Article image
,
3 min

- di Marco Bellinazzo

Considerazioni sparse post Udinese-Atalanta (2-6)


Serve poco tempo e scarsa fatica all'Atalanta per liquidare un'Udinese dimessa e dimezzata.


- Come si fa a convincere qualcuno, che magari ha trovato altro da fare questa domenica che guardarsi Udinese-Atalanta, che una partita che già al 45° minuto dice 0-3 in realtà non ha preso le forme nette di una brutale mattanza di 90 minuti, come il punteggio tennistico potrebbe lasciar pensare? Il calcio è il gioco intorno al quale si fanno enormi anelli di fumo di considerazioni, che abbracciano i più svariati aspetti, ma le reti, volenti o nolenti, sono quell'elemento che in fin dei conti sposta così drasticamente le percezioni, talvolta in un modo così impercettibile da non farcene accorgere, ma da costringerci inconsciamente a rileggere un sacco di cose in modo differente, a seconda che una palla sia entrata o meno in porta. L'Atalanta vince con un punteggio netto, risolve la partita in appena 20 minuti e merita pienamente i 3 punti. Ma non c'è nemmeno un minuto in cui si possa dire che abbia totalmente dominato, tranne nella coda di una partita già ampiamente archiviata, in quello che gli americani chiamano "garbage time" e che in serie A conta solo per il fantacalcio;

- Se il famoso "killer instinct", che sarebbe poi la pragmatica capacità di capitalizzare le occasioni create, è universalmente riconosciuto come una delle caratteristiche per riconoscere una grande squadra, oggi l'Atalanta ne dimostra a secchiate. Dopo un braccio di ferro di 20 minuti la Dea tramortisce i friulani con un "uno-due" mortifero che di fatto spegne le velleità di quella battaglia che stava timidamente cominciando a delinearsi in campo. Complice anche un non irresistibile Padelli, tolto dalla soffitta per l'indisponibilità di Silvestri, i nerazzurri mettono ancora una volta in mostra la naturalezza di tutti i loro interpreti nell'andare in rete, anche in una giornata in cui non travolgono l'avversario con la consueta asfissiante intensità di gioco. Ed è una qualità straordinariamente importante (se mi concedete la banalità), perché trovarsi 2-0 dopo 20 minuti non può fare che comodo;

- Il Covid, come un diabolico enigmista, disegna un rompicapo da far fumare il cervello al povero Cioffi, che ha la missione impossibile di schierare una formazione credibile con i suoi pochi superstiti. Leggere i nomi che compongono la panchina dell'Udinese è sufficiente per comprendere che il tecnico bianconero di fatto non ha vere alternative agli undici schierati e, come un chimico, si cimenta nel provare a dare un senso ad una formazione con un solo centrocampista a disposizione (che oltretutto è Walace, con tutto il rispetto). Cioffi sposta, adatta, passa da una specie di 3-4-3 ad un simil 4-2-3-1, ma il risultato è sempre una squadra che prova a restare accorta, ma che non può fare a meno di sbilanciarsi nel contrattaccare. L'Udinese si batte, capisce di essere in partita anche quando si ritrova nettamente sotto, ma di fatto non ha le armi per competere più di quanto non faccia e, nonostante la netta sconfitta, l'impressione è che difficilmente potesse fare più di così;

- Se si potessero cristallizzare alcuni frammenti delle partite, decontestualizzarli fino a isolarli nello spazio e nel tempo, potremmo avere un'impressione drasticamente diversa di calciatori o talvolta intere squadra, a seconda degli attimi scelti. Se si potesse astrarre il momento in cui Luis Muriel prende palla, manda in crisi d'identità il povero De Maio a forza di finte e supera Padelli con il suo destro delicato, ecco, in quel preciso momento si potrebbe pensare al colombiano come ad un fuoriclasse assoluto, uno che sposta il destino a suo piacimento, come pochi altri sanno fare. La verità è che la partita è una specie di identikit di Muriel, anche piuttosto accurato. Beccato continuamente da un pubblico ferito, il colombiano alterna momenti in cui fatichi a ricordare se è in campo o meno a frammenti di leggera onnipotenza. Come del resto ha fatto per la sua intera carriera. A 30 anni suonati, ce lo teniamo così;

- Proprio in occasione del gol della sua doppietta (altro gol sublime) Muriel evita di esultare, quasi pentito dopo i festeggiamenti per lo 0-2 che avevano scatenato le ire dei suoi ex tifosi. Non è forse ora di sdoganare l'esultanza contro le vecchie squadre e di levarsi questa ipocrita abitudine di fingere dispiacere per un gol segnato? Non è forse grottesco vedere calciatori fare (giustamente) di tutto per segnare un gol e poi nascondere e reprimere la propria soddisfazione in segno di un qualche presunto rispetto per la propria vecchia tifoseria? La gioia per un gol è legittima e non implica in nessun modo un segno di scherno per la squadra avversaria. Esultate, diamine. Che segnare è bello (e segnare i gol di Muriel anche un po' di più).

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE...

Nato a Biella il 30/07/93, laureato in Matematica per motivi che non riesco a ricordare. Juventino di nascita, vivo malissimo anche guardando le partite dell’Arsenal, di Roger Federer e di qualunque squadra io scelga a Football Manager (unico sport che ho realmente praticato). Fanciullescamente infatuato di Thierry Henry, sedotto in età consapevole da Massimiliano Allegri, sempiternamente devoto a Noel Gallagher.

Cos’è sportellate.it

Dal 2012 Sportellate interviene a gamba tesa senza mai tirarsi indietro. Sport e cultura pop raccontati come piace a noi e come piace anche a te.

Newsletter
Canale YouTube
clockcrossmenu