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3 min

- di Khrystyna Gavrysh

Considerazioni sparse su Matrix Resurrections


Matrix Resurrections: una gran bella idea, eseguita come peggio non si poteva. Vediamo il perché.

(p.s.: attenzione agli spoiler!)


– Dopo quasi 20 anni di attesa, il 1° gennaio è uscito nelle sale italiane l'ultimo capitolo della rinomata saga cyberpunk delle sorelle Wachowski che ha appassionato tutto il mondo sul finire del secolo scorso. Trepidante dall'attesa, mi sono precipitata al cinema il giorno stesso, nonostante la tortura della FFP2 e il divieto di consumazioni, con l'intenzione di assistere a una specie di miracolo. Così è stato almeno per la prima ora di visione. La sceneggiatura mi è sembrata fin da subito spettacolare: l'idea di riportare in vita Neo e bloccarlo in Matrix come sviluppatore dell'omonimo gioco, all'interno del quale ha riprodotto tutti gli eventi vissuti dal momento della sua liberazione mi è sembrata geniale. Metterci dentro pure Trinity come una sconosciuta qualsiasi, con cui il protagonista scambia sguardi fugaci, ma complici, mi ha definitivamente mandato in brodo di giuggiole. Per un attimo ho pensato davvero di essere di fronte ad un capolavoro;

– Poi però la trama evolve e arriva il momento di affrontare di nuovo la fatidica scelta tra la pillola blu e quella rossa. Qui entra in scena il nuovo Morpheus interpretato da Yahya Abdul-Mateen II: infatti, Laurence Fishburne non è stato invitato dalla Warner Bros. a rivestire i panni del suo famoso alter-ego. Mentre è bella l'idea di trasformarlo in un programma senziente, l'esito è di gran lunga meno maestoso e non in grado di trasmettere i saldi valori del suo predecessore. Stessa cosa vale per l'agente Smith, dove Jonathan Groff subentra a Hugo Weaving, dotando il personaggio di un carisma di sicuro spicco, ma senza riuscire a replicare la sua famosa flemma nel rivolgersi a Neo. Tutto il cast risulta un pò ridimensionato rispetto al passato, ad eccezione del gran ritorno di Jada Pinkett Smith nei panni Niope e dei protagonisti;

Finita la prima ora di visione, escono fuori tutti i limiti nella trama della pellicola. Non convince, anzitutto, la quasi totale apatia di Neo, che a tratti sembra l'addormentato Dale Cooper nel reboot di Twin Peaks. Ogni tanto pare svegliarsi per combattere qua e là senza senso, salvo poi fallire miseramente. L'onnipotente Neo è un lontano ricordo. Tant'è che in uno dei confusionari combattimenti contro gli infiniti BOT del sistema, viene addirittura aiutato (senza molte ragioni apparenti peraltro) dalla sua nemesi. Così, d'un tratto, il fil rouge del racconto diventa l'amore, elemento portante dell'ispirazione di Lana Wachowski nello sviluppo del film, dedicato ai genitori da poco mancati. Solo insieme a Trinity, rinsavita in extremis, Neo può riacquistare una parte dei suoi poteri, ma è lei che sembra incarnare la figura dell'eletto questa volta. Per chi non lo sapesse, infatti, i fratelli Wachowski hanno entrambi completato il percorso di transizione per diventare donne. Che ci sia forse un non troppo velato messaggio transgender?;

– Se fin qui è tutto sopportabile, ciò che non si manda proprio giù è la regia. Dietro la camera da presa troviamo solo Lana Wachowski questa volta, con Lilly impegnata durante le riprese a completare il periodo di transizione, oltreché la seconda stagione di Sense8. Non è chiaro se sia questa la ragione del risultato complessivamente scadente del prodotto finale. Le scene di combattimenti, la vera attrazione della trilogia, diventano disarmonici e confusi e non c'è spazio per un climax vero e proprio, per uno scontro finale tra il bene il male. Anche le inquadrature sono insicure, troppo ravvicinate rispetto alla portata delle scene e, a tratti, persino mosse. Non aiuta il montaggio finale, che sembra mettere a nudo tutti i limiti del progetto, così come anche il riarrangiamento un pò fiacco delle musiche utilizzate nella trilogia. Viene da pensare che il film sia stato confezionato in maniera un pò troppo frettolosa, senza curare il dettaglio, come invece era avvenuto per i primi tre;

– Mentre l'idea che soggiace alla trilogia è quella del libero arbitrio, il quarto capitolo si incentra sul tema opposto, e già esplorato in Cloud Atlas, del destino. Ogni scelta è predeterminata, è già stata presa. In Cloud Atlas però ce lo spiegano in tre ore di visione attraverso svariate storie di reincarnazione tutte intrecciate tra di loro, mentre qui il tutto viene liquidato in una frase: un pò sbrigativo forse. Come sbrigativo è il resto dell'impalcatura che regge la storia: c'è una spiegazione approssimativa, ma manca lo sviluppo del concetto attraverso la narrazione. La pellicola nel complesso perde la sua vecchia epicità. Il tutto è condito da un finale (e qui vi risparmio lo spoiler) che io personalmente non sono riuscita a giustificare, e voi?!

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Khrystyna Gavrysh, 4.9.90, nata in Ucraina e cresciuta in Italia. Laureata in Giurisprudenza a Ferrara ed attualmente dottoranda in diritto internazionale all’Università di Padova. Grande appassionata di diritti umani, di Quentin Tarantino e di sport. Milanista fino al midollo, ovviamente per colpa dell’usignolo di Kiev, e incapace di rivedere un gol di Superpippo senza farsi venire la pelle d’oca.

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