Nicita

Mio fratello è figlio unico - La crisi delle bandiere


Esame del processo di caduta delle bandiere. Cosa è cambiato tra i primi anni 2000 e adesso?


Nel 1976, più di quarant’anni fa, Rino Gaetano cantava che suo fratello “è figlio unico perché è convinto che Chinaglia non può passare al Frosinone”. Calabrese d’origine, il cantante quasi compativa, con un senso di profonda rassegnazione, questo fratello immaginario, Mario, che manteneva delle convinzioni salde, “pure”. Convinzioni puerili e idealiste, che mal si sposavano (e si sposano) con la realtà, purtroppo più cruda. 

Tra i tanti pensieri che rendevano Mario “un figlio unico”, vi era la convinzione che Giorgio Chinaglia, bandiera della Lazio, nonché detentore di una media impressionante (0,74) di reti/presenze, mai avesse potuto tradire la Lazio per passare al Frosinone. Effettivamente così fu: Long John (chiamato così per la sua imponente stazza fisica) militò per sette anni (dal 1969 al 1976) tra le fila della Lazio, ottenendo un posto nel paradiso biancoceleste e, giustamente, guadagnandosi l’appellativo di “bandiera”.

Parlando sempre di Lazio, la squadra capitolina al momento conta una delle poche bandiere rimaste nel panorama europeo. Ci si riferisce, ovviamente, a Stefan Radu, alla sua 15a stagione con la squadra dell’aquila Olimpia. 

In un certo senso, Rino Gaetano aveva già profetizzato, all’interno di quella canzone, la disaffezione agli ideali e non necessariamente in cambio di interessi meramente economici (anche se spesso così è). Si è infatti parlato molto negli scorsi anni della caduta delle “bandiere” nel mondo del calcio: il ritornello era sempre lo stesso. Si è tornati a questa discussione ultimamente, con la firma di Lorenzo Insigne al Toronto FC. Lo scugnizzo, figlio di Napoli e del Napoli, si è legato, a partire dal prossimo Luglio 2022, alla squadra canadese con un contratto faraonico, che gli consentirà di guadagnare il triplo del suo ingaggio attuale.

A tal proposito, mi sia concessa una precisazione: nessun biasimo verso Insigne. Il calciatore, che piaccia o meno, è una professione. Chi di noi accetterebbe di proseguire nella stessa azienda, con un compenso ridotto, dopo aver lavorato alacremente nel corso dell’anno? A tal proposito, si ricorda che Insigne ha chiuso la stagione di Serie A con 19 gol e 7 assist (!) e con un Europeo in più nel suo, spiace dirlo, non ricco palmarès. In tutta risposta, il presidente De Laurentiis ha offerto un rinnovo di contratto con proposta di riduzione dell’ingaggio, facendo troppa leva sui sentimentalismi che legano (e non legavano) Insigne alla compagine partenopea.

Tuttavia, ciò che non può essere accettato (questione che va al di là dell’affaire Insigne) è che un calciatore che ancora dovrà militare sei mesi - quando va bene - in una determinata squadra, accetti di divulgare il suo prossimo matrimonio professionale. Questa, a mio avviso, è una mancanza di rispetto in primis verso i tifosi. 

Credo sia doverosa un’altra puntualizzazione: quando si parla di bandiere dei primi anni 2000, occorre senza dubbio tener conto del contesto sociale ed economico in cui versava la nostra Serie A. Il caso esemplare, senza voler scendere in stupidi paragoni e con i dovuti distinguo, fu quello di Totti più volte tentato dal Real Madrid. Scelta di cuore ovviamente, anche se, all’apice della sua carriera nel 2004/2005, arrivò a guadagnare sei milioni di euro a stagione nella Capitale (fonte: Calcio e Finanza). Non certo bruscolini, soprattutto per l'epoca.

Altro caso. Viene forse meno l’etichetta di bandiera della Juve di Gianluigi Buffon che, in un ridicolo trasferimento, scelse di militare un anno nel Paris Saint-Germain? Non mi sembra. Eppure Buffon, diversamente dal caso Insigne, si trasferì in un altro top club europeo, con lo scopo di mettere in cascina quella tanto agognata Champions League.

Certo è che noi, in quanto spettatori esterni, non potremo mai avere una visione dei vari trasferimenti che non sia distorta dal mondo dei media, dal quale infatti ognuno attinge le notizie. Non sapremo mai cosa realmente si celi dietro il passaggio di un giocatore da una squadra ad un’altra. Proprio questo ci deve spingere a non fare paragoni inutili e infruttuosi, ma al contrario portarci ad esaminare i fatti in maniera lucida, tenendo a mente tutte le varie circostanze che contornano il trasferimento.

Una cosa, tuttavia, bisogna cercar in ogni caso di garantire: il rispetto verso i tifosi. 

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Rocco Nicita, classe 1996. Laureato in giurisprudenza. Giovane vecchio. Appassionato di calcio, musica e scrittura.

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